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Intervista a Sandra Petrignani, su “Il catalogo dei giocattoli”

Sandra Petrignani, Il catalogo dei giocattoli«Fondamentale è l’odore» scrive Sandra Petrignani alla voce Bambolotto nel suo Il catalogo dei giocattoli (BEAT, 2013), e subito mi è tornato in mente «quel profumo speciale, che varia da tipo a tipo, ma non può lasciare indifferenti» del bambolotto tanto desiderato, atteso e infine follemente amato che mi portò in dono il Natale dei miei sette anni. Credevo il ricordo fosse scivolato via col tempo, consumato dall’età, e invece è bastato leggere questo libro per immergermi in un «esercizio proustiano di tante diverse madeleine»… o quasi. Ma, in fondo, non c’è di che sorprendersi, la magia di ogni buon libro consiste esattamente in questo: restituire, tramite la narrazione, un frammento della nostra esistenza, passata, presente, auspicata per il futuro; in altre parole, sognare come si sognava, fantasticava e contemporaneamente si viveva, obliquamente, attraverso i giocattoli più amati nella nostra fanciullezza.

Questo libro è stato pubblicato per la prima volta nel 1988. È superfluo sottolineare i cambiamenti eccezionali, le trasformazioni epocali intercorse nel frattempo a più livelli e sotto molteplici aspetti, incluso quello del gioco e del giocattolo: potrei sbagliarmi, ma ho l’impressione che se per i lettori di allora questo catalogo poteva avere il senso della nostalgia, il riflesso della memoria, in quelli di oggi, forse, spicca la meraviglia, il romanzo, quasi nella sua accezione classica, invenzione di un mondo altro rispetto alla realtà contingente. Del resto, chi per Natale o per qualunque altra ragione si è trovato a sfogliare di recente un catalogo dei giocattoli avrà probabilmente ritrovato alcuni tra quelli da lei descritti ma in una forma sensibilmente diversa: pulsanti, circuiti, microchip rappresentano oggi il cuore del giocattolo, senza i quali per alcuni esso non sarebbe che un semplice soprammobile, decorativo ma privo di scopo. La giustificazione prevalente è che l’incontro, anche molto precoce, dei bambini con la tecnologia incrementi e stimoli lo sviluppo cognitivo. Ma non penalizza la fantasia? Ovvero, non c’è il rischio che le prossime generazioni sviluppino un’intelligenza tecnica più che creativa o addirittura emotiva?
È probabile, ma non sono un pedagogo e non saprei giudicare le conseguenze del cambiamento sulla psiche del bambino. Penso che si debba essere “assolutamente moderni” comunque, per ricordare Rimbaud, e vivere nel proprio tempo. Dunque, non la farei lunga con le preoccupazioni. Mi piace, invece, questa sua impressione sulla lettura più “narrativa” che si fa oggi del mio libro rispetto alla prima pubblicazione di oltre vent’anni fa. Allora venne letto come sperimentale, un po’ avanguardistico. Non lo era, e adesso che siamo lontani da quel periodo innamorato di Perec, risulta evidente.

Nel suo Catalogo sono spesso evidenziati, seppure senza intenzione alcuna di assolutizzazione, le differenze tra il giocattolo a maggiore fruizione maschile o femminile, l’uso diverso in relazione al genere. Sempre senza assolutizzare alcunché, crede che se passassimo dal piano del gioco e del giocattolo a quello della scrittura si potrebbero cogliere le medesime differenze, in altre parole si può parlare di una scrittura tipicamente femminile o tipicamente maschile quanto a stili, temi, strutture narrative condizionanti?
Non l’ho mai creduto se non da un punto di vista contenutistico. Continuo a pensare con Coleridge e con Virgina Woolf che la personalità artistica sia sostanzialmente androgina.

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Sandra PetrignaniIn quarta di copertina c’è un’affermazione di Gianni Celati che mi ha molto colpita e con cui concordo pienamente: sottolinea, giustamente, il suo lavoro di ricerca con le parole. Spesso si crede che il mestiere di uno scrittore sia proprio lavorare con le parole, ma altrettanto o forse più importante ancora è lavorare sulle parole,ricercarle, sceglierle, curarle. Dovrebbe essere una regola eppure personalmente la trovo sempre più un’eccezione.
Se è un’eccezione siamo fritti. Non avrebbe senso dirsi scrittori. Se scrivendo non si esercita una cura maniacale per la parola e per la sua concatenazione con le altre parole, non si fa qualcosa di molto diverso del redigere la lista della spesa. Quando scrivo, m’interessa la costruzione del racconto, il modo di raccontare più che il racconto in sé. Voglio dire che mi chiedo a ogni frase se è quello il modo migliore per esprimere ciò che sto cercando di dire. E cambio certi dettagli, la posizione delle parole dentro le frasi anche molte volte, fino a quando mi sento soddisfatta. Gli scrittori che non lavorano così, comunque, o sono molto dotati o sono molto sciatti. Manganelli, alla fine della sua vita, parlava esattamente come scriveva; non aveva più bisogno di correggere e se ne disperava, perché si divertiva molto meno.

Due anni fa nel suo bestseller Addio a Roma (Neri Pozza, 2012) ha tratteggiato finemente i contorni di una formidabile, forse irripetibile stagione culturale, quella che va dagli inizi degli anni Cinquanta alla metà dei Settanta. Rispetto a quei tempi memorabili, cosa manca, se qualcosa manca, alla cultura letteraria contemporanea?
Tutto l’essenziale: sentirsi come scrittori, come intellettuali, abitanti di una terra libera e selvaggia, ogni artista nella sua unicità, ma comunque diversi da tutto il resto, non redimibili.

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