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Interviste a scrittori

Intervista allo scrittore Paolo Cognetti

Intervista allo scrittore Paolo CognettiNon so se hai studiato analisi sul Marcellini/Sbordone o sul Giusti, anche nelle cose più razionali della matematica (sì, c’è una matematica meno razionale, questo facciamo finta che non esista…) vi possono essere eleganze diverse. Io amavo il Giusti: minimalista e ordinato. Un po’ come Carver, per intenderci. Se tu dovessi parlare dell’eleganza razionale nella tua vita, a quali comportamenti o azioni dovresti fare riferimento?

 

Mi sa che sono minimalista e ordinato anch'io. Sono di quelli che ogni tanto buttano via tutto perché si sentono bene con quattro cose e molto spazio intorno. Amo i gesti essenziali, i lavori fatti a regola d'arte ‒ che si tratti di scrivere, cucinare, spaccare la legna, piantare un chiodo. A dispetto di questo, sono molto goffo nelle relazioni. C'è una scena in cui Martin Eden (un romanzo di Jack London, NdR) va a trovare la sua ragazza, ed entrando per la prima volta in quella casa da ricchi, lui appena sbarcato da una nave, si sente come un elefante in una cristalleria, gli sembra di fare danni ovunque si muova. Ecco, sono così anch'io. Mi sento molto più a mio agio nel piantare un chiodo.

 

Non è raro donare un’aura di pseudomisticismo agli scrittori che in qualche modo si sono occupati di matematica, oltre che di scrittura. In tutta franchezza, ho sempre trovato la faccenda alquanto noiosa: una certa ossessività per le simmetrie non è più presente negli scrittori-matematici rispetto ad altri scrittori, soltanto per citare un esempio, semmai mi ha sempre incuriosito di più se si potesse insegnare la matematica in maniera differente coltivando al contempo interessi di scrittura. Penso a Lewis Carroll e non sarebbe di certo l’unico. Tu che cosa ne pensi?

 

Penso che chi associa la matematica alla simmetria, l'ordine, la razionalità, la sintesi e via dicendo ne abbia una conoscenza molto superficiale (quant'era incasinato Lewis Carroll? Quant'era asimmetrico e debordante David Foster Wallace?). Quelle sono soltanto le armi con cui un matematico si addentra in una materia oscura e vastissima, così come l'alta tecnologia è necessaria a un razzo sparato nell'universo; ma il sentimento più frequente, sia per il matematico che per il razzo, è molto presto quello di essersi perduto nel caos. Anche per uno scrittore è così. La cosa che mi piaceva di più della matematica (uso il passato perché non la pratico da anni) era quest'idea di affrontare l'ignoto, cercar di fare un po' di luce nel mistero: è un'esplorazione in cui ci si può perdere o da cui si può tornare a mani vuote; a volte si arriva dove si sperava di arrivare e altre invece ci si ritrova in un posto del tutto nuovo. È molto bello quando succede, sia in matematica che nella scrittura. Arrivare dove non pensavi, scoprire cose che non sapevi nel corso di una storia.

 

E poi ci sono i boschi, la solitudine, la vita semplice, il contatto diretto con la natura. Ti confesso che mi fa venire in mente il buon Grigorij Perel'man, credo di non doverti dire chi è e quanto lui sia urbanizzato… hai pubblicato quest’anno Il ragazzo selvatico con Terre di Mezzo e lasciami sostenere che quel dannato Thoreau ci ha forse condizionato tutti, ma racconta ai nostri lettori perché un libro su una fuga (fuga?) dalla civiltà può rappresentare un modo per ritrovarsi, anche se in e attraverso una baita di montagna.

 

In che senso Thoreau ci avrebbe condizionato tutti? Ti pare che la montagna vada popolandosi di nuovi radicali? No, io in questi anni non ne ho incontrati, però ho visto a New York e Milano un sacco di ragazzi con la barba lunga e la camicia a scacchi... La fuga dalla città, la ricerca di se stessi, la scelta di una vita semplice, mi sembrano anche questi dei luoghi comuni, come la barba e la camicia. Io a un certo punto mi sono accorto di non stare bene dove stavo, e sono andato ad abitare in montagna perché era un luogo felice della mia infanzia, un paesaggio che conoscevo bene e una vita che mi mancava. Alcune cose lassù sono più semplici e altre per nulla (e non parlo di fare la spesa, parlo delle relazioni, della noia, della depressione sempre latente). Non sento di essermi "ritrovato". Ho scoperto delle cose di me, questo sì, non tutte entusiasmanti; e in alcune cose mi sembra di essere diventato più forte (per esempio nel sopportare la solitudine).

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Intervista allo scrittore Paolo CognettiIl chiacchierio della rete è opulento, quanto di questo enorme tifone di opinioni rimane nel tempo? E nel chiacchierio ci si nasconde con velocità, se si vuole, un po’ come Sofia con se stessa (Sofia si veste sempre di nero, minimum fax); da un lato, perdiamo il senso del tempo, conficcandoci nel presente a discapito del passato e del futuro, dall’altro lato, nel presente stesso, alterniamo presenza e assenza, iperpresenzialismo e curiosità nascosta nel silenzio verso gli altri. Dove stiamo andando Paolo, in una continua aggressione del tempo circoscritto e nella reclusione nei meandri dello spazio virtuale oppure è soltanto una fase infantile dello sviluppo della rete?

