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Intervista a Marco Peano: “L’invenzione della madre”

Marco Peano, L’invenzione della madreEro alla scrivania di casa quando il telefono ha squillato, all’ora di pranzo.  Ho risposto e all’altro capo della linea c’era Marco Peano: ci siamo accordati, dopo qualche battuta iniziale, sull’intervista che Sul Romanzo e minimum fax hanno organizzato nel pomeriggio. Marco (classe 1979) sarà a Venezia, presso la bellissima libreria Marco Polo per presentare il suo romanzo d’esordio, L’invenzione della madre, con un accompagnatore d’eccezione come Tiziano Scarpa: l’ennesima tappa di un lungo tour che lo sta portando in giro per l’Italia.

Dopo aver stabilito luogo e ora dell’incontro, ci siamo salutati Ho riattaccato e posato gli occhi di nuovo sulla scrivania, dove vicino al computer c’era una copia de L’invenzione della madre. Inevitabilmente ho ripensato a una settimana prima, quando, preoccupato di non riuscire a portare a termine la lettura in così poco tempo, mi apprestavo a iniziare il romanzo. Due giorni dopo stavo girando l’ultima pagina, notando l’assenza dei classici ringraziamenti a fine testo.

L’invenzione della madre è un romanzo forte, denso, quasi ingombrante: racconta la storia di Mattia, giovane ventiseienne di provincia con le idee poco chiare sul proprio futuro, e della malattia (cancro) che colpisce sua madre e con la quale dovrà confrontarsi affrontando un anno di convivenza, l’ultimo con lei; all’interno di un fresco e lucido ritratto di sfondo della provincia italiana, Peano mette su carta il dolore concreto e puro della perdita, frutto anche dell’elemento autobiografico e della rielaborazione narrativa effettuata in anni di lavoro sul testo. Inserito nella collana nichel di minimum fax, dedicata agli scrittori italiani e diretta da Nicola Lagioia (neo-candidato Einaudi al Premio Strega 2015), L’invenzione della madre è il libro di un esordiente (in qualche modo atipico, visto che Marco Peano è editor della narrativa italiana per Einaudi) pubblicato da una casa editrice indipendente che è arrivato alla terza ristampa in due settimane: non una cosa che capita tutti i giorni.

 

Iniziamo dal titolo: in un’intervista con Nicola Lagioia, ragiona sulla valenza soggettiva-oggettiva del titolo del suo libro. A cosa porta inventare una madre?

Un figlio in assenza di una madre è costretto a inventarsela, essendo lui stesso l’invenzione di sua madre; l’altra sfumatura che m’interessava era proprio quella del verbo inventare, dal latino invenire, cioè ricerca, scoperta: finché la madre è in vita, Mattia nel romanzo non si limita a guardarla registrando tutto quello che succede nel suo corpo, ma per cercare di restituirla alla sua memoria in salute e viva, riguarda in continuazione, finito il turno di lavoro alla videoteca, i vecchi filmati di famiglia. Questa cosa mi ricorda una stampa dei Simpson, in cui tutti i personaggi sono seduti sul divano a guardare la tv come all’inizio di ogni puntata, e nella televisione viene trasmesso un tramonto bellissimo: loro però non si rendono conto che stanno sul crinale di un dirupo dietro al quale lo stesso tramonto sta avvenendo e anziché dal vivo preferiscono guardarlo attraverso uno schermo. È come se, nonostante sua madre sia ancora in vita, Mattia si trovasse costretto a trovare delle altre soluzioni per continuare a tenerla in vita quasi abituandosi già al distacco.

C’è un percorso linguistico all’interno del libro che il protagonista compie: per raggiungere la parola “mamma” – mai pronunciata se non alla fine del testo, come ultima parola – lui deve passare attraverso una serie di prove perché quella che per tutto il libro viene chiamata madre, diventa mamma soltanto alla conquista di quella parola, che porterà con sé quando non ci sarà più.

Sulla scelta di questo titolo ha poi influito la mia passione per i titoli di finta saggistica legati alla narrativa, come Pesca alla trota in America di Richard Brautigan. Di fatto poi, all’interno del mio romanzo, ci sono delle riflessioni che non sono propriamente di stampo saggistico ma indirizzano comunque fuori dalla “pista narrativa” principale.

 

Ha già detto in più occasioni di aver usato la terza persona nel romanzo per poter affrontare dalla giusta distanza la parte autobiografica che questo contiene. Ho notato che in tutte le poco più di duecentocinquanta pagine del romanzo l’unico nome proprio a comparire sarà quello del protagonista. I personaggi che lo circondano sono dal punto di vista formale destinati a rimanere “personaggi”: il padre, la ragazza, il capo della videoteca, il gatto, perfino il paese di provincia in cui è ambientato il romanzo; nonostante ciò dimostrano di avere tutti una valenza concreta, una consistenza reale che supera il concetto classico di “personaggio”. Perché una scelta del genere? privarli del nome è servito proprio a questo?

