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Intervista a Pierluigi Battista: i libri sono pericolosi!

Pierluigi Battista, I libri sono pericolosi. Perciò li bruciano«I libri vengono bruciati dai fanatici, non dagli ignoranti». È un passaggio tratto dall’ultimo libro di Pierluigi Battista (I libri sono pericolosi. Perciò li bruciano) appena uscito per Rizzoli e presentato in anteprima al Salone Internazionale del Libro di Torino. Il libro guida il lettore alla scoperta di un’amara verità: i roghi di libri sono stati ideati da chi i libri li leggeva, capiva (e spesso amava), e proprio per questo ne temeva l’effetto sulle persone. Da Hitler e dalla sua collezione di 16 000 volumi, passando per Pol Pot che ha trascorso la sua giovinezza sotto l'effetto inebriante di Sartre, formandosi alla Sorbona di Parigi, fino a Mao e Khomeini, molti sono i dittatori o i "semplici" leader che sono stati ossessionati dai libri e dal loro potere di sostenere o distruggere idee e relativi sistemi di controllo e di governo. E se oggi bruciare fisicamente un libro diventa un'azione puramente dimostrativa, grazie alla digitalizzazione della conoscenza avvenuta negli ultimi decenni, la violenza insita nel gesto rimane; anzi la Rete potrebbe creare involontariamente nuovi pericoli per la libera diffusione delle conoscenze. Proprio da questa riflessione vorrei far partire il nostro confronto con Pierluigi Battista.

 

Nel suo libro si riporta il commento di George Steiner sul web, che è di fatto la realizzazione della “bibliotheca universalis” di Leibniz, ossia una biblioteca illimitata, infinita. Il suo essere ovunque e a disposizione di chiunque rende certamente il lavoro dei piromani più complicato, sebbene non impossibile. Anche perché non c’è un organo che verifica l'attendibilità dei contenuti, e quindi chi potrebbe impedire ai piromani di camuffarsi da divulgatori al solo scopo di incendiare le idee che ritengono pericolose?

Certo, la democratizzazione comporta l’imprecisione. Basta vedere le logiche che hanno dato vita a Wikipedia. Questo è un rischio inestirpabile. Ecco perché penso che non vadano distrutti tutti i filtri. Mentre sono un sostenitore dell’assoluta libertà del web, penso che alcune norme esistenti sulla stampa andrebbero rispettate anche sulla Rete. Se io scrivo qualcosa di palesemente falso su una persona, dovrei assumermi la responsabilità di ciò che scrivo e subirne le conseguenze, anche se lo scrivo sul web. Ma ogni rivoluzione ha i suoi rischi. Anche con la rivoluzione della stampa avvenuta con Gutenberg è successa la stessa cosa. Insieme a libri splendidi è stata pubblicata molta paccottiglia, anzi la manualistica faceva la parte del leone. Ma il rischio del sovraffollamento da paccottiglia è stato bilanciato dagli effetti che l’invenzione della stampa ha offerto all’umanità. Oggi, grazie all’accesso democratico alla comunicazione, chiunque può esprimere il suo pensiero su un evento. Quanti tweet verranno scritti su questo salone del libro? Migliaia. E quanti saranno interessanti? Davvero pochi. Eppure questo è un rischio da correre, anche perché in tutti i Paesi in cui si è attivato il monitoraggio di questo tipo di comunicazione (penso alla Cina), si è passati in un attimo a un sistema di controllo illimitato che ha cancellato migliaia di idee.

