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Intervista a Paolo Giordano: “Il nero e l’argento”, i colori di una narrazione

Paolo GiordanoÈ un pomeriggio di luce e vento sottile, quello in cui mi dirigo verso la sede romana dell’Einaudi per intervistare Paolo Giordano. Non ci sono uccelli in volo. Almeno non ne vedo, nemmeno un piccione o un gabbiano, la cui vista non viene mai risparmiata alle macchie di turisti che si spingono fuori dalla metropolitana di Ottaviano per entrare in uno stato (Il Vaticano) dai confini invisibili e dai tesori inestimabili. Forse c’è davvero troppa gente per un uccello del paradiso. Tiro un sospiro e salgo le scale che mi portano a un corridoio stretto e una sala riunione zeppa di libri come di prammatica. Paolo Giordano ha già gli occhi puntati su di me. Hanno la stessa consistenza del cielo romano, per un attimo ti costringono a cercarvi qualcosa dentro.

Dopo aver letto il suo libro Il nero e l’argento vi troverete spesso a guardare il cielo. Mentre camminate per strada, in bicicletta o anche in auto, se siete fra i fanatici del tettuccio trasparente (ed io lo sono). Ciò che cercherete, anzi ciò che vi augurerete di non avvistare mai, è un uccello dal piumaggio azzurro e la coda bianca «filamenti di cotone arricciati al fondo come ami da pesca». Un uccello che la signora A., personaggio cardine del romanzo di Paolo Giordano, ha incontrato e da allora nulla è stato più uguale a se stesso. Una donna ostinata, saldata alle sue certezze (più da offrire agli altri che da tenere per sé), un riparo sicuro per la famiglia costituita dall’io narrante, sua moglie Nora e il loro figlio Emanuele, «un albero antico dal tronco così largo da non riuscire a circondarlo con tre paia di braccia». Una quercia che all’improvviso ha iniziato a oscillare, mostrando alle braccia che la cingevano un lato di se stessa che nessuno, fino a quel momento, aveva voluto osservare.

 

Mi piacerebbe iniziare la nostra chiacchierata con Paolo Giordano proprio dal personaggio della signora A., per chiedergli perché ha dovuto creare questo personaggio e quanta della sua inconsapevole capacità di solidificare le incertezze altrui ha mai ritrovato in una persona reale.

Una signora A. c’è stata davvero nella mia vita e mi ha accudito, come ha fatto la signora A. nel romanzo con la famiglia dell’io narrante. Una figura e un legame di cui non ho compreso la profondità fino a che non sono venuti meno. Si possono trovare tanti tipi di sostegno pagando, ma trovare una persona che non sia solo un aiuto tecnico operativo e fornisca un supporto più ampio, che sappia creare per te un luogo protetto, è molto difficile. E quando avviene, sembra essere del tutto casuale e non sapresti come ricrearlo. Anche la mia signora A. era vedova, come il personaggio che ho creato e sentivo che se non avessi usato la scrittura avrei rischiato di perderla. Era importante lasciare una traccia.

 

L’esigenza di lasciare una traccia è un tema molto presente nel suo libro, questa necessità cui tutti tendiamo eppure spesso decidiamo di trascurare.

Sì, sa essere anche molto cattiva. Tutti ci siamo trovati o ci troveremo ad assistere alle lotte fra i parenti, dopo la scomparsa del “caro estinto”, per accaparrarsi i suoi oggetti, anche i più inutili, oggetti di cui non si percepisce il valore intrinseco, ma solo quello materiale. Spesso si combatte solo per l’appropriazione della memoria di una persona. Lì si scatena una parte tremenda dell’animo umano. Volevo che fosse un monito anche per me stesso. Per prepararsi a disporre una memoria di se stessi che non sia affidata alla casualità.

 

Penso subito all’io narrante che scopre, molto dopo la morte della signora A., all’interno di un mobile che lei gli ha lasciato in eredità, dei ritagli di giornale. Allora prova a metterli in connessione per capire qualcosa di più del mondo interiore di quella donna e pensa che quello stesso lavoro lo potranno fare anche i suoi discendenti e magari darsi una spiegazione diversa, ma cosa troveranno fra le sue cose? Un disco fisso di un PC che non riusciranno a leggere.

Ricordo che ero nel mio studio. Mi sono fermato a osservare ciò che avevo intorno. E ho pensato: cosa si capirebbe di me se in un momento non esistessi più e tutto rimanesse nelle “mani” degli oggetti che ho posseduto? Cosa capirebbero di me gli altri? Allora ho cominciato a riflettere sulla mia volontà di essere cremato, sul fatto che non vado mai in un cimitero, che non credevo in questo rituale. E mi sono chiesto: è davvero questo che vorresti? Forse quell’idea del contatto materiale fra i vivi e i resti di qualcuno è più forte e utile di quanto pensavi.