 

Aspetta un momento, ti contesto quell'uso così disinvolto del "noi": la rete non è il mondo e un sacco di mondo non c'è nella rete. È come quando qualcuno mi parla di programmi o personaggi televisivi dando per scontato che la televisione faccia parte della vita di tutti, io invece non ce l'ho da una decina d'anni e non so più cosa succede lì dentro, mi sembra anche un luogo piccolo e poco significativo visto da lontano. Anche il mio uso della rete ‒ e come me tante persone, direi la maggior parte di quelle che conosco ‒ è rimasto alla versione 1.0: le notizie, la posta, le ricerche su google, a volte una partitella. Non uso i social network. Ho un blog su cui pubblico sì e no un pezzo al mese, e questo è tutto il mio contributo creativo. Del resto immagino che oggi, per prima cosa, Thoreau staccherebbe la spina al computer, per uno scrittore sarebbe una scelta ancora più radicale che andarsene a vivere nella baita.

 

Non credo di sbagliarmi sostenendo che la cifra che ti caratterizza nella scrittura e forse nella quotidianità è un certo amore verso l’essenziale, quanto basta, quanto è davvero utile, scorticando sovrastrutture e trucchetti; in un’epoca nella quale la sostanza, nuda e cruda, sembra un atto rivoluzionario nella comunicazione, come ti avvicini ai fattori davvero importanti, che ritieni importanti, con tutto ciò che consegue, quando scrivi e vivi?

 

Bella domanda. In questo periodo mi trovo a New York e mi sto interrogando proprio su cosa è essenziale che io scriva di questa città, che abbonda di robaccia postmoderna (nel senso che per tutto il tempo non fa che rappresentarsi, celebrarsi, mitizzarsi, perfino farsi la caricatura e la parodia, e tra tutti questi specchi finisci per non trovare più l'originale). Quando sono qui litigo sempre con gli altri italiani sulle cose che, secondo loro, bisogna andare a vedere: uno pensa che la Statua della Libertà e l'Empire State Building siano roba da turisti però non puoi non andarci, per una specie di rincoglionimento pop che l'America ti provoca; un altro è convinto che, se hai tre giorni da spendere in città, non puoi non dedicarne uno al Moma, come a dire che la cosa da vedere a New York non è New York ma dei bellissimi quadri dipinti a Parigi un secolo fa; un altro ancora non fa che indicare gli obesi, i barboni, le bandiere a stelle e strisce, i dollari e i poliziotti, e dice vedi l'America, quante ipocrisie e contraddizioni. Ecco, tu mi chiedi delle sovrastrutture. Non prendermi per uno snob se ti dico che il mio posto preferito qui sono i moli del vecchio porto di Red Hook: è dove la città mi accoglie, mi emoziona e mi fa stare bene. Magari a qualcun altro succede da Tiffany, non lo so. Sto provando a spiegare che per me l'essenzialità è il tuo modo di fare le cose, che sia leggere, scrivere, visitare le città, camminare su un sentiero; non costruirsi un'opinione sull'opinione degli altri, un bisogno sui bisogni degli altri, non usare i loro occhi per vedere quello che hai davanti. È un esperimento impossibile da realizzare, ma pensa come sarebbe arrivare a New York senza averne la minima idea, chissà allora che cosa sembrerebbe essenziale.

 

Siamo cittadini misurati sempre più, da quanto spendiamo a quante chiamate facciamo, alle app che misurano quanti passi facciamo ogni giorno, ci siamo abituati all’idea che misurare significa comprendere, o ci illudiamo che sia così. Si pensi all’estrema recente matematizzazione di alcuni campi del sapere, come l’economia o la biologia. Una concezione scientifica e misurabile del mondo, viene così da pensare al manifesto degli empiristi logici del Circolo di Vienna, nel quale la chiarificazione delle categorie del linguaggio doveva passare attraverso la logica. Come ti rapporti al tema della misurazione?

 

Non saprei, non mi sento così misurato. O magari questa mia ansia di autenticità, attrazione per la montagna, fuga dalla rete, è proprio un bisogno di non farsi misurare, se prendere le misure a qualcosa significa prenderne possesso.

 

Segui la letteratura italiana contemporanea? Ti sembra che vi siano sedimentazioni che si stanno accumulando per qualcosa di più grande del singolo elemento o la disgregazione domina la visuale e non intravedi forze comuni fra gli scrittori italiani?

 

Mi sembra un panorama nient'affatto disgregato. Sarà merito della crisi economica, o dello sfacelo politico, o del generale smarrimento in cui annaspa la cultura occidentale, ma mi sembra un'epoca di scrittori seri, belli decisi nelle cose che fanno. Scrivere è più che mai una sfida al proprio tempo, e sono contento di essere della partita.

 

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