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Intervista a Paolo Restuccia e Enrico Valenzi, docenti di scrittura creativa

Paolo RestucciaLa nostra chiacchierata settimanale con docenti di corsi di scrittura creativa questa settimana si sdoppia. Restiamo a Roma, dove abbiamo già incontrato Patrizia Remiddi, per conoscere da vicino l’esperienza della Scuola Omero, retta da due colonne quali sono Paolo Restuccia e Enrico Valenzi. Il primo, già famoso per essere il regista della seguitissima trasmissione di Radio2, Il ruggito del coniglio, è anche autore Rai, traduttore e autore: suo il terzo manuale di narrativa di Omero, La palestra dello scrittore – Le parole e la forma. Enrico Valenzi, giornalista, traduttore in Italia di tutte le opere di Bernard Quiriny, è autore del primo e del secondo manuale della casa editrice, La palestra dello scrittore e La palestra dello scrittore – Il ritmo e il movimento, e, assieme a Restuccia, del Manifesto del Fantareale. Dicono di lavorare assieme da talmente tanti anni (oltre a essere grandi amici anche oltre l’ambito professionale) che ormai si sentono una cosa sola, tanto che “anche le nostre mamme faticano a riconoscerci”. La Scuola Omero, loro creatura, ha il pregio di essere stata riconosciuta dall’Unesco come la prima scuola di scrittura italiana. Vediamo dunque di capire da dove tutto ha avuto inizio, ci raccontate quando e come avete iniziato a tenere corsi di scrittura creativa?

A rispondere per primo è Enrico Valenzi. L’iniziativa è nata con un curioso rimbalzo. Si era formato un gruppo di appassionati di cinema all’interno del quale era nata l’idea di realizzare una docu-fiction sul fenomeno dei primi flussi di migranti a Roma, sulla base di quello che poi sarebbe diventato il romanzo di Edoardo Albinati, Il polacco lavatore di vetri. Il documentario, per vari motivi, non andò in porto, ma rimase il gruppo, deciso a continuare a parlare di progetti di scrittura. In quegli anni c’era già qualcosa di simile, a Milano, con Giuseppe Pontiggia, ma noi volevamo creare uno spazio dove ci fosse tutto da ricominciare. Avevamo grande fiducia in noi stessi e nelle potenzialità di quello che andavamo a creare, pensammo di coinvolgere qualche nome importante della cultura e trovammo pronta risposta in un grande personaggio, quello di Vincenzo Cerami. Già attivo in tanti settori che avevano affinità con la scrittura, Cerami era pure un uomo che aveva avuto la fortuna di incrociare quel grande maestro di narrativa che fu Pier Paolo Pasolini, e a sua volta già lanciava progetti editoriali, anche grazie alla sua posizione. Era infatti al centro di Theoria, casa editrice romana all’interno della quale si è poi formato un autore come Sandro Veronesi. Cerami ha aderito da subito al nostro progetto e da lui partì, nel 1988, il nostro primo corso di scrittura. Molti ne sono seguiti, negli anni a venire, con nomi quali Lidia Ravera, Sandro Veronesi,Giancarlo De Cataldo, Marco Lodoli, Elena Stancanelli, Susanna Tamaro, Marco Paolini e molti altri.

 

C'è stata una evoluzione dei vostri corsi nel tempo? Nel tempo sono cambiate le tecniche o le tematiche?

Risponde Paolo Restuccia. Il nostro obiettivo è sempre stato quello di far uscire dalla scuola Omero qualche bravo scrittore, talvolta ci è pure riuscito molto bene, pensiamo ad esempio a Gianrico Carofiglio. Con Enrico siamo perfettamente sintonizzati nel dar vita a una forma di didattica che proviamo a rendere sia interessante che divertente. Ogni lezione è una sorta di evento a sé stante. Questo ci ha portato a una struttura che ora è organizzata su tre livelli. C’è un primo laboratorio nel quale si insegnano le principali tecniche narrative. Si tratta di un laboratorio di base, che va bene per chiunque; il secondo livello si basa su approfondimenti di alcuni aspetti della scrittura, da qui entra in gioco un editor che comincia a valutare il livello dei testi che sono stati scritti dai nostri allievi. Anche sulla base di questi incontri inizia una sorta di selezione; da ultimo il terzo livello, un laboratorio con il quale cerchiamo di accompagnare un autore a scrivere la sua opera, che sia un romanzo o una raccolta di racconti. Un accompagnamento gentile, semplice, senza forzature. L’autore scrive, a casa sua, ci invia i testi e noi li leggiamo, gli facciamo notare le parti o gli aspetti da migliorare, l’autore torna a casa e si rimette a scrivere, e così via… finché lo scritto con convince.

 

E alla fine tutti questi arrivano alla pubblicazione?

