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Intervista a Viviana Viviani

Intervista con Viviana VivianiViviana Viviani è nata a Ferrara nel 1974 e vive a Bologna. Ingegnere di professione,  coltiva la sua passione per la scrittura collaborando con varie riviste cartacee e on line. Ha vinto due volte il concorso per racconti brevi di Quotidiano.net ed è stata finalista del premio "Giallo Mensa" di Mondadori. Il canto dell'anatroccolo (Corbo editore, Ferrara, 2012) è il suo primo romanzo, con il quale ha vinto il premio Zafran di Zafferana Etnea.

 

Un ingegnere che si dà alla scrittura. Ci sono precedenti illustri – è vero –, ma com'è successo?

Certo, il grande Gadda! Rispettando le dovute distanze e senza fare paragoni. Ma anche tanti altri, non famosi: ho molti amici che hanno portato a termine studi scientifici e amano la scrittura. Dopo il liceo classico scelsi ingegneria più che altro per timore della disoccupazione. Non saprei ancora dire se sia stato un bene o un male, anche perché oggi la disoccupazione non risparmia nemmeno gli ingegneri, però sono felice di avere almeno le basi della cultura scientifica: aiuta a capire il mondo e non è per nulla priva di creatività. Inoltre credo che paradossalmente migliori la scrittura: un approccio scientifico aiuta a strutturare il testo, bilanciare pesi e volumi delle parole, dar loro appoggi che le sostengano, non lasciare che “sbrodolino”, fare in modo che ognuna sia essenziale e necessaria e trovi il suo posto nella catena espressiva. Non dico che questo sia facile o che io ci riesca, è quello che vorrei.

Il titolo originario del suo romanzo era Il sesso degli Oprini. Chi sono gli Oprini?

Il titolo è stato cambiato per ragioni burocratiche, inizialmente con mia delusione, poiché “Il sesso degli Oprini” era nato con i primi capitoli e tutto il libro è stato scritto con quel titolo in mente. Gli Oprini sono amici immaginari di Arianna, una dei protagonisti… e ogni lettore può decidere quanto immaginari o meno siano! Il sesso degli Oprini, come il sesso degli angeli, è il mistero, l’inconoscibile, quello che forse abbiamo saputo ma non ricordiamo e che forse un giorno torneremo a sapere. Ed è anche la battuta di un dialogo che nel libro farà nascere una storia d’amore. Oggi però amo moltissimo il nuovo titolo, nato dalla mente vulcanica di Roberto Pazzi, il direttore di collana. Il canto dell’anatroccolo unisce Il brutto anatroccolo e Il canto del cigno, le fasi estreme della vita, i momenti di trasformazione, ed esprime molto bene i temi portanti del romanzo.

Ingegner Viviani, qual è, se c'è, la finalità della sua scrittura?

C’è chi dice che scrivere serve a risolvere i propri conflitti, rielaborare il passato e risparmiare i soldi dello psicologo. Io mi sto rendendo conto che mi aiuta molto anche ad affrontare i problemi e le mancanze del presente. Da un banale contrattempo può nascere l’idea per un racconto. Che sia perdere il treno, subire un tamponamento, smarrire un portafoglio. Oppure cose più gravi, perdere il lavoro, un amore che finisce. E anche i grandi dolori, le malattie, le perdite. Senza però cadere nella trappola del ripiegarsi su se stessi: chi parla troppo di sé annoia, e il lettore non va mai annoiato, quindi bisogna trasformare tutto in qualcosa di diverso, che non riguardi più solo noi. Il capoufficio bastardo può diventare il cattivo del prossimo romanzo, l’amico che tradisce sarà la prossima vittima, ma solo quando saranno diventati altro da noi saranno veri personaggi. E soprattutto si possono scrivere finali diversi alla propria vita, il che non è poco.

La sua vicenda editoriale è affascinante: lei ha partecipato a un corso di scrittura di Roberto Pazzi; gli ha sottoposto un manoscritto, come suppongo qualsiasi allievo; Pazzi, fra i tanti, ha scelto il suo per la sua collana L'Isola Bianca. E ora, grazie alla distribuzione PDE di cui gode Corbo, il libro viaggia in tutta Italia. Ma quindi conviene fare un corso di scrittura?

Per me è stato un incontro molto importante, non so però se avvenga di frequente: chi tiene corsi di scrittura viene subissato di romanzi, come gli editori del resto. Come in tutte le cose, il caso ha un suo peso: è molto difficile trovare qualcuno disposto ad investire un po’ del suo tempo nella lettura del romanzo di uno sconosciuto, anche se ha frequentato il proprio corso. Ed ancora più difficile è essere apprezzati. In questo senso Roberto Pazzi è davvero da ammirare per il tempo che dedica alla scoperta di nuovi talenti.

Gli allievi dei corsi di scrittura, appena pubblicati e talora anche prima, si mettono ad insegnare in corsi di scrittura: è il suo destino?

Non credo proprio che dopo un solo romanzo pubblicato potrei tenere un corso di scrittura, non ci penso nemmeno, sarebbe davvero presuntuoso. Però vorrei avere il tempo per continuare a seguirli, perché trovo siano ottime esperienze, almeno quelli ben fatti. È vero, non è grazie a questi corsi che si diventa scrittori, ma non per questo c’è nulla di ingannevole: si ricevono e scambiano consigli, anche di lettura, e si conoscono persone interessanti. Gli amanti della scrittura, e ancor di più della lettura, sono sempre persone un po’ speciali.

Nel suo libro c’è una donna allergica agli uomini. Anche questo è autobiografico?

Ahah, no per fortuna! Però Rosa è uno dei personaggi cui sono più affezionata. È una “cattiva”: lascia morire il padre-padrone senza soccorrerlo e senza alcun apparente rimorso. Eppure, subito dopo quell’evento, si accorge che il suo corpo non può più essere toccato da nessun uomo senza scatenare una violenta reazione allergica, che metterebbe a rischio la sua stessa vita: è diventata la Santa che il padre voleva. Non sa se la malattia dipenda da una maledizione esterna o se sia solo nella sua testa: va avanti nella vita con un po’ di speranza e un po’ di rassegnazione, finché qualcosa succederà. La sua vicenda racconta un percorso di liberazione dal senso di colpa e dall’oppressione della sessualità femminile, che spesso inizia in famiglia. Ed è il contraltare dell’altro personaggio femminile, Arianna: una cerca di sfuggire alla normalità opprimente che la circonda, l’altra vorrebbe riconquistare una normalità che ora le è negata.

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