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Intervista ad Ana Maria Machado a proposito di “Infamia” e Brasile

Ana Maria Machado, InfamiaNella suggestiva sede di Palazzo Pamphilj, che ospita l’Ambasciata del Brasile a Roma, si è svolta lunedì la presentazione del libro Infamia di Ana Maria Machado, tradotto in Italia da Giulia Manera, per conto di Exorma Edizioni. Infamia è il primo libro dell’autrice a essere tradotto e pubblicato in Italia: un evento significativo, se si considera che Machado ha venduto già 19 milioni di copie ed è la seconda scrittrice brasiliana ad aver vinto il Premio Hans Christian Andersen.

Al simposio hanno partecipato Maria Izabel Vieira, che ha fatto le veci dell’Ambasciatore; Ettore Finazzi-Agrò, professore della Sapienza-Università di Roma; Sebastiano Triulzi, giornalista de «La Repubblica» e docente di Letterature Comparate; Giulia Manera, traduttrice; infine, l’autrice Ana Maria Machado, che ha parlato in italiano, senza incertezza alcuna.

Vieira ha introdotto il libro, ricordando la partecipazione della scrittrice alla Fiera del Libro per Ragazzi, avvenuta a Bologna dal 24 al 27 marzo scorso. Finazzi-Agrò è entrato subito nel merito dell’opera, in cui si incrociano le storie di due uomini che sono vittime di diffamazione: Manuel Serafim Soares de Vilhena, anziano ambasciatore in pensione e Custódio, impiegato ministeriale. Il professore ha ravvisato un antecedente letterario nella Storia della colonna infame, di Alessandro Manzoni, in cui due innocenti vengono messi alla gogna e poi condannati alla pena capitale. La diffamazione e la calunnia investono non solo l’etica pubblica, ma anche le relazioni tra le persone.Il romanzo di Machado è intessuto di note metaletterarie: testo e metatesto permettono numerose riflessioni sul testo, in cui ricorrono spesso citazioni della Sacra Scrittura (storia di Susanna e dei figli di Giacobbe). L’autrice non scorda mai di essere una lettrice e ricorre spesso al meccanismo del lettore implicito: alla base vi è l’idea che il lettore sia un intruso nella storia dei personaggi.

Triulzi ha chiesto alla scrittrice se la storia del libro non fosse paradigmatica solo del Brasile, ma anche di altre realtà. Machado ha sottolineato come in Infamia non entri la politica: Custódio non ricorre ai media per scagionarsi dalle false accuse e l’ambasciatore deve ricercare la verità nella sua vita personale. Ciononostante, l’autrice ha sottolineato come in molti altri dibattiti il suo libro sia stato recepito come un racconto politico piuttosto che morale o etico.

Letteratura e giornalismo hanno incrociato i loro ambiti per mettere in risalto i meccanismi dell’infamia e sottolinearne le diverse sfumature. «Rimane sempre qualche traccia delle macchie lasciate dalla diffamazione».

Giulia Manera, che ha tradotto il libro, ha evidenziato le difficoltà di riportare in italiano i diversi registri linguistici e narrativi della scrittrice, il ritmo spezzato della sua prosa controllata.

Al termine dell’evento, Ana Maria Machado ha concesso a Sul Romanzo questa breve intervista.

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Ana Maria MachadoAna Maria, questo è il suo primo libro a essere pubblicato in Italia. È emozionata?

Certo. È la prima volta che mi traducono in Italia ed è davvero molto emozionante.

 

È una coincidenza che il libro venga presentato proprio in un’ambasciata e nel romanzo si parli di un ambasciatore in pensione?

È totalmente una coincidenza. Io non immaginavo che il libro potesse essere presentato in Ambasciata. L’ambasciatore in pensione è uno dei personaggi e ho voluto parlare della moglie di un ambasciatore che vuole divorziare, ma che non può farlo, poiché il marito non vuole dividere i suoi beni e la fa passare per pazza. Questa è una storia e un tipo di calunnia individuale e il libro racconta diverse storie di infamia.

 

Mi ha colpito molto la sua prosa paratattica, perché è una prosa elegante, ma dai contenuti veementi. Ci sono la testimonianza della letteratura, ma anche del giornalismo. Nella sua scrittura c’è sempre questo connubio tra letteratura e giornalismo. Quando prevale l’una e quando prevale l’altro?

In questo libro c’è molta letteratura. Il giornalismo era un soggetto, è entrato così. Io ho avuto esperienza come giornalista, ma non è sempre presente nella mia letteratura.

 

Lei scrive libri per ragazzi, quindi si rivolge a un pubblico molto giovane. La sua scrittura è su più fronti. Come riesce a coniugare tutto questo?

Io scrivo molto per ragazzi, ho più titoli per ragazzi e più pagine per adulti. Ho quasi venti libri per adulti. Non miro mai all’esclusività, io voglio, nei due casi, diversi pubblici di lettori. Voglio fare letteratura, scrivere testi dove il linguaggio narrativo abbia un’importanza fondamentale e la struttura del racconto è sofisticata e lavorata.

 

Sebbene strutturata, la sua prosa è immediata e autentica. Questo mi ha colpito.

Sì, non è artificiale, perché io sono molto lettrice.

 

È lettrice, ma sa anche parlare ai ragazzi. Lei sa rivolgersi a un pubblico ampio.

Sì, in questo senso sono d’accordo.

 

L’immagine del Brasile che vuole dare nella sua opera è un’immagine positiva di questo Paese che si accinge ad ospitare i mondiali di calcio?

Non ho pensato a niente di tutto questo. Io ho raccontato una storia, che si svolge in parte in Brasile, in parte a Parigi. C’è molto della mia città, Rio de Janeiro.

 

Come mai ha voluto parlare proprio dell’infamia e della calunnia? È qualcosa che lei ha vissuto personalmente?

No. Ho visto diverse persone calunniate e mi impressiona molto il dolore di quelli che vengono accusati ingiustamente e sono innocenti.

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