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Intervista a Stefano Petrocchi, comitato direttivo del Premio Strega

Intervista a Stefano Petrocchi, comitato direttivo del Premio StregaSiamo alla sesta incursione tra i premi letterari più importanti del mondo. Dopo le interviste a Per Wästberg, Presidente del Comitato che conferisce il Nobel per la Letteratura, a Fiammetta Rocco, responsabile del Man Booker International Prize, a Mike Pride, responsabile del Premio Pulitzer, a Harold Augenbraum, direttore esecutivo dei National Book Awards e a Suzanne Nossel, direttrice esecutiva dei PEN American Awards, oggi ospitiamo un’intervista a Stefano Petrocchi, direttore della Fondazione Bellonci e segretario del comitato direttivo del Premio Strega.

 

Quest’anno il Premio Strega compie 70 anni. Qual è l’eredità del passato che ancora sopravvive e va salvaguardata? E cosa rappresenta, oggi, il Premio Strega per la letteratura e per la società italiana contemporanee?

C’è chi ha scritto che con il Premio Strega la narrativa italiana del secondo Novecento ha acquisito una “architettura costituzionale”. Credo intendesse dire che l’albo d’oro del premio può essere considerato una prima ipotesi di canone: un punto di riferimento per studiosi e studenti, per i lettori di professione e per i lettori per passione. Lo Strega ha contribuito inoltre a consolidare il prestigio sociale degli scrittori grazie a una serie di circostanze favorevoli, come l’interesse mostrato fin da subito dalla televisione e dal cinema: la Rai, dacché esiste, ha documentato tutte le serate di assegnazione, mentre sono oltre venti i film tratti dalle opere in concorso o premiate. Chi si aggiudica il premio, infine, ottiene sia il riconoscimento di un’ampia sezione del mondo culturale italiano, i cosiddetti quattrocento Amici della domenica che compongono la giuria “vasta e democratica” voluta da Maria Bellonci, sia – di norma – un notevole successo di pubblico. Mantenere questo equilibrio senza derogare alla qualità delle opere premiate è la sfida, oggi come ieri.

 

Pur considerando la diversità dei libri vincitori, è possibile individuare delle caratteristiche generali che un libro deve possedere per meritare il Premio Strega?

È uno degli interrogativi che cercheremo di mettere a fuoco con il contributo di critici e linguisti in un convegno che la Fondazione Bellonci organizzerà a Roma, in giugno, proprio in occasione di questa settantesima edizione. La mia opinione è che l’opera premiata di solito soddisfa le tre componenti principali della giuria – quella accademica, attenta ai valori letterari più consolidati; quella militante, protesa verso una letteratura più sperimentale; e quella del lettore comune – senza privilegiare un punto di vista particolare a detrimento degli altri. Se c’è un criterio valido per individuare il libro da Strega, insomma, a me sembra di carattere squisitamente formale.

 

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Da Flaiano a Moravia, da Morante a Ginzburg, da Landolfi a Eco, alcuni dei grandi nomi della letteratura italiana sono stati insigniti del Premio Strega, eppure spesso molti sembrano essersene dimenticati lasciando prevalere un sentimento di sfiducia verso il Premio e la qualità delle opere scelte. È solo un generale disfattismo, oppure qualche errore, magari di comunicazione, c’è stato?

Mi risulta difficile determinare l’ampiezza di questo “sentimento di sfiducia” cui allude. Alcuni addetti ai lavori se ne fanno portavoce, è vero, ma in quanto tali potrebbero riflettere interessi specifici e limitati. Se devo basarmi su un dato quantitativo, preferisco farlo su uno statisticamente accertato: almeno dal 1975 a oggi i libri premiati moltiplicano mediamente per cinque le copie vendute. È un dato costante che mi fa pensare come le scelte degli ultimi anni siano in linea con la nostra storia e che di questo sia convinta anche una grande maggioranza di lettori. Se si scorre l’elenco degli autori premiati nell’ultimo decennio – Veronesi, Ammaniti, Giordano, Scarpa, Pennacchi, Nesi, Piperno, Siti, Piccolo, Lagioia – emerge la stessa capacità di rappresentare i valori espressi dalla narrativa italiana che lo Strega ha avuto in qualunque altro segmento temporale. Ad eccezione, forse, degli anni Settanta, in cui vari indicatori ci restituiscono l’immagine di un premio un po’ appannato (numero più alto di opere premiate oggi non in catalogo, assenza di film tratti dai libri in gara, incapacità di intercettare i casi letterari del tempo). Lo Strega riparte proprio nel decennio successivo con Il nome della rosa, 1981.    

 

Negli ultimi anni, ha assunto un particolare rilievo l’attenzione del Premio Strega verso i giovani, prima con l’istituzione del Premio Strega Giovani e poi con il Premio Strega Ragazzi e Ragazze. È un modo per avvicinare le nuove generazioni al Premio, oppure s’inserisce in una più ampia strategia di rinnovamento?