Nel momento in cui mi sono ritrovato a scrivere questo libro, ho cercato di restituire sulla pagine quello che succede a tutti noi quando proviamo una forte sofferenza: diventiamo il centro dell’universo, qualunque sia il tipo di dolore, ed escludiamo tutto il resto. Il nome Mattia, la sua identità, è come se per il protagonista fosse l’unica cosa concreta alla quale appigliarsi, in cui prova a riconoscersi. Di fatto questo romanzo racconta anche della schifezza che diventiamo noi quando stiamo male: lui fa delle cose terribili…

Marco Peano, foto di Stefano Stocco

Era proprio una delle cose che volevo chiederle: non sembra avere timore di mostrare “il lato oscuro” di chi vive la malattia di una persona cara.

Sì, queste sono due cose legate: da un lato, per tornare alla domanda precedente, è come se tutto quello che lo circonda diventasse per Mattia un brusio di sottofondo, un rumore in cui la fidanzata, il padre, la nonna, il gatto, sono tutti elementi che esistonoma non vengono nominati. Quando nomini stai “creando” qualcosa, e l’interesse di Mattia è quello di arrivare alla madre, alla parola finale del romanzo.

Per quanto riguarda la sua osservazione sul mostrare “tutto” della malattia, questo è legato al fatto che mi sembrava importante provare a sottolineare la complessità che sta intorno a un evento molto “banale” come la morte di un genitore, un evento terribile nella vita di un individuo ma che accade ogni giorno; uno dei sentimenti che emergono più spesso quando chiunque di vicino a noi si ammali, qualunque sia il grado di relazione, spesso è la rabbia: il dolore si trasforma in rabbia, la rabbia genera impotenza e mette in moto dei comportamenti sgradevoli. Arriviamo quasi a diventare arrabbiati con la persona malata perché dentro di essa c’è la malattia, anche se in realtà quella che stiamo odiando è ciò che l’ha fatta diventare così.

La rabbia acceca, tutto viene alimentato e distrutto, per questo credo siano legati la mancanza di altri nomi propri e il non aver omesso questo lato della malattia: sarebbe stato sbagliato farlo secondo me, l’omissione non avrebbe reso completo il percorso del protagonista.

 

Il suo protagonista lavora in una videoteca, è appassionato di cinema; le citazioni cinematografiche sono continue e funzionali allo sviluppo della rielaborazione della perdita della madre; l’intero romanzo è costituito da capitoli che verrebbe da definire scene.

Il mio è un romanzo in cui di fatto è quasi assente la trama, gli eventi che accadono sono o tantissimi o molto pochi, a seconda dei punti di vista: non ci sono sorprese all’interno dello sviluppo narrativo, si sa dall’inizio che la madre morirà. Uno degli elementi su cui ho lavorato molto per questo libro è strettamente legato al mio lavoro: sono editor per la narrativa italiana Einaudi e leggo un sacco di libri, anche per passione. Questo romanzo nasce dalla lettura di tantissimi libri (anche film e saggi), volevo però che questi rimanessero presenti come traccia nel mio romanzo, stando però fuori dal gioco citazionista: vista l’ossessione per la “fine delle cose” del mio protagonista, per il modo in cui tutto ciò che lo circonda si corrompe e finisce, ho voluto inserirlo all’interno di un universo destinato a estinguersi: è questo il motivo per cui l’ho fatto lavorare in una videoteca (un mercato che nel 2005 iniziava a subire i colpi della pirateria e dello streaming); volevo però mantenere un meccanismo della narrazione, delle storie, vicino al ragionamento che si avvita attorno agli snodi delle trame, e ho quindi scelto di utilizzare i film come “puntello” per disinnescare, per suggerire, certe volte anche solo per dare possibilità al protagonista di esibirsi in un controcanto.

Come detto il romanzo è in terza persona, ma una terza persona che segue il protagonista quasi fino a identificarsi con questo. Con le parentesi [in ogni capitolo del romanzo ci sono uno/due paragrafi posti tra parentesi, in cui si approfondiscono i pensieri del protagonista, ndr]… Aspetti, ha una domanda sulle parentesi?

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Marco Peano, foto di Stefano StoccoUn appunto, più che altro: mi chiedevo se queste rappresentassero la vera prima persona del romanzo.

Ecco. A scuola ci insegnano che nelle parentesi ci stanno le cose meno importanti, quelle cose che possiamo anche togliere; mentre lavoravo al testo io ho fatto anche questo tipo di esperimento: ho provato a sottrarre tutte le parti fra parentesi e la storia c’era, ma mi sembrava molto meno interessante perché priva di qualcosa; se avessi tolto soltanto le parti non fra-parentesi, la storia si sarebbe potuta solo ricostruire, le parentesi si sarebbero limitate soltanto a evocarla. Allora mi sono detto che le parti tra parentesi avrebbero rappresentato un livello ulteriore di avvicinamento ai pensieri del protagonista che sarebbe andato oltre la prima persona: all’interno di un testo in terza persona avrei potuto inserire delle parentesi in cui una specie di narratore-demiurgo manovrasse la materia narrativa, lasciando al lettore il collegamento che preferiva trovare tra