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Intervista ad Alessandro Rimassa

Alessandro RimassaDopo il grande successo di “Generazione 1000 euro”, arriva “Berlino sono io”, un nuovo tuffo nella vita di Claudio, questa volta, però Claudio è uno che “ce l’ha fatta”. Perché raccontare i retroscena di questo status, spesso motto di vita elevato a ideale?

Con Generazione mille euro ho fotografato una generazione, la storia di tanti. Ora ho voluto concentrarmi invece su un'altra esigenza, quella di parlare dei trentenni non legandoli al lavoro, ma al loro io. Siamo parte di una società in cui i tanti mezzi di comunicazione, i social media, apparentemente ci avvicinano. Ma in verità questo è un mondo di soli in solitudine, non per colpa dei mezzi, ma per colpa nostra: abbiamo paura delle relazioni, dei rapporti, degli incontri. Abbiamo, alla fine, paura di noi stessi. E Claudio è così. Ce la fa in tutto, ma si accorge di non avercela fatta nella cosa che più conta: essere davvero se stesso.

Chi è Claudio, o meglio in qualche suo sguardo si possono incontrare gli occhi di Alessandro oppure quelli di un amico anonimo, di un giovane qualunque incrociato in metropolitana?

Claudio non sono io, qui non c'è nulla di autobiografico perché non sono un personaggio, ma soltanto un mezzo tra una storia e i lettori. La storia è quella di un uomo come tanti, eccezionale perché ce la fa in tempi di tanti fallimenti: ha la casa di proprietà, la fidanzata borghese, il lavoro a tempo indeterminato. Eccezionale, la storia, anche perché una volta ottenuto tutto, Claudio non deve più inseguire nulla e quindi si trova a confrontarsi col proprio io. E lì crolla a terra, schiacciato da una lunga corsa in accelerazione che lo ha portato lontano ma fuori strada.

Ragazzi che non diventano mai uomini, idea talmente radicata nella società italiana da esser riuscita a penetrare anche nel linguaggio. I ragazzi non diventano uomini, bensì “uomini speciali” grazie a un contratto a tempo indeterminato. Quanto è resa estrema quest’immagine e quanto invece è pura realtà, estranea ai meccanismi letterari?

Sono le certezze, le strade ben tracciate, che a un certo punto della vita diventano indispensabili. Senza di quelle, si rimane eterni ragazzi. Poi hai un posto che conta, e sei un uomo speciale. Non ci sono mezze misure in Italia, non c'è crescita reale, è tutto effimero, telecomandato. E Claudio, nonostante sia un trentenne di carattere, viene risucchiato e smangiucchiato da questo meccanismo.

Contratto a tempo indeterminato, fidanzata che rasenta la perfezione, una vita perfetta, Grande Fratello come trampolino per affermarsi. Tante le apparenti prelibatezze. C’è, però, un prezzo da pagare per deliziarsi di questi frutti, come risulta dal romanzo. Qual è la motivazione alla base di questa asserzione? È forse l’antico “do ut des” oppure c’è un’altra ragione?

Se queste sono le cose che insegui, in cui credi, se le ottieni grazie a un percorso di cui sei tu l'attore protagonista, non paghi nessun prezzo, se non quello dell'impegno e del sacrificio. Se invece sei come Claudio, che fa tutto questo solo perché la società, la sua idea di società, l'idea di società che gli è stata trasmessa, glielo impone, allora il prezzo da pagare è altissimo. E si chiama depressione, ansia, cocaina, attacchi di panico... Arrivi sì in alto, ma precipiti in fretta.

Claudio dimostra che a voler essere altri, non si sa più chi si è, nemmeno qualora ci si fermasse per comprenderlo. La soluzione sarebbe restare fedeli a se stessi, ma è una via percorribile nella nostra contemporaneità? Lo è mai stato, nel senso più ampio dell’essere umano correlato agli eventi della storia? Cosa distingue, dal tuo punto di vista, l’uomo contemporaneo dall’uomo moderno, dell’inizio di secolo, riguardo alla capacità di non tradire se stessi?

L'uomo contemporaneo vive nel buio che si è creato da solo, l'uomo moderno invece, se stava ancora al buio, era perché doveva trovare il modo di accendere molte luci. Noi ce le siamo spente da soli, il nostro buio è quello culturale, quello del primeggiare dell'io sulla collettività, quello dell'arroganza come estrema reazione alla solitudine interiore. Riaccendere la luce è difficilissimo. Claudio ci prova con un interruttore potente: Berlino.

Berlino sono ioBerlino sono io, titolo, ma anche il messaggio ultimo del romanzo. Berlino, non solo una città, non solo una metafora, ma uno stato d’animo. È Alessandro Rimassa un Berliner e cosa rappresenta Berlino per te?

Berlino per me rappresenta ciò che descrivo nel libro: la città delle opportunità, dell'essere se stessi, della libertà interiore. Io riesco a essere così anche a Milano, Claudio no, ha bisogno di quella città per provare a ricostruirsi.

Due concetti emergono con forza dal testo: libertà e sogni. Cosa significa essere liberi per te e cos’è un sogno?

Essere liberi significa non avere paura di parlare col proprio io. Di dialogare con la propria intimità. Di affermare a se stessi la propria forza e le proprie debolezze. Libertà è non avere il timore delle proprie idee.

Un sogno? Ecco, il sogno è il mio momento più difficile da analizzare. Non ricordo i sogni, la mattina. Non ho sogni, ma progetti e obiettivi, nella vita. Ma, evidentemente, questo significa che qualcosa mi manca. Claudio, in questo senso, ha molto più di me: la capacità di sognare dà forza all'individuo che riesce a cogliere i segni che dall'onirico ci arrivano.

Un romanzo provocatorio, sfregia il volto della società come una lama tagliente. Resta la cicatrice, una testimonianza che esige una riflessione. Perché, o meglio esiste in te la convinzione che la letteratura abbia ancora la capacità di interrompere il letargo di una generazione?

Se la letteratura non ha questa capacità... non ha nessun senso tutto lo sforzo che tanti, io compreso, facciamo ogni giorno. Scrivo per raccontare, scrivo per lasciare un segno, scrivo per dare corpo a storie che esistono e che necessitano un narratore per diventare prosa. La cultura, nelle sue molteplici forme e diversità, contiene in sé il nostro futuro.

 

Alessandro Rimassa è attualmente caporedattore del mensile Riders e annovera nella sua vasta carriera numerose collaborazioni con testate nazionali, in quanto giornalista, e con emittenti radio-televisivi sia come autore sia come giornalista. Assieme ad Antonio Incorvaia, ha realizzato il progetto “Generazione 1.000 euro” divenuto, oltre che il primo reality book e film, un punto di riferimento e incontro per i tanti giovani che, purtroppo, rientrano nella categoria di coloro che nelle tasche, a fine mese, non superano le entrate dei 1000 euro.

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