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Intervista a Patrizia Remiddi, docente di scrittura creativa

Patrizia RemiddiGli incontri con scrittori e organizzatori di corsi di scrittura creativa proseguono e ci portano nuovamente a Roma. La chiacchierata di questa settimana è con Patrizia Remiddi, dell'Agenzia Il Segnalibro, azienda nata nel 1989 come agenzia letteraria.

Patrizia Remiddi, che i primi anni della sua carriera si è occupata di pittura, moda, arredamento, grafica editoriale e pubblicitaria, è stata per cinque anni art director della rivista «Il Laboratorio del Segnalibro», prima di assumere l'incarico, nel 2005, di direttore editoriale della casa editrice, con la quale ha pubblicato vari libri e curato alcune collane.

A incuriosirci della sua attività è un progetto incentrato sul mondo delle fiabe e l’organizzazione dei corsi molto diversa da quelli che abbiamo raccontato finora (con Annalisa Bruni, Raul Montanari e Cinzia Tani), a partire proprio dal fatto che a lei non piace chiamarli corsi.

 

Quando avete iniziato a tenere corsi di scrittura e qual è stata la loro evoluzione nel tempo?

La nostra agenzia ha cominciato nel 2000 a occuparsi di formazione per redattori e giornalisti. Abbiamo tenuto vari corsi in tutta Italia, che poi sono stati erogati anche a distanza. Col tempo, visto il consenso ottenuto, abbiamo cominciato a diversificare l’offerta. Nel 2005 è nata la casa editrice omonima e, rinnovando la struttura della società, anche i corsi hanno preso una nuova direzione. Volevamo proporre qualcosa di nuovo, così abbiamo pensato a un percorso didattico dedicato alla scrittura di genere fiabesco.

All’epoca ero direttore artistico della rivista «Il Laboratorio del Segnalibro», dunque mi occupavo di altro, ma essendo le fiabe una mia passione ne sono divenuta la responsabile, pur avendo una formazione “poco letteraria”, dato che dopo aver frequentato il liceo artistico mi sono laureata in architettura.

 

Una formazione più tecnica che letteraria, dunque. Ha trovato difficoltà ad adattarsi al nuovo ruolo?

Penso che forse proprio gli studi di architettura mi hanno portata a guardare a questo progetto in maniera diversa rispetto ad altri docenti con una preparazione prettamente letteraria. È stato così che ho cominciato a scrivere, grazie anche alla casa editrice che cresceva attorno a me e ai collaboratori che hanno messo a disposizione la loro esperienza. Ho appreso quindi i “segreti” del mestiere e col tempo ho imparato che avere le idee non basta. Quindi mi sono documentata e preparata sull’argomento e ho proposto lo stesso percorso mettendomi dall’altra parte della barricata, convinta che potevo trasmettere agli altri quello che altri avevano trasmesso a me.

 

In che modo la vostra scelta si è orientata su un testo così particolare come la fiaba? Non c'è stato il timore di creare un qualcosa di troppo "esclusivo"?

Il genere fiabesco mi ha sempre appassionato e ho notato che l'immaginario della fiaba ha un forte impatto non solo sui bambini, ma anche sugli adulti. Così ho cominciato a preparare questo corso iniziando con qualche seminario e incontri con piccoli gruppi, 3-4 persone al massimo.

Tuttavia la formula non mi convinceva. Da qui l’idea di puntare su esperienze diverse, con lezioni individuali che superano il maggiore gap dei corsi di gruppo, ossia le differenze di preparazione degli allievi. In passato mi è capitato di avere davanti, nello stesso gruppo, laureati e persone con la licenza media: una situazione difficile da gestire, almeno per me. Ho pensato così di passare a corsi individuali. Peraltro ora le lezioni si svolgono sia qui a Roma in sede che a distanza in video conferenza, e i risultati sono molto soddisfacenti.

 

Tutte le esperienze di cui abbiamo parlato finora riguardano corsi in aula, con un contatto diretto tra docente e allievi. Lei non trova difficoltà nel tenere corsi a distanza? In che modo si organizza?

Diciamo che le mie non sono proprio lezioni intese nel senso abituale, per questo sono un po’ titubante nel chiamarli "corsi". Preparo delle dispense, certo, ma all’inizio lascio che la creatività dell’allievo emerga senza limitazioni di regole. Poi, insieme, si ricomincia da capo e lavoriamo su errori o cose che possono essere migliorate. In quel momento entra in ballo qualche “regola” ma solo quando l’allievo è pronto per metterla in atto. E questa tecnica dà buoni risultati.

Le mie lezioni sono simili a dei colloqui alla pari. Non mi metto nei panni della professoressa lasciando che dall'altra parte mi si ascolti passivamente. C'è sempre uno scambio proficuo di informazioni e conoscenze. Anche perché il contatto c’è. La tecnologia aiuta molto e mi permette di parlare con allievi residenti in tutta Italia e anche all’estero.

 

Tra queste c’è qualche esperienza che ricorda con particolare piacere?

Ricordo con piacere una delle mie prime allieve, una signora italiana residente a Boston. Lei aveva già una buona preparazione di base, ed è stato un piacere lavorare assieme, con un continuo e reciproco passaggio di informazioni.

