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Intervista a Sandrone Dazieri: dal noir al thriller, ciò che conta è sempre il ritmo

Sandrone Dazieri, Uccidi il padreDal Noir a thriller la strada può essere piena dinsidie. Ne parliamo con Sandrone Dazieri. Perché ha deciso con il suo ultimo romanzo Uccidi il padre (edito da Mondadori) di compiere questo salto? Aveva bisogno di mettersi alla prova? E come giudica il risultato?

I primi a giudicare il risultato dovrebbero essere i lettori. Ogni volta che rileggo un mio testo mi vengono in mente delle modifiche da apportare per migliorarlo. Penso sia un processo inevitabile, ogni nuovo romanzo è un modo per migliorarsi. Per quanto riguarda il passaggio dal Noir al Thriller, ho sempre amato la narrativa di genere. Il Noir è un tipo di scrittura che mi piace e che funziona, ma per la storia che avevo in mente non andava bene. Serviva il thriller, un sistema di colpi di scena concatenati gli uni negli altri, senza considerare che la formula del Noir in Italia sta replicando se stessa da troppo tempo e non amo ripetermi.

 

Il suo libro racconta la storia di un maniaco seriale che rapisce solo bambini e di un uomo, Dante, che fa da consulente alla polizia in casi di rapimenti. Dante stesso è stato rapito all’età di cinque anni e rinchiuso in un silo, sviluppando unossessione per il suo rapitore. Come le è venuta lidea per la storia?

Io parto sempre dai personaggi e solo in seconda battuta mi dedico al plot. Sono partito da Dante, guardando un silos vicino a Cremona. Ho pensato che lì poteva accadere di tutto e nessuno se ne sarebbe accorto. Qualcuno poteva anche esserci stato rinchiuso, magari un bambino. Poi mi sono chiesto che tipo di adulto sarebbe diventato. Così ho disegnato Dante. Questa figura d’investigatore che ha vissuto delle situazioni estreme da cui ha sviluppato delle capacità che mette al servizio degli altri. Un investigatore pieno di fobie e sempre sull’orlo di una crisi di nervi. Solo dopo aver disegnato le sue caratteristiche e le sue sfumature, mi sono concentrato sul plot che gli si potesse adattare meglio. Così sono nati gli altri personaggi e così è nato anche il maniaco seriale.

 

Dante è un personaggio che rimane impresso nella mente del lettore. Con le sue manie (beve solo un particolare tipo di caffè Kopi Luwak) e le sue perfette e umane contraddizioni (ha la fobia per il buio e i luoghi chiusi, ma per salvare Colomba dopo unesplosione sinfila con abilitàfra le macerie) diventa sempre più reale man mano ci si addentra nella storia. Alla figura di Dante si deve, in gran parte, anche il ritmo del romanzo. Incessante, preciso e inappellabile, tiene avvinto il lettore alla storia come una moto da corsa fra le pagine. Spesso mi è tornata alla gola quella dipendenza da angoscia che ho provato leggendo Il silenzio degli innocenti  di Thomas Harris più di venti anni fa. Come è riuscito a mantenere questo livello di tensione per tutto il romanzo?

Prima di tutto grazie per il paragone, lo considero un grande complimento. Harris, insieme a Jeffery Deaver e Stephen King, è uno dei grandi maestri del Thriller. Questi tre autori sono da studiare continuamente, è grazie alla loro lettura ho imparato a creare le mie storie. Ho cercato di produrre questo tipo di ritmo volontariamente e per farlo ho cercato di togliere tutto il superfluo. Tutto quello che spezza la trama e l’atmosfera o rallenta la curiosità del lettore va eliminato. Ogni capitolo finisce con una sorta di bilancio che ti porta subito a voler iniziare il capitolo successivo e, se devo usare un elemento emotivo, questo va inserito in un momento della narrazione che non interrompa il flusso. Il ritmo ha la precedenza. Si tratta di un lavoro di artigianato. L’ho imparato scrivendo altri libri e leggendo molto. Dentro ovviamente c’è anche il desiderio di costruire dei personaggi veri, ricchi di sfumature.

