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Intervista ad Andrea Ferrazzi, fondatore del Movimento Slow Communication

Intervista ad Andrea Ferrazzi, fondatore del Movimento Slow CommunicationSlow Communication: perché pensare alla lentezza nella comunicazione in un’epoca di tweet veloci e frenetici?

Visto l’ambito letterario, permettetemi di rispondere con un riferimento all’ultimo libro di Luis Sepulveda. In questa sua fiaba, racconta la storia di una lumaca che, per scoprire le ragioni della sua lentezza e per avere un nome, quindi una sua propria identità, abbandona l’apparente tranquillità della sua comunità, alla scoperta del mondo che c’è oltre i suoi ristretti orizzonti. Apparente perché le lumache di quella comunità non si accorgono di quel che succede intorno, troppo impegnate a salvaguardare il proprio pezzo di terra e le proprie abitudini. Così, in questo suo viaggio, la protagonista della fiaba riesce non solo ad avere un nome tutto suo, ma anche a scoprire che una minaccia pericolosa incombe sulla sua comunità. Con l’aiuto di una tartaruga, ritorna in tempo per avvisare le sue ex compagne di vita, che però l’accolgono con scetticismo, se non con ostilità. Che cosa ci insegna questa fiaba? Innanzitutto, che la frenesia delle nostre esistenze, accentuata dall’ipervelocità dei nuovi mezzi di comunicazione, ci sta trasformando in automi, privi di senso critico e del coraggio necessario per scelte controcorrente. Come in un social network, le lumache della storia privilegiano il consenso e l’omologazione, a scapito dell’originalità e dell’intraprendenza. La lentezza non è un valore in sé: può servire come provocazione per aiutare a riflettere su quel che sta accadendo alla nostra società, nel nostro caso nell’ambito della rivoluzione digitale che sta sconvolgendo le nostre vite.

Affascinante l’intento, ma come si può agire nella concretezza in un mondo comunicativo sempre più omologato e con la necessità di stare sul pezzo come via per sopravvivere?

«Dobbiamo riflettere a fondo sul nostro rapporto con la tecnologia, dobbiamo fare in modo che la sua presenza nelle nostre vite non sia scontata, dobbiamo saper prenderci delle pause di disconnessione, dobbiamo saper staccare la spina, in diversi momenti della giornata. Delle conseguenze delle nuove tecnologie sulle nostre esistenze se ne stanno occupando non solo gli accademici, ma anche gli scrittori. Cito, ad esempio, il bellissimo romanzo di A.M. Homes “Che Dio ci perdoni”, nel quale, ad un certo punto, si legge: «C’è un mondo là fuori, così nuovo, così imprevedibile e dissociato da metterci tutti a rischio. Parliamo online, diventiamo “amici” online senza sapere con chi stiamo parlando in realtà, scopiamo con sconosciuti. Confondiamo praticamente qualunque cosa con un rapporto, con una comunità di qualche genere eppure, quando ci troviamo in famiglia, nella nostra vera comunità, siamo persi, andiamo in cortocircuito e ci rituffiamo all’istante nella versione digitale. Che è più facile, perché possiamo essere allo stesso tempo i veri noi stessi e anche i noi stessi dei nostri sogni, e qui entrambi hanno la stessa importanza». Insomma, per dirla con Jonathan Franzen, siamo diventati degli zombi messaggianti. È davvero questo che vogliamo essere? Vogliamo sacrificarci così sull’altare dell’iper-velocità e dell’iper-connessione?

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È chiaro che il rapporto con il tempo risulta la chiave di lettura, dal suo punto di vista, soffriamo in Italia di un gap tecnologico rispetto ad altri paesi che ci permette di vivere meglio il trascorrere delle settimane e dei mesi, oppure la tecnologia è soltanto un falso problema e le cause/conseguenze dobbiamo cercarle in altri luoghi razionali?

Certo, il rapporto con il tempo è l’aspetto cruciale, inteso però come ricerca di un equilibrio, perché è di questo che si tratta: trovare un rapporto equilibrato con le nuove tecnologie, per evitare di arrivare a vivere le nostre vite così come sono prospettate, ad esempio, da Cohen e Schmidt, vite che tanto richiamano atmosfere dickiane non proprio invitanti. Non bisogna abbandonarsi alle derive del tecno-ottimismo, ma nemmeno abbracciare un luddismo 2.0 che non avrebbe senso.

Quali sono state le iniziative di Slow Communication?

Abbiamo iniziato a diffondere un nuovo punto di vista sul nostro rapporto con la tecnologia e abbiamo avviato contatti con il Ministero dell’Istruzione per introdurre l’educazione digitale nelle scuole.

Intervista ad Andrea Ferrazzi, fondatore del Movimento Slow CommunicationE i progetti futuri?

Vorremmo dar vita a una Fondazione, insieme a un’università, per studiare a fondo questi temi.

Come poter aderire al progetto e presentare un’idea?

Scrivendo una mail a info@slowcommunication.it o a me: info@andreaferrazzi.it.

Tre azioni da consigliare ai nostri lettori con la filosofia Slow Communication.

Evitare di guardare il tablet o lo smartphone prima di addormentarsi e appena svegli, prendersi delle pause per stare da soli con se stessi, riconsiderare il valore degli old media per approfondire e informarsi.

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