 

Qualche mese fa ero a Londra. Ero in visita al cimitero di Bunhill Fields a Islingtone, oggi completamente inglobato nel territorio urbano. Esemplificativo di un approccio anglosassone molto diverso dal nostro. E mentre mi avvicinavo alla tomba di William Blake, nel mio pellegrinaggio personale, osservavo le famiglie che facevano i pic-nic all’interno del parco del cimitero, una signora che dipingeva, qualcuno che appoggiava una piantina di rose gialle alla base della tomba di Blake. Intorno a me c’era vita, giunzione fra vita e morte, fra vita e ricordo molto forte.

A me è capitato di andare a passeggiare a Montparnasse, anche lì in piena città, alla ricerca di alcune tombe eminenti. Non ho provato angoscia, ma serenità, forse anche il non sentirsi recintato all’interno di un luogo che nessuno vorrebbe vedere o visitare, come accade spesso in Italia, ti cambia la prospettiva. Probabilmente il rapporto con la fine della nostra vita sarebbe un po’ più sano se avessimo questo approccio verso il luogo che testimonia la fine altrui.

 

La morte (e la sua gestione da parte dei vivi) è uno dei temi fondanti del romanzo, non soltanto perché da essa si parte e con essa si chiude la narrazione È presente in ogni capitolo, nel futuro-passato della signora A., nella scelta degli oggetti che ha condensato nella sua casa, nello studio del pittore che va a trovare, nelle menti della famiglia che attorno alla signora A. si stringe. Qualcosa che nemmeno l’«antico buon senso» della signora A. sembra riuscire a confinare in una delle scatole nere che ci portiamo gelosamente dietro nella nostra testa. Un tema che era presente anche nei suoi precedenti romanzi, ma che qui ci è apparso più forte e diffuso, costringendo l’autore a esporsi di più nei confronti del lettore.

Questo è un libro molto più riflessivo dei precedenti. Ciò dipende anche dalla prima persona usata per la narrazione. Questo costringe a mettersi maggiormente in discussione, a focalizzare la storia molto più su se stessi rispetto a un classico impianto narrativo in terza persona. Per me è un esperimento. La prima persona ha qualcosa di vagamente ricattatorio. Ha una potenza sua che spinge subito il lettore in prima linea e facilita l’arte “manipolatoria” dell’autore. È un’arma di grandissima potenza che devo ancora testare. Ecco perché ho scelto una forma di racconto breve per questo romanzo. Per avvicinarmi a essa con circospezione.

 

Leggendo Il nero e l’argento, ho avuto l’impressione che i capitoli di cui si compone il suo romanzo potessero essere letti come singoli racconti, tanto che a un certo punto, ho deliberatamente saltato cinquanta pagine e ho letto il capitolo intitolato Lo spaventapasseri. Come gli altri capitoli, sembra essere costruito su una specifica emozione, che è offerta al lettore attraverso il filtro dell’io narrante e dei suoi ricordi. Pur essendo integrato nella storia, ha un suo compimento anche all’interno delle sei pagine che lo compongono. Questo rende il ritmo del romanzo molto fluido sebbene costruito esclusivamente su una serie di aneddoti emozionali all’interno della mente dell’io narrante e quindi potenzialmente più difficile da seguire. Era il suo intento fin dall’inizio?

Questa è stata una cosa abbastanza sorprendente. La mia idea iniziale era di creare un unico flusso di pensieri, senza interruzioni, senza capitoli. Poi, a un certo punto, ho deciso di provare a spezzarlo e questo ha cambiato molto il passo della narrazione. Per due anni ho preso solo appunti su questa storia senza scriverne. Anche nel periodo in cui ho seguito il decorso della malattia di questa persona, prendevo costantemente appunti, non solo su quello che mi raccontava la mia signora A. ma anche sulle riflessioni nate dalle sue parole. Da questi appunti poi sono partito, scoprendo in essi molto più di me che della signora A. Ci sono dei libri in cui sei spinto a continuare dall'esigenza di scoprire un’evoluzione. Qui l’evoluzione della storia è tradita nel primo paragrafo. Questo è un racconto che vive nel “durante” della scrittura, nel movimento.

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Paolo Giordano, Il nero e l'argentoLa signora A. ha tenuto fede per tutta la sua vita a un proprio sistema di regole etiche e morali, dal quale non sembra essersi mai staccata, nemmeno alla fine, nemmeno quando poteva essere giustificabile da lei stessa e dagli altri. Regole che le hanno imposto privazioni e decisioni contrarie alla soddisfazione personale. Questo almeno è il punto di vista del marito di Nora. Sembra voler dire al lettore che tanta costanza e tenacia, sebbene ammirate e necessarie agli altri per non perdersi, non giovano a chi le mette in pratica.

