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Intervista a Tommaso Pincio

Tommaso PincioA differenza del suo quasi omonimo* statunitense, che è ormai entrato nell’immaginario dei lettori, insieme a Salinger, come lo scrittore che non si mostra in pubblico (una antichissima foto in un supermercato e qualche avvistamento miracoloso fanno di Pynchon un postmoderno misterioso e sfuggente), Tommaso Pincio ha un volto conosciuto che non nega alla pubblica visibilità. Ho assistito a un suo intervento al Salone del libro di Torino, la più grande e vorticosa giostra dell’editoria italiana: il suo nome, insieme a quelli Alessandro Bertante e Antonio Scurati, compariva alla fine di una colonna di pagina 96 del programma. «Ore 14 / Sala Gialla. Romanzi alla fine del mondo». Vedere.

In un reportage wallaciano (nelle intenzioni) dal Salone mi stupivo – ma non troppo – di come la Sala Gialla fosse semivuota per quello che a mio giudizio è stato uno degli incontri più interessanti. Pincio, poi, è stato grandioso. Nessun protagonismo, un intervento pacato nei toni ma erudito e allo stesso tempo divulgativo, e l’impressione che, fra i tanti parolai più attenti al marketing che alla letteratura, lui ci creda davvero, nella possibilità che la parola scritta possa servire a rendere conto della realtà, del mondo in cui viviamo, che possa incidere sul reale quanto meno descrivendolo. Ha parlato di Apocalisse, e di predisposizione culturale alla fine della civiltà. Ha parlato della fine del mondo occidentale partendo dalla caduta dell’Impero Romano. Chiedere a lui stesso conferma delle mie congetture sul suo approccio al mondo della carta stampata è privilegio che i ‘potenti mezzi della comunicazione’ (leggasi Facebook) rendono possibile.

Ritieni che siano molti gli addetti alla cultura (brutta espressione) a cui importi davvero della letteratura?

Bisogna vedere cosa si intende per addetti e per cultura. Forse anche l'oggetto letterario andrebbe meglio definito e circoscritto. È sempre più frequente infatti il tentativo di far passar per letteratura anche ciò che non lo è o che lo è soltanto in parte. E c'è persino chi sostiene che scrivere bene sia un'ostentazione elitaria, antiquata, retrograda, che nuoce al raccontare in senso stretto. Se con addetti ti riferisci alle persone che operano nell'industriale editoriale, mi pare evidente che il
fascino del mercato diventa sempre più irresistibile. Quando iniziai la mia carriera di scrittore, e non sto parlando della preistoria ma soltanto di una decina di anni fa, gli editori amavano dire che i best-seller servivano a finanziare l'uscita di testi di qualità o perlomeno più impegnativi. Oggi questo principio è caduto in disuso. Sopravvive tra gli editori minori che però vengono sempre più soffocati dalla grande distribuzione. Sono tuttavia ottimista: non si può vivere di sola spazzatura.
Alla lunga i lettori veri hanno sempre la meglio e saranno proprio loro, con le loro scelte, a obbligare gli editori a non abdicare alla loro missione culturale. Sul lungo periodo, gli addetti ai lavori contano relativamente perché sono i lettori i veri custodi della letteratura.

Quale credi sia il rapporto fra la letteratura e la realtà (penso al libro di David Shields, Fame di realtà, che argomenta l’inesistenza di una verità oggettiva: anche la memoria è ingannevole, a maggior ragione lo è la scrittura)?

Non esiste un codice relazionale prestabilito. La letteratura è una forma di rappresentazione, uno spazio nel quale riconoscersi. La realtà – qualunque cosa essa sia – è un fondale, e nemmeno l'unico possibile, nel quale la persona prende consapevolezza di sé, sperimentando sofferenze e passioni. Se la realtà non fosse popolata di individui, di creature simili a noi, sarebbe la cosa meno interessante di questo mondo. La dimensione sempiterna della letteratura è l'umano non il reale. La realtà è per la letteratura quello che è lo stadio per una partita di calcio. Alcuni stadi sono certo particolarmente suggestivi in sé e per sé ma sarebbero niente se non fossero abitati di pubblico urlante e giocatori. Per una bella partita di calcio può invece bastare un prato qualunque o anche un rettangolo di selciato, e questo è per me il campo della letteratura, una partita che si può giocare ovunque.

Mi capita questo leggendo il libro di David Shields Fame di realtà. Un manifesto (Fazi) nel quale si annuncia dagli Stati Uniti, patria, fabbrica e paradiso del bestseller programmato, che in verità il romanzo è un genere fuorviante, abusato, quasi sempre un po’ fasullo; e che invece l’ aforisma, il saggio, le scritture fuori genere, gli zibaldoni di pensieri e i diari sono molto meglio: sono più onesti, più appassionanti, dicono cose più vere di quante ne dice un romanzo normale e ‘ben fatto’.

La scrittura cosiddetta ‘fuori genere’ è sempre più praticata ma è un territorio insidioso proprio perché, non più costretta tra gli argini di una trama, sembra scorrere libera e senza filtri. Il rischio è quello di credere che per esseri veri basti spogliarsi. La verità può essere nuda e pure cruda, ma ciò non vuol implica automaticamente che la nudità sia vera. In ogni caso non contrapporrei per principio il romanzo ‘normale’ alla scrittura ‘fuori genere’. Non ne vedo il motivo, tanto più che esistono molti esempi ibridi, libri nei quali queste due anime convivono senza troppi conflitti, vedi Ravelstein, l'ultimo romanzo di Saul Bellow.

La chiosa è d’obbligo, a conclusione dell’intervista: Hotel a zero stelle. Inferni e paradisi di uno scrittore senza fissa dimora, ultimo libro di Pincio, edito da Laterza nella collana Contromano (collana, per l’appunto, di ibridazione saggistico-narrativa), è un altro meraviglioso esempio di commistione di generi ben riuscita: taglio da memoir ma imbrigliato in una struttura che si modella sulla Divina commedia (e sul tetto dell’hotel si ritorna a veder le stelle che mancano nell’insegna) e tanti piccoli saggi di letteratura che si integrano perfettamente nella narrazione autobiografica, senza la pedanteria di molta critica italiana.

Tommaso Pincio è uno degli scrittori di cui rimarrà traccia nelle storie letterarie, ne sono sicura.

* Spoiler (non continuare se si vuole essere stupiti nella lettura del libro). L’omonimia nella scelta dello pseudonimo è più stratificata del semplice calco dall’inglese. Pincio spiega, infatti, che Tommaso è l’apostolo che in alcuni vangeli apocrifi si sostituisce a Gesù, dunque un suo doppio. ‘Pincio’, in romanesco, è anche un sinonimo del sesso maschile: in qualità di quasi omonimo dello scrittore postmoderno, Tommaso Pincio si qualifica come «un doppio del cazzo».

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