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Aldo Cazzullo, Basta piangereArticolo pubblicato nella webzine Sul Romanzo n. 6/2013 Racconto della crisi.

Parla del passato ma per rilanciare il futuro, il nuovo libro di Aldo Cazzullo. Con Basta piangere! Storia di un’Italia che non si lamentava, edito da Mondadori, l’editorialista del «Corriere della Sera» si rivolge ai giovani d’oggi, ma anche alla sua generazione, strizzando l’occhio a quelli che hanno qualche anno in più, che forse attratti dall’amarcord, nelle presentazioni pubbliche di Basta piangere!, da quel che si legge sui giornali, sono sempre i più numerosi.

Incontriamo Aldo Cazzullo a margine di una delle presentazioni pubbliche del libro, nell’aula Buzzati della Fondazione RCS a Milano, e con lui facciamo una rapida chiacchierata su alcuni dei temi affrontati nel suo ultimo libro.

Siamo curiosi di capire come nasce questo libro. Da quali osservazioni, da quale esigenza? Insomma, perché, oggi Cazzullo se ne viene fuori gridando “Basta piangere”?

Il libro nasce da una considerazione: vedo che i nostri ragazzi, oggi, sono sfiduciati, credono che il futuro coincida con il destino e che non ci possiamo fare niente. Non è così, il futuro dipende soprattutto da noi. Quindi io non vorrei: uno, che i ragazzi pensassero di essere nati in un Paese sbagliato, voglio che sappiano che sono nati in un Paese straordinario. Certo, l’Italia ha dei vizi antichi da estirpare, e degli scandali anche più recenti da denunciare. E poi c’è il fatto che l’ascensore sociale non funziona più: Michele Ferrero era figlio di un pasticcere, Leonardo Del Vecchio è cresciuto in un orfanatrofio. Oggi storie come la loro sarebbero impossibili. Si tende a ereditare dal padre non soltanto il nome e i beni, ma anche lo status e il mestiere. E non va bene che i migliori dei nostri figli vadano a cercare lavoro all’estero. Il che in sé non è un male: è giusto fare un’esperienza e imparare le lingue, però l’Italia deve creare le condizioni per cui questi giovani ritornino. Il che oggi non accade, per cui regaliamo talenti ed esperienze che abbiamo formato a nostre spese agli altri Paesi, il che è una cosa molto negativa.

 

Eppure non si può negare che oggi le difficoltà siano molte, tra burocrazia, tassazione soffocante, mancanza di opportunità...

Sia chiaro, non voglio negare le difficoltà. L’Italia fa pochi figli, siamo il Paese al mondo che fa meno figli, e questo solo dovrebbe essere al centro di qualsiasi agenda politica, e poi li tratta pure male. Li viziamo troppo, finché sono ragazzi, e non li prepariamo a incontrare le difficoltà che incontreranno, che sono molte. Non si trova lavoro, non si riesce a comprare una casa, è difficile metter su famiglia. Però i nostri ragazzi devono essere consapevoli che l’Italia non è un Paese sfigato in cui nascere, ma è un Paese straordinario. Un Paese che, in tutto il resto del mondo, è considerato la patria delle cose buone e delle cose belle.

Ogni volta che vado in giro per il mondo e dico che sono italiano, mi sorridono, sgranano gli occhi. Incontro persone che vorrebbero vivere come noi, mangiare come noi, bere i nostri vini. E questa domanda di Italia è molto spesso soddisfatta da prodotti “italian sounding”, che suonano italiano, ma non lo sono. Solo di falso parmigiano e falsa mozzarella c’è un giro di sessanta miliardi di euro l’anno. Pensa a quanta Iva e a quanta Imu che ci sono lì dentro. Per tacere moda, mobili, design e altro. E poi non vorrei che i nostri ragazzi pensassero che le generazioni precedenti hanno trovato tutto fatto. Le generazioni precedenti hanno superato prove molto più drammatiche di quelle di oggi. Hanno fatto sacrifici che oggi noi neanche riusciamo a immaginare, hanno combattuto guerre mondiali e guerre civili. Hanno ricostruito un Paese distrutto, materialmente e moralmente. Hanno perso la vita con malattie che ora noi curiamo con tre pastiglie di antibiotico. In ogni famiglia c’è una storia di persone morte per la Spagnola.

Il mio bisnonno, padre di mia nonna, è morto a 26 anni per otite. La mia bisnonna Tilde sposò un uomo che non aveva mai visto, perché nelle campagne piemontesi povere i matrimoni si combinavano. C’era lo sponsale che sapeva che dall’altra parte del fiume c’era una famiglia che aveva un po’ di terra e dove c’era un ragazzo ancora da sposare. Non potevo lamentarmi per le mie pene d’amore.