E.V. Diciamo che c’è un percorso di crescita individuale della persona, ma non solo, e questa è la parte importante. Poi, come capita sempre, ci sono romanzi anche molto belli, ma che non verranno mai pubblicati. Tra i “nostri”, ogni anno finora, da quattro a sei hanno finito col pubblicare, anche con case editrici importanti. Questo è il nostro obiettivo. Siamo molto lontani dall’idea che qualcuno debba pagare per pubblicare, allo stesso modo in cui ci troviamo lontani da chi intende pubblicare senza sottoporre il testo a un editing. Per quanto ci riguarda uno scrittore deve convincere noi due, poi gli altri docenti, quindi uno degli editor che collaborano con noi, prima di arrivare a una casa editrice. Che sarà, pure quest’ultima, da convincere.

 

Una bella scalata, ma da lì in poi? Solo discesa?

E.V.Magari! Può capitare di arrivare ad essere pubblicati e poi trovarsi senza ufficio stampa perché nel frattempo la casa editrice ha deciso di puntare si altri titoli. Come sempre ci vuole anche una buona dose di fortuna, soprattutto occorre che qualcuno si innamori dell’autore e della sua storia, a costo di farsi male.

Noi cerchiamo un vantaggio all’autore e all’opera, e siamo fieri di seguire i nostri autori per tutta la parte più bella, quella della creazione. Per il resto noi non facciamo da agenzia letteraria, non proviamo a vendere i libri alle case editrici.

Vogliamo solo continuare a dimostrare che da una scuola di scrittura, se si lavora in modo serio, possono uscire fuori ottimi scrittori, e che non si tratta di semplici circoli di dilettanti che si divertono a parlare tra loro di libri e di scrittura.

 

Come sono cambiati, se sono cambiati, gli allievi (età, sesso, professioni...)?

P.R. Abbiamo notato ultimamente un cambiamento a livello di genere. All’inizio c’erano soprattutto donne. Le giovani donne, ma anche le signore, si sa, sono molto più sveglie, potremmo dire che hanno una marcia in più. Pian piano però si sono svegliati anche gli uomini, tanto che poco tempo fa, in un corso di secondo livello, ci è capitata una classe di soli uomini, che peraltro hanno espresso un livello di rivalità mai notato prima. Siamo sicuri che se ci fosse stata anche una sola presenza femminile sarebbe cambiato tutto. È stata un’esperienza molto interessante.

 

Quali sono state e quali sono ora le difficoltà maggiori che si incontrano durante i corsi (carenze a livello grammaticale, di vocabolario, o di conoscenze letterarie...)?

P.R. A dire il vero negli ultimi tempi, forse per il grande uso che si fa della scrittura su internet, abbiamo notato un aumento delle persone che già scrivono bene. La qualità della scrittura, almeno di quelli che pagano e hanno consapevolezza del percorso che stanno facendo e delle loro capacità, è davvero notevole. Questo possiamo dirlo: mediamente abbiamo persone più brave di quelle di vent’anni fa.

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Enrico ValenziSicuramente l’offerta crescente di corsi come il vostro nasce da una domanda crescente. Ma che cos’ha tutta sta gente da raccontare? Da dove viene tutta questa voglia di scrivere? Quali sono le aspirazioni di chi si iscrive ad un vostro corso?

E.V. Abbiamo notato un aumento del numero di persone che non parte con l’obiettivo di pubblicare. Gli iscritti si dividono tra chi ama raccontare storie e basta, anche come strumenti di autoanalisi, e chi invece ha dentro il sacro fuoco e cerca la tecnica per esprimerlo al meglio.

Tra le curiosità c’è che abbiamo scoperto, col tempo, di avere molti allievi che ci vengono inviati da psicologi e psichiatri; dei professionisti che hanno fatto a loro volta un corso con noi e ora ci mandano i loro pazienti. In molti casi queste persone veramente non partono con l’obiettivo di diventare un grande autore, ma scrivono solo per sé, per ritrovarsi, per riordinare le idee.

 

C’è qualche allievo, o qualche aneddoto, che ricordate con piacere?

E.V. Senza entrare nel personale una cosa curiosa certo che ce l’abbiamo. Ecco, capita spesso e volentieri che, durante un corso di scrittura, alcuni allievi si innamorano. Spesso c’è stata la nascita di una semplice passione, a volte un’avventura, ma in qualche caso è pure sbocciato qualcosa di più concreto, come un matrimonio ad esempio. Del resto pensiamo sia normale tra persone che passano del tempo assieme, parlando e condividendo una propria grande passione. Ma al di là degli amori travolgenti in moltissimi casi sono nate anche tante amicizie, semplici ma durature.

 

Come interpretate il proliferare di corsi di scrittura in Italia? È positivo? È negativo? Non si rischia di alimentare soltanto un aspetto narcisistico?