La signora A. è una figura stolida. Ha un sistema di credenze e convinzioni immutabili e non ragionate. È l’antitesi del pensiero critico del narratore. Questo voler mettere in discussione sempre tutto, tipico della nostra generazione può diventare a sua volta un limite. Fa diventare indecisi, in perenne difficoltà, incapaci di trasferire a un figlio un sistema di certezze. E così s’invidia chi questo sistema di certezze e credenze le aveva, perché molte cose sarebbero più facili. Ma nello stesso momento la mancanza di preparazione a ciò che nelle sue certezze non è compreso, porta la signora A. a sgretolarsi in un attimo. La domanda qui è: dov’è la vera forza d’animo? Nell’essere monolitici e incrollabili o nel mettere costantemente in dubbio i nostri riferimenti?

 

In un articolo di Lev Grossman sul «Time» dedicato ai computer quantistici (ossia capaci di lavorare in contemporanea su più analisi di dati, sovrapponendole e integrandole, e non come avviene per i computer attuali in maniera lineare, un passaggio alla volta), si fa intravedere un futuro a velocità impensabile, in cui i PC saranno sempre più vicini al sistema di ragionamento umano, ossia multicanale, capaci di elaborare una teoria e il suo esatto contrario in pochi secondi, cercando poi di sovrapporle per decidere quale sia la più adatta a uno specifico contesto, sostituendosi sempre di più all’uomo. È un po’ quello che lei ha fatto nel suo libro. L’io narrante si interroga e si allena al dubbio, arrivando a esaminare, in contemporanea, teorie discordanti e a ritenerle entrambe valide.

La scrittura può lavorare su più fronti. Si può scrivere partendo dalla meccanica newtoniana: si decide un obiettivo, uno schema e si seguono tutti i passi per arrivarvi. Oppure si può procedere in maniera quantistica, lasciando che il flusso libero probabilistico ti porti alla soluzione. Una soluzione che molto probabilmente non avevi in mente all’inizio, come avviene nel mio libro. In fisica c’è la teoria del moto browniano, un moto disordinato di molecole che si muovono autonomamente e che ti possono portare a raggiungere diversi obiettivi e situazioni. Quindi sì, è interessante questo punto di vista. Quando s’inizia a scrivere qualcosa di nuovo e non ci s’ingabbia in un’idea, il processo assomiglia molto alla fisica quantistica, la trama e i personaggi ti spostano di qua e di là alla ricerca di una soluzione. La scrittura si è sempre evoluta nel tempo, cambiando e adeguandosi al contesto. Oggi ci sono mille forme più immediate e invitanti d’intrattenimento rispetto al libro, soprattutto per chi non è già un amante della lettura. Penso che la narrativa debba evolvere e che sia importante che gli autori si interroghino su questo tema, cercando di innovare. Io mi chiedo spesso come conciliare il “mio” modo di narrare con l’attuale modo di leggere. Ma non penso ci sia una ricetta univoca, bisogna sperimentare.

 

Ci racconta come funziona il suo processo creativo? Isolamento? Metodicità nella scrittura? Necessità di scadenze serrate? Libertà nei tempi e nei modi? Cosa fa funzionare meglio Paolo Giordano scrittore? E fa leggere le sue bozze a qualcuno (editor a parte)?

Io prendo per lunghissimo tempo appunti, anche per anni, senza scrivere nulla. Poi c’è un giorno in cui decido di cominciare a scrivere. Scrivo tutti i giorni. Mi inchiodo alla scrivania e tutto il resto viene azzerato. Sto solo scrivendo. Non posso pensare né fare altro.

 

Quanto tempo ha impiegato a scrivere questo libro?

Sei mesi molto densi, in cui non c’è stato spazio per null’altro. Entro in uno stato fortemente ossessivo e mi piace. È il momento più bello di questo mestiere, vivi in due mondi contemporaneamente.

 

Se dovesse convincere una persona che non ama leggere a entrare in libreria e a investire quindici euro in un libro cosa gli direbbe?

Io non consiglio libri, se non ad personam. Quando la conosco e ho intuito i gusti di una persona, allora consiglio. Non penso che esista una lettura imprescindibile per tutti. Dipende dalle persone e dal momento che stanno vivendo.

 

E il suo primo acquisto librario? Quando ha comprato per la prima volta un libro.

Il primo libro che ho deciso di andare a comprare è legato all’infanzia. Avevo avuto una lite con i miei genitori. Era da giorni che avevo visto nell’edicola del paesino di montagna in cui eravamo in vacanza una di quelle edizioni illustrate per ragazzi, il cui protagonista era un grosso ratto. Per calmarmi i miei mi portarono fuori e ottenni quel libro. Se devo pensare a un libro feticcio, penso a Infinite Jest di Wallace.

 

Vorrei concludere l’intervista con una domanda sul Premio Strega. Come si prospetta la sfida? Interessante?

Sono libri molto diversi. Il che rende difficile la scelta. Sembra quasi di dover fare delle scelte di campo che di romanzo. Non ho trovato libri sperimentali. Sono tutti caratterizzati da una forte idea di fondo, con una struttura classica.

 

Grazie per il suo tempo.

Grazie a voi

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