È più di ogni altra cosa un modo per avvicinare le nuove generazioni alla lettura, dando loro l’opportunità e la responsabilità del giudizio. Si può dire che il Premio Strega Giovani – concorrono gli stessi libri selezionati per il Premio Strega degli Amici della domenica; viene assegnato da una giuria di oltre quattrocento studenti italiani fra i sedici e i diciotto anni – abbia sortito già un primo effetto, lasciando intravedere un pubblico della narrativa che in qualche modo attendeva di essere messo a fuoco. Ce lo dice il successo anche commerciale dei libri di Giuseppe Catozzella e Fabio Genovesi premiati in questi primi due anni: esiste una quantità di lettori giovani pronta a identificarsi in storie contemporanee estranee agli stereotipi dei generi letterari fantasy o young adult. Per quel che riguarda il Premio Strega Ragazze e Ragazzi, sentivamo la necessità di attribuire un riconoscimento a una produzione editoriale importantissima, chiamata ad accendere la scintilla del piacere di leggere fin dai primi anni di scuola. Si tratta di una letteratura fatta non di rado da autori di prim’ordine, e da editori abituati a coniugare ricerca innovativa e qualità artigianale.

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Intervista a Stefano Petrocchi, comitato direttivo del Premio StregaA proposito di giovani, la Fondazione Bellonci ha lanciato, di concerto con Mibact, Siae e Cepell, il Premio Scriviamoci, rivolto agli studenti delle scuole superiori di tutta Italia e di quelle italiane all’estero, il cui bando è scaduto lo scorso 24 marzo. Qual è stata l’adesione dei giovani e delle scuole a questo specifico progetto?

Una delle linee guida della promozione della lettura nel mondo è associare il piacere di leggere a quello di scrivere e di raccontarsi. Con il Premio Scriviamoci abbiamo chiesto ai ragazzi delle scuole secondarie di secondo grado di immaginarsi fra qualche anno – avranno tutti “20 anni nel 2020”, come recita la traccia del concorso – e da lì, da quel punto nel futuro, di guardare a come sono oggi: una capriola doppia per incoraggiarli a raccontare il loro presente, i loro sogni, i loro timori. Hanno risposto quasi ottocento studenti in rappresentanza di oltre duecentocinquanta scuole. Ne viene fuori un ritratto generazionale complesso, da leggere con attenzione. Il 14 maggio, al Salone del libro di Torino, scopriremo quali sono i dodici racconti migliori che saranno inseriti nell’agenda “Scriviamoci 2016/17”, pubblicata da Giulio Perrone Editore. Un’antologia e insieme un diario da usare quotidianamente: dai ragazzi per i ragazzi.

 

Quali ostacoli incontra una Fondazione culturale come quella intitolata a Maria e Goffredo Bellonci oggi in Italia?

Gli ostacoli, com’è forse prevedibile, sono quelli che incontra un ente no-profit in un periodo di crisi e attengono alle difficoltà di finanziare i propri progetti. Fino a qualche anno fa la Fondazione Bellonci riusciva a ottenere più contributi per l’attività di promozione della lettura che per il Premio Strega, grazie soprattutto a una maggiore attenzione e disponibilità degli enti pubblici. Oggi accade esattamente il contrario: sono gli sponsor privati a sostenere in misura maggiore la Fondazione, per il ritorno d’immagine garantito dalla notorietà del Premio Strega. Di conseguenza ci siamo trovati nelle condizioni di dover fare uno sforzo creativo per inserire il più possibile l’obiettivo della promozione della lettura nell’orizzonte del premio.  

 

A ogni edizione, puntuali arrivano le polemiche, ma è più forte l’influenza del Premio Strega nell’editoria, oppure si fa sentire con maggiore vigore il peso dell’editoria nel Premio Strega?

Le polemiche sono inevitabili per almeno un paio di ragioni. La notorietà dello Strega consente di avere un beneficio in termini di visibilità anche a chi se ne proclama distante (più o meno ogni anno assistiamo all’autoassegnazione del premio di chi non concorre). La polemica sui premi letterari, in secondo luogo, è un genere giornalistico a sé, come la cronaca nera e l’elzeviro, per cui ad esempio si ottiene un titolo più forte se si racconta la selezione della dozzina dal punto di vista degli esclusi. Ma vorrei completare la risposta aggiungendo un cenno di prospettiva storica. Dalla metà degli anni Sessanta circa, cioè da quando l’editoria diventa compiutamente un’attività industriale, le case editrici hanno assunto l’egemonia sugli altri centri di elaborazione culturale come riviste, avanguardie, università. Questo si riscontra anche nei premi letterari, dove gli editori maggiori riescono a prevalere più spesso. Non è un dato solo italiano, per altro. Mi è capitato già di ricordare come la Mondadori abbia una percentuale di vittorie al Premio Strega analoga a quella di Gallimard al Prix Goncourt (circa il 33%), mentre i due maggiori premi italiani, Strega e Campiello, vedono gli editori con più vittorie nello stesso ordine di graduatoria: Mondadori, Einaudi, Rizzoli, Bompiani, Feltrinelli, Garzanti. In breve, organizzare un premio di rilievo nazionale, che abbia cioè l’ambizione non solo di essere un “market mover” ma anche di influire sul dibattito culturale del paese, non è pensabile senza il contributo degli editori. Si tratta tuttavia di tessere un dialogo, non di subire un’influenza. Si tratta di lavorare insieme per il conseguimento dei rispettivi obiettivi.

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