 

Sono state utili le esperienze come sceneggiatore televisivo, penso a Squadra antimafia e a RIS?

La sceneggiatura televisiva ha la necessità di eliminare il superfluo, bisogna comprimere le storie in un’ora e mezza di visione. È vitale focalizzarsi su quello che si pensa possa interessare di più il telespettatore, riducendo il resto, anche se in questo modo si andrà a tagliare qualcosa cui lo sceneggiatore può essere affezionato. Questo approccio è presente anche nei miei romanzi, sebbene quando mi dedico a una sceneggiatura ragiono per immagini, mentre con un romanzo ho una gamma più ampia di strumenti: pensieri, atteggiamenti, considerazioni che puoi fare sia come narratore che come personaggio. Sei più libero. Certo, la connessione delle scene in modo da tener sempre alta l’attenzione del telespettatore è qualcosa che si può usare anche in un romanzo.

 

Quanto tempo ha impiegato per scrivere Uccidi il padre.

Due anni fa avevo già in mente la storia. Di scrittura vera è stato necessario circa un anno. Ma un altro anno è servito prima per ragionare sui personaggi, nella mia testa o con prove di scrittura. È difficile per me calcolare il tempo reale, anche perché mentre lavoravo al romanzo ho scritto anche alcune sceneggiature. Era molto importante per me che il romanzo raccogliesse al meglio l’immagine mentale che avevo dei personaggi e per questo è stato necessario tempo.

 

Si considera uno scrittore metodico? Deve dedicarsi al libro tutti i giorni senza distrazioni o segue lispirazione del momento?

Scrivo tutti i giorni compresa la domenica e le vacanze. L’ultima interruzione di sola lettura l’ho avuta tre anni fa. Non è però una scrittura focalizzata su un unico obiettivo, ma lavoro contemporaneamente su più fronti. Solo nella fase finale del romanzo mi dedico esclusivamente a una storia. In questi due anni ho scritto due serie televisive e ho lavorato con altri autori come consulente per i loro libri. Ho la capacita di entrare e uscire dal romanzoche sto scrivendo per dedicarmi ad altro, ma non posso concedermi interruzioni troppo ampie. Scrivere è pedalare in salita, dopo un po’prendi velocità e vai, ma se ti fermi, devi riprendere il ritmo ogni volta e questo ti fa perdere un sacco di tempo.

 

In unintervista di qualche anno fa dava come consigli di lettura, accanto a Paul Auster, Philip Dick e Bret Easton Ellis, anche Il lupo della steppa di Herman Hesse, storia di un uomo (Harry Haller) in piena crisi esistenziale, che cerca un equilibrio fra la sua vita così com’è vista e accettata dal di fuori e come invece ribolle all’interno. Come mai Hesse e perché questo libro in particolare? Dante, il protagonista di Uccidi il padre gli assomiglia più di quanto si potrebbe pensare?

Il lupo della steppa è stato uno dei romanzi della mia formazione e mi ha insegnato, insieme a Dick, che il mondo può essere molto diverso dalla nostra percezione. Hesse è stato il primo romanzo che mi ha mostrato l’interiorità di un personaggio come arcipelago di forze. È quindi uno dei libri che mi ha portato a inventare il personaggio de Il Gorilla. Haller è un uomo frantumato che accetta di esserlo. Come dice Leonard Cohen: «In tutti noi c’è una crepa da dove filtra la luce». Più il personaggio è frantumato, più ha la possibilitàdi farsi penetrare dal mondo, ciò lo rende più flessibile e capace di mettersi in discussione. Tutti i miei protagonisti hanno questa grossa frattura, si sentono inadatti al mondo e questo fa sviluppare loro una diversa sensibilità. Riescono a vedere cose che gli altri non vedono. Così è anche per Dante, che ha dovuto imparare nuovamente a esistere e a vivere fra gli esseri umani. Questo l’ha reso più sensibile ai piccoli gesti, ai piccoli errori, ai particolari che gli altri non notano. Ciò l’ha reso anche più capace di mettersi in discussione, senza però rinunciare mai a ciò che ritiene giusto.