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Pierluigi Battista, I libri sono pericolosi. Perciò li bruciano«Le idee sono sempre generose e nobili. Certo che lo sono, ma possono essere nobilmente assassine». Viene subito in mente il riferimento che, proprio nel suo libro, si fa al personaggio di Raskol’nikov, protagonista di Delitto e Castigo di Dostoevskij. Certo, può venir voglia di far scoppiare la propria rabbia come ha fatto Raskol’nikov, e non sorprende di trovare, proprio sui muri del vicolo dove Dostoevskij ha immaginato fosse l’abitazione del suo protagonista, incitazioni in tutte le lingue a sostegno dell’assassinio della vecchia usuraia a colpi di accetta. Scrivere è liberatorio e riduce la pressione. E certamente, grazie alla lettura del romanzo, si potrebbe anche tentare di preparare la propria coscienza all’impatto della colpa, cosa che non è riuscita molto bene a Raskol’nikov. Ma sempre lo stesso libro avrà posto degli interrogativi e dei dubbi nella mente del lettore, portandolo a mettere in discussione tutte le idee, anche quelle assassine. E allora, se leggere non farà di noi cittadini migliori, ci renderà almeno pensatori migliori?

La tesi fondamentale di questo libro è che i grandi piromani di libri siano prevalentemente dei fanatici, talmente affezionati all’assolutezza di un’idea da non sopportarne un’altra diversa dalla loro. Le idee sono quindi nobilmente assassine, perché in nome di quelle idee si è legittimato anche l’assassinio, e di casi ne potremmo citare purtroppo parecchi nei molti regimi totalitari ancora esistenti.

I libri rendono certamente i lettori dei pensatori migliori, li rendono più vivi, capaci di percepire. Penso all’esempio che faceva di Delitto e Castigo... il tormento del protagonista fino in fondo... sebbene questo non li trasformi tutti in assassini. Eppure alcuni potrebbero pensarlo. Nel mio libro riferisco il caso di Goethe che, con I dolori del giovane Werther, venne accusato di aver incitato i giovani che avevano letto il suo libro al suicidio, poiché effettivamente c’erano stati dei casi di ragazzi che, dopo aver letto la storia del giovane Werther, erano rimasti talmente affascinati dall’ideale romantico dello struggimento che il libro racchiude, da togliersi la vita. Accuse ridicole, da cui comunque lo scrittore si è dovuto difendere. È un po’ come il cinema, che spesso viene accusato di essere l’ispiratore di atti violenti solo perché li ha rappresentati.

 

Kafka chiese a Max Brod di bruciare tutti i suoi scritti dopo la morte, cosa che, fortunatamente per noi, l’amico non fece. Gogol’aveva la fama di incendiario, essendosela presa con molte sue opere. Gli scrittori dovrebbero essere i primi a rendersi conto del potere del proprio lavoro, e allora perché frenare quel potere? Perché anticipare i lettori piromani?

Proprio per il potere che attribuiscono alle loro cose, possono essere i primi a volerle distruggere. Spesso si crea un rapporto di amore e odio per ciò che si è scritto o se ne può avere paura, e per questo la via più semplice può apparire l’azzeramento del proprio pensiero.

 

A questo punto non so se ho il coraggio di chiederle cosa legge e cosa vorrebbe bruciare se potesse.

Sto leggendo un vecchio libro di Amos Oz, Una storia di amore e di tenebra, che avevo sempre lasciato a metà ed è un libro assolutamente strepitoso. Io sono sempre più dell’idea che i libri siano come i vini, andrebbero letti dopo qualche anno dalla loro uscita. Alcuni migliorano con il tempo.

 

Mentre ci salutiamo, le parole di Pierluigi Battista rimangono sospese ancora per un po' intorno a me, a mezz’aria. Come piccoli pacchetti di fiammiferi, sono già pronte a prendere fuoco all’unisono insieme al loro creatore, se qualcuno sarà capace di rubargli qualche altro minuto fra gli impegni istituzionali a cui il Salone lo chiama a presenziare. Per farlo dovrà essere molto veloce.

Lo scorso anno è uscita la versione italiana di un libro molto interessante scritto a quattro mani da due studentesse di letteratura di Cambridge (Ella Berthoud e Susan Elderkin), The novel cure, in italiano pubblicato da Sellerio nel 2013 con il titolo Curarsi con i libri. I libri vengono proposti come rimedi per ogni problema, da quelli fisici a quelli emozionali. C’è persino la cura letteraria giusta per chi si comporta come un dittatore. Chissà cosa ne penserebbe Pierluigi Battista e se la adotterebbe come rimedio per i suoi “piromani libreschi”.

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