Un’altra esperienza interessante è stata la formazione di un gruppo di clown-dottori già impegnati in un ospedale pediatrico. Affascinante. Il clown ha bisogno dello strumento fiaba per trasmettere un messaggio di serenità ai bambini, nello stesso tempo ha bisogno di apprendere una tecnica per sviluppare il proprio lato creativo e saper improvvisare, dando vita a storie sul momento, facendo però attenzione a ciò che è meglio raccontare a bambini che soffrono; devono essere racconti delicati, costruiti con accuratezza. Alla fine, per quanto difficile, è stato motivo di crescita anche per me.

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Patrizia RemiddiMa con quali obiettivi, con quali aspirazioni un allievo si presenta a lei?

Chi partecipa a un corso di scrittura sulle fiabe non sempre parte con l'ambizione di pubblicare e diventare famoso. Spesso lo fa per ragioni professionali, perché lavora a stretto contatto con i bambini, per affinare le tecniche narrative o semplicemente per acquisire una maggiore padronanza nel saper raccontare. Altre volte le motivazioni sono più impegnative: dopo i clown-dottori ho incontrato una signora che doveva affrontare con una bambina il tema della perdita di una persona cara: ha voluto farlo attraverso una fiaba. Questa differenza di richieste e di esigenze fa sì che il mio programma sia modificato costantemente.

Certo, la nostra esperienza, anche come agenzia letteraria, ci ha portato a notare un cambiamento radicale nelle richieste. Mentre in passato gli autori si rivolgevano alle agenzie con la consapevolezza di dover fare un percorso, nel giro di pochi anni sembra che si voglia evitare un confronto diretto con gli editori. Il risultato lo conosciamo tutti: una superproduzione di testi di qualità molte volte discutibile. Le ambizioni poi, occorre dirlo, si scontrano anche con altri ostacoli. Tempo fa avevamo una storia bellissima, impressione confermata anche dall'editore al quale l'avevamo proposta, ma lo stesso, tuttavia, ci ha comunicato dopo un po' che la pubblicazione era stata bocciata dal responsabile marketing in quanto l’opera non corrispondeva con la richiesta di mercato. Come dire: oggi se non scrivi noir o storie di spionaggio è più difficile farti pubblicare.

 

Ha degli autori, dei volumi o delle persone di riferimento?

Gianni Rodari, con la sua Grammatica della fantasia, è sicuramente un aiutante fantastico. Altro riferimento obbligatorio è Vladimir Propp, con la sua Morfologia della fiaba, ma la mia Bibbia è Il mondo incantato di Bruno Bettelheim. Trovo inoltre che Il piccolo principe di de Saint-Exupéry sia un capolavoro insuperabile. Altri punti di riferimento sono quegli autori che hanno studiato l'età evolutiva del bambino, da Freud a Piaget a Erikson.

Il libro Guarire con una Fiaba, di Paola Santagostino, mi ha aiutata a migliorare la consapevolezza che lo strumento fiaba può servire anche per guarire se stessi. Al di là della struttura ha qualcosa in più e incide anche in profondità a livello psicologico. Per questo mi confronto spesso con uno psicologo quando mi trovo di fronte a problematiche specifiche.

Da qui è nato il progetto di “Una fiaba salverà il mondo”, che a dicembre 2013 ci ha visti pubblicare il primo libro di "fiabe per adulti" (sia chiaro, una definizione senza nessuna ambiguità, ndr) che mescola elementi fiabeschi alla realtà dei nostri giorni.

 

Ha qualche curiosità da raccontarci sugli ultimi progetti portati a termine?

A dicembre, come detto, abbiamo pubblicato la prima fiaba vissuta ai nostri giorni, con protagonisti Babbo Natale e la Befana incaricati di salvare il mondo.

A breve la pubblicazione di un'altra bellissima fiaba, che vede una giovane tartaruga attraversare il Mar Mediterraneo per scoprire le proprie origini.

Da pochi mesi abbiamo attivato anche una pagina su Facebook, attraverso la quale cerco di interagire fornendo informazioni tecniche sulla scrittura e non solo. I post sono pensati per generare riflessioni e dialogo e i "mi piace" che raccogliamo sono molto utili, perché consentono di capire cosa la gente cerca, di cosa ha bisogno.

 

Cosa avete di nuovo in serbo per il prossimo futuro? Può anticiparci qualcosa delle novità dell’Agenzia il Segnalibro?

Per ora continueremo a lavorare sulle fiabe: proprio in base alle esperienze maturare sto ultimando un libro, una guida per chi vuole scrivere fiabe ricco di esercizi sui quali sperimentare le proprie capacità.

Abbiamo completato da poco una collaborazione con la rivista L'orologio, con dei racconti sul tema del tempo, già pubblicati e sono in programma due nuovi titoli per la collana “Libri in tempo reale”.

Stiamo indirizzando la nostra produzione verso l’editoria digitale cercando di differenziare le proposte sul mercato con prodotti nuovi e facilmente accessibili anche da tablet e cellulari per invogliare i lettori ad acquisti sempre più rapidi e diretti, con pochi clic!

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Commenti

Complimenti per la bella intervista, adesso, finalmente anche io conosco il tuo passato da architetto.

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