Lorenzo, il padre di mio padre, andò in guerra, fu fatto prigioniero, e vide i suoi compagni di prigionia morire di fame e di tifo. Non potevo lamentarmi con lui per il morbillo e gli orecchioni, che adesso i miei figli quasi non sanno cosa siano. Nonno Aldo, di cui porto il nome, a 12 anni andò a fare il garzone, cioè lo schiavo, in casa d’altri. Per fortuna era una brava persona, si chiamava Amilcare Fenoglio, era il macellaio di Alba ed era il padre di Beppe Fenoglio, lo scrittore. Solo che il nonno abitava a 15 chilometri da Alba e non aveva i soldi per la bicicletta e neanche per il biglietto della corriera, per cui si faceva 15 chilometri a piedi. Si capisce che non potevo lamentarmi con lui perché non mi compravano il motorino.

 

Tuttavia, lei dice, «Non ho nostalgia del tempo perduto – cito dall’incipit di Basta piangere! –. Non era meglio allora. È meglio adesso»

Ma sì, perché la fortuna di quella generazione era di avere un legame solido. Noi abitavamo con i nonni, e allora i nonni non erano quei simpatici vecchietti che compaiono ogni tanto portando regali, come accade adesso. Vivevamo con loro, non abbiamo provato a fare la guerra, ma sapevamo che le guerre c’erano state. Non abbiamo ricordi diretti del boom, ma ne abbiamo assorbito l’energia. I nostri primi ricordi sono abbastanza negativi. Io mi ricordo Monaco ‘72, l’attacco dei Fedayyin palestinesi agli atleti israeliani alle Olimpiadi, mi ricordo la guerra del Kippur del ‘73. Allora non ce ne accorgemmo, ma ora sappiamo che quando la terza armata egiziana fu accerchiata da Sharon sul Sinai i sovietici minacciarono l’intervento nucleare, e gli americani riuscirono a convincere gli israeliani a cedere. Ma nel ‘73, undici anni dopo la crisi di Cuba, il mondo andò molto vicino a una guerra nucleare. Si aveva paura dell’atomica, si costruivano rifugi antiatomici sotto le case.

Io ricordo gli anni dell’austerity, lo shock petrolifero, le domeniche a piedi. I programmi televisivi che finivano alle 10 di sera. Il terrorismo rosso, il terrorismo nero, i sequestri di persona. L’Italia dei primi anni Settanta era Paese molto peggiore di quello di adesso. Era un Paese più violento, più inquinato (c’erano acciaierie in riva al mare, ciminiere in città, reparti di verniciatura, fonderie...). Era un Paese più maschilista: in certi ambienti si dava per scontato che le donne dovessero stare a casa, ma non solo: i femminicidi non è che non esistessero, non facevano notizia. La mia generazione è stata la prima in cui le ragazze hanno voluto e preteso di lavorare fuori. Quindi è un’Italia di cui non è giusto avere nostalgia. Unica differenza è che allora il futuro non era un problema, ma un’opportunità, mentre adesso il futuro è diventato un problema.

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Aldo CazzulloLa crisi italiana, lei scrive, è germinata molto prima del 2008. Addirittura nel 1992, quando con il trattato di Maastricht è stato imposto un sacrificio a un Paese che non era pronto a sostenerlo.

È uno dei motivi per cui facciamo fatica a rialzarci. Con Maastricht abbiamo perso i due pilastri viziosi del nostro sistema di sviluppo: una moneta debole, la liretta, che attirava i turisti con la valuta forte e facilitava le aziende che esportavano, e una spesa pubblica generosa, che serviva ai partiti di governo per comprare il consenso, ma ridistribuiva anche un po’ della ricchezza prodotta nelle aree ricche, in quelle meno ricche. Oggi, invece, abbiamo una moneta troppo forte per il nostro sistema. Di fatto abbiamo adottato la moneta dei tedeschi, per questo dobbiamo ripensare il nostro modello di sviluppo, investendo in manifattura, turismo, cultura e bellezza.

Ma così come io riconosco nei tratti dei miei figli i tratti dei nonni e bisnonni che ho conosciuto, allo stesso modo io penso che quella grande energia, quella fiducia in se stessi e nel loro Paese, non può essere andata dispersa. Il nostro compito è di ritrovare questo fuoco dentro di noi e di risvegliarlo dentro i nostri figli.

Ecco, il libro si rivolge in particolare ai nostri figli. Basta piangere è una frase d’amore, è la frase che mia mamma mi diceva quando mi vedeva triste e sfiduciato. Siccome oggi anche i nostri figli sono tristi e sfiduciati, mi sento di dir loro Basta piangere.