E.V. Io sono dell’idea che, come in tutte le attività umane, più la base di “praticanti” è numerosa più c’è la probabilità che emerga qualche elemento di qualità. Così è anche per la scrittura. Per far capire cosa intendo faccio un paragone sportivo prendendo spunto da uno sport, il rugby, che a me piace molto. Ecco, il rugby in Italia è giocato a grandi livelli solo in Veneto, mentre in Francia lo si gioca ovunque, in tutta la nazione. Infatti in Francia emergono di più i fenomeni, e a livello internazionale una pratica di questo sport molto più diffusa si fa sentire.

Allo stesso modo, a mio parere, pure se c’è un cialtrone che tiene un corso di scrittura creativa, ci si trova a parlare di letteratura, e si contribuisce ad allargare la base. Insomma, tanti appassionati di scrittura, anche se dilettanti, significano creare un pubblico di lettori più esigenti, perché più si è educati al bello più si diventa persone selettive.

 

P.R. Concordo, ci sono tantissime situazioni, e persino la peggiore ha qualcosa di buono da insegnare. L’importante è avere l’onestà intellettuale di far capire cosa si propone e ciò che si può offrire. Poi, un corso di scrittura valido, a mio parere, si vede nel momento in cui ti mette in difficoltà. Deve essere così, perché scrivere non è facile, tutt’altro. Se a qualcuno riesce troppo facile è sintomo di qualcosa che non va. La stessa dinamica si realizza nelle nostre classi: secondo noi tra tutti, almeno qualcuno del gruppo deve scrivere un racconto molto bello, perché all’inizio si lavora anche nel dilettantismo, ma questo serve per aumentare la base e dare la possibilità a chi vale di emergere.

 

Qual è il consiglio che vi siete trovati più spesso a ripetere a chi ha seguito i vostri corsi?

P.R. Su questo abbiamo pubblicato un libro che si intitola Come si scrive un romanzo – Manuale di scrittura creativa a più voci, proprio per rispondere a molte delle domande che ci sono state poste nel corso degli anni sul romanzo. Certo, è divertente vedere quanto le risposte, da Stephen King a Haruki Murakami, possano in realtà essere diverse l’una dall’altra in base agli esempi riportati.

Durante i corsi comunque il consiglio che va per la maggiore è quello di leggere, leggere il più possibile. La scuola di scrittura si basa sull’esercizio di scrittura, certo, ma principalmente durante i corsi leggiamo molto, leggiamo a voce alta cercando di individuare, nel testo, gli elementi che ci interessa approfondire.

 

Qual è il vostro rapporto con gli altri media? Sapendo anche il lavoro che fate, molto affine con la scrittura, vi capita di creare “interferenze” con radio e televisione, o anche semplicemente di ricevere o dare influenze?

E.V. Quando parliamo di didattica della narrativa non utilizziamo altri elementi. Quadri o film non ci sembrano utili per questo. Tuttavia può capitare di utilizzare forme di narrazione nate principalmente per non essere lette, ma per qualcos’altro. Faccio un esempio: qualche mese fa è uscito al cinema Her, di Spike Jonze (premio Oscar per la miglior sceneggiatura originale, ndr) e colpiti, appassionati dalla forza narrativa, abbiamo scritto alla produzione e chiesto se potessimo avere copia della sceneggiatura per poterla pubblicare e utilizzare nei nostri corsi.

Siamo rimasti veramente affascinati dal modo in cui la voce informatica diventa, mano a mano, sempre più sensibile e umana; troviamo che ci sia anche dell’autoironia nel modo in cui un autore possa essere battuto da un computer. Quindi la risposta è che talvolta delle “interferenze” ci sono, anche se noi preferiamo tener separate le cose. Come scuola abbiamo una proposta multidisciplinare, è vero che ci sono allievi che fanno corsi di scrittura narrativa e corsi di sceneggiatura, ma occorre far attenzione, altrimenti una modalità di scrittura rischia di fagocitare l’altra.

 

Qual è il vostro prossimo progetto in generale? E in materia di scrittura creativa avete in mente qualcosa di nuovo?

P.R. Stiamo partendo con una cosa che già ci diverte molto: un corso di scrittura dei sensi, tatto, gusto, olfatto, vista e l’udito, nel quale cercheremo di far sì che i partecipanti del laboratorio diano voce, di volta in volta, a uno dei cinque sensi. È una delle cose più belle, ma anche tra le più difficili, soprattutto in un presente schiacciato dal’immagine. Ma amiamo molto la possibilità di esplorare la sensualità. Ma soprattutto continueremo con il nostro obiettivo folle, dal quale siamo partiti. Quello di far uscire dai nostri corsi degli autori che potessero pubblicare con editori nazionali. Crediamo nella forza del racconto e del raccontare la scrittura, che sta alla base dei nostri corsi e quando ci capita tra le mani un bel racconto lo capiamo subito: si crea un silenzio particolare e tutti stanno a sentirlo.

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