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Interviste a scrittori

Intervista allo scrittore Giovanni Cocco [Nutrimenti, Guanda, Feltrinelli]

Intervista allo scrittore Giovanni CoccoGiovanni, parlando del tuo bruciante successo con alcune persone, avendo lasciato una traccia anche nell’ultima edizione del premio Campiello, qualcuno si chiedeva: come ha fatto? Come mai? Conosciamo la storia dei rifiuti editoriali, ma noi vogliamo sapere altro, che cosa ha davvero accelerato la pubblicazione dei tuoi libri?

Nove anni di gavetta, il fatto di avere letto parecchio, la fortuna di avere trovato i collaboratori giusti. E un pizzico di fortuna, che non guasta mai. Per il resto: non ho sponsor forti, non ho avuto alcun tipo di aiuto (semmai il contrario e comunque con Nutrimenti andiamo fieri del fatto di essere arrivati a un premio così importante con le nostre sole forze), non faccio parte di nessuna cricca, non frequento le feste mondane o i party letterari. Una determinazione incrollabile e tanto, tanto lavoro. Imparare a scrivere in tutti i modi possibili. Frequentare corsi di scrittura, migliorare giorno per giorno. Sono solo all’inizio: basso profilo, tanto sacrificio e lavoro.

Oggi è un giorno feriale e immaginiamo che tu non abbia trasferte per presentazioni dei tuoi romanzi. A che ora ti svegli? Cosa fai? Scrivi, leggi, fai altro? Raccontaci un tuo tipico giorno feriale senza impegni promozionali.

Per me scrivere è diventato un lavoro vero e proprio solo da un anno. Vado a letto molto presto e mi alzo alle cinque di mattina. Un caffè, la prima sigaretta della giornata e poi al lavoro. Si comincia con lo smaltire la corrispondenza e con fissare gli obiettivi della giornata. Mi dedico alla scrittura fino alle nove, poi faccio una pausa e sbrigo le faccende quotidiane (spesa, posta, bollette). Poi rientro e mi dedico alla lettura fino alle undici. Alle undici pranzo e poi di nuovo scrivere (non necessariamente romanzi, spesso devo rispondere a interviste, devo mettere a punto progetti di lavoro). E così via.

Ti definisci, o meglio, qualcuno ha insistito sull’associazione Giovanni Cocco/scrittore cattolico, come se fosse necessario marcare un territorio imbevuto di spiritualità. Non ti sembra, a inizio carriera, che le definizioni di categoria possano più nuocere che aiutare e come ti rapporti con questi rischi?

Detesto le etichette e se talvolta è stata utilizzata quella definizione era per marcare una differenza da ciò che mi circonda. Non sono uno di quelli che smania per salire sul carro della narrativa “impegnata”.

Mentre scrivi ti sembra che una frase non giri per il verso giusto, come trovi la soluzione? Hai un metodo? Insisti o stacchi e passi ad altro? Quali sono le azioni che metti in campo per trovare il guado sul fiume della scrittura?

Il più grande consiglio che mi ha dato Raul Montanari (arrivo dalla sua scuola di scrittura creativa, la migliore in Italia) è stato quello di non concentrarmi mai su un singolo lavoro. Mai intestardirsi su un singolo testo. Per me la scrittura è soprattutto un cantiere. Per La Caduta, per esempio, rispetto alla versione finale ho messo da parte tanto di quel materiale che potrei farci tranquillamente un altro romanzo.

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Marcorè CucciariTi va di raccontare ai nostri lettori qualcosa sulla serata del Premio Campiello che non hai mai detto finora? Un aneddoto, un pensiero, un’immagine.

La sera prima della finale, intorno alle due, facevo fatica ad addormentarmi. Sono sceso con l’ascensore con l’intenzione di andare a fumare fuori dall’Hotel Monaco & Grand Canal. Appena arrivo verso l’uscita vedo entrare due ragazzi che dopo avere alzato la testa mi fanno: “Cocco!”

Osservo più da vicino. Sono Neri Marcorè e Geppi Cucciari. Tornavano dalla cena dopo le prove e avevano appena finito di visionare dei filmati riguardanti i finalisti. Beh, son soddisfazioni.

Che cosa stai leggendo in questo periodo e perché ti sentiresti di consigliarlo o meno?

Leggo almeno tre romanzi alla settimana. Oltre alla rilettura di alcuni classici e ai testi per l’aggiornamento professionale. In questo periodo ho letto: Buio di Maurizio De Giovanni, un libro pazzesco. Il Mediterraneo di Fernand Braudel, uno dei migliori testi storiografici del ‘900 insieme all’Apologia della storia di Marc Bloch. Gli sdraiati di Michele Serra, che mi ha colpito nelle parti aforistiche e per il finale carico di pathos. Giallo d’Avola di Paolo Di Stefano che è di gran lunga il giallo più bello di questo 2013. Sto rileggendo Moby Dick e mi sono letto tutti i racconti di Piero Chiara, anche quelli inediti. Tra le cose più belle di questo 2013 mi piace invece segnalare lo straordinario romanzo di Francesco Pecoraro, Vita in tempo di pace, pubblicato da Ponte alle Grazie e un paio di libri che ho amato moltissimo: Limonov di Carrère, pubblicato da Adelphi: un romanzo che piacerà tanto a chi, come me, ha adorato La Versione di Barney; Bambini e altri animali di Giosuè Calaciura, pubblicato da Sellerio: su consiglio del grande Fabio Stassi, un romanzo complesso e lacerante, di quelli che non si pubblicano più.

Diventi Ministro della Cultura domani. Tre direzioni concrete sulle quali impegneresti il tuo tempo perché convinto che possano mettere in moto energie nuove e consapevolezza diversa nel nostro paese.

Un radicale cambio di mentalità nell’approccio alla questione culturale nel nostro Paese. Pubblico e privato che vanno a braccetto. L’imprenditore come un panda e quindi da salvaguardare. Il problema lavoro al centro dell’agenda. Seguire l’esempio del Fai, l’unico vero ente culturale del nostro Paese.

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