Ma il libro è anche un grido di richiamo verso la mia generazione. Quella che si è formata con gli anni Ottanta, negli anni del reflusso. Quel “torna a casa in tutta fretta, c’è un biscione che ti aspetta”, non era soltanto il fortunato slogan delle Tv di Berlusconi, era lo spirito del tempo. Finivano gli anni delle politica di strada e di piazza, che hanno causato anche un sacco di disastri, ma sono stati gli ultimi momenti in cui i giovani hanno pensato che si potesse essere felici soltanto tutti insieme, e cominciavano gli anni della ritirata, della febbre del sabato sera, di Grease, del Tempo delle Mele, del Campionato mondiale dell’82. Una stagione in cui i giovani di allora hanno cominciato a pensare che si potesse essere felici soltanto ognuno per proprio conto. Anche quella si è rivelata un’illusione. A noi è sempre mancata molto la dimensione collettiva del vivere. Non siamo una generazione digitale. Non avevamo il telefonino, il computer, i social network, però abbiamo avuto una formazione rigorosa, abbiamo letto i classici (Pinocchio, Cuore, Salgari) e abbiamo anche noi dei simboli che ci identificano come generazione.

 

Ecco, a proposito di generazione digitale, effettivamente viviamo in un Paese che i nostri nonni, ma probabilmente anche i nostri genitori, neppure sognavano. Tuttavia, fino a qualche generazione fa, c’era più senso della famiglia, senso della comunità. Lei propone di recuperare il “noi”, la dimensione collettiva, ma in questo come vede le nuove forme di comunicazione, in particolare i social network: Sono più un ostacolo all’incontro diretto o piuttosto una nuova potenzialità?

I social network sono una grande opportunità. Io mi ricordo quando tornavo dalle prime vacanze-studio in Inghilterra, pieno di indirizzi di amici su tanti fogli a quadretti tremolanti che avrei perduto. Adesso i miei figli tramite il computer si scrivono con coetanei cinesi e brasiliani conosciuti a Londra. Ricordo, invece, i miei amici che si costruivano dei trabiccoli con cui cercavano di entrare in contatto con cuori solitari, con camionisti, disabili… e nella cameretta c’era una mappa del mondo sulla quale si piantavano delle bandierine sui Paesi con i quali si era creato un contatto. Adesso, invece, scopriamo che non è mai stato così facile viaggiare, comunicare, conoscere gente nuova… e, quindi, i social network sono sicuramente una grande opportunità. Ecco, l’unico nostro vantaggio, semmai, era che giocavamo per strada, avevamo sempre le ginocchia sbucciate, e non stavamo sempre curvi su questi giochini elettronici che personalmente detesto.

C’è un altro aspetto poco considerato. La rete, soprattutto in quest’epoca di crisi, tende a essere usata come una sorta di piazza elettronica dove tutti parlano, molti gridano, qualcuno insulta e minaccia, e nessuno ascolta. E la rabbia popolare incontrollata accende un falò che brucia tutto, le caste e le eccellenze, i baroni e chi ce l’ha fatta da sé. Invece, non siamo tutti uguali, non siamo tutti quanti ladri, corrotti e servi. Sarebbe giusto riuscire a distinguere.

 

Un grosso problema: la rete che si somma a superficialità e ignoranza

Sì, ricordo mio nonno che girava sempre con un dizionario, lui faceva il macellaio, gli serviva poco, ma aveva paura di sbagliare le parole, perché l’ignoranza era una vergogna.

Adesso, invece, vedo che l’ignoranza viene quasi rivendicata. Ricorderò sempre una lettera a «Repubblica», di quest’estate, poco dopo la Maturità, nella quale una ragazza si diceva indignata perché uno dei temi era su Claudio Magris, che lei non sapeva chi fosse. Che una ragazza di 19 anni, che viene da 13 anni di scuola, non abbia mai sentito nominare Magris, sinceramente è cosa che mi preoccupa. E mi preoccupa ancor di più il fatto che lei rivendicasse di non conoscere Magris, perché è grave: bisogna essere curiosi del mondo, devi essere aperto alle cose che non sai, anche perché in tanti mestieri alla fine le persone emergono proprio per le cose che sanno.

 

Quale potrebbe essere, allora, il consiglio migliore da dare ai giovani d’oggi?

I giovani devono farsi avanti, devono lottare, devono andare a fare esperienza all’estero, e magari tornare in Italia con un sapere nuovo. Certo, come Paese dobbiamo pensare a un nuovo modello di sviluppo, dobbiamo investire nell’agro-industria e valorizzare quello che è lo stile che ci contraddistingue nel mondo. I giovani, dal canto loro, devono capire che troveranno sicuramente occupazione laddove conta la tecnica e probabilmente dove tornerà di nuovo necessario l’uso delle mani, nella manifattura, nell’artigianato che hanno reso l’Italia famosa nel mondo.

Per leggere gli altri articoli pubblicati sulla nostra Webzine n. 6/2013, clicca qui.

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