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Sandrone DazieriMilano, Roma, Cremona sono le sue città. Decisamente diverse per dimensione, ritmi, vivibilità. Quanto sono state importanti nel disegnare i luoghi e gli abitanti dei suoi romanzi? In Uccidi il padre l'ambientazione romana è molto presente soprattutto con alcuni quartieri. Penso a Tor Bella Monica e a San Lorenzo.

I luoghi sono sempre stati importanti per me. Il Gorilla era milanese per definizione. In realtà tutti i luoghi che rappresentavo erano nella mia mente, uno specchio del mondo reale. ConUccidi il padre ho sentito la necessitàdi usare i luoghi reali. Dovevo sentire la realtàdelle pietre, delle case, dei luoghi nel libro. Ho descritto ambienti con maggiore dettaglio, andando a studiarli e a documentarmi. Roma è diventata una città molto importante per me, ci vivo due giorni a settimana. La casa di Dante che descrivo è stata la mia casa a San Lorenzo. Mi ha dato una forte emozione che ho voluto trasportare nel libro.

 

Una fotografa americana ha riprodotto alcune tavole o piatti estrapolati dalle descrizioni presenti in alcuni romanzi che lei ha amato (da Dickens a Fitzgerald, da Salinger a Kafka), replicando in maniera maniacale ogni particolare e poi unendoli in una raccolta di immagini (Fictitiousdishes) che ha avuto un enorme successo oltreoceano. So che lei ha fatto il cuoco prima di dedicarsi completamente alla scrittura. Quanto è importante il cibo e i sensi che attiva (gusto, odorato, tatto) e quanto li utilizza nei suoi romanzi?

Ho fatto il cuoco e poi ho smesso perché non ero abbastanza bravo. Amo mangiare, anche se sono un po’ limitato dall’essere vegetariano. Adoro cucinare per gli amici, è un momento di socializzazione molto importante, tanto che mia moglie mi dice spesso che dovrei scrivere un libro di ricette, ci sto pensando. I sensi sono molto importanti in un romanzo, più riesci a rappresentarli concretamente, più sarà efficace il testo. In Uccidi il padre non mi sono soffermato tanto sul cibo, anche per distinguermi dal cliché del protagonista del noir che è appassionato di cucina. Ma non è detto che non possa lavorare a un thriller dedicato al cibo. Dante si presterebbe e nel romanzo che sto scrivendo adesso, che è il seguito diUccidi il padre, previsto in uscita per la fine del 2015, sto andando un po’in questa direzione.

 

Vorrei chiudere con una domanda al Dazieri lettore. Cosha sul comodino pronto da leggere?

Sto leggendo un saggio Sesso, crimini e il senso della vita. Indagine sulla natura umana di Douglas T. Kenrick (il Saggiatore). È un testo di psicologia sociale che è sempre stata una mia passione. Poi vorrei leggere Mr. Mercedes, l’ultimo romanzo di Stephen King che ho preso in inglese perché non potevo aspettare che venisse tradotto e poi ho una cinquantina di libri che aspettano il loro turno sul comodino, poverini. Ma li leggerò tutti.

 

Le capita di rileggere, c’è un testo cui è affezionato?

Anni fa mi capitava di più. Oggi rileggo per studiare i testi. Attività fondamentale. Ho riletto IT di Stephen King ultimamente e Dalia nera e White Jazz di James Ellroy. Perché m’interessava capire meglio il loro utilizzo dei personaggi. Il mestiere dello scrittore è fatto di tecnica. Cercare di capire come lavorano gli altri autori è importante, anche partendo dai particolari. Come intitolano i capitoli, come li numerano. Tutto ti può dire qualcosa in più sul modo di raccontare di un autore che ami, senza mai perdere la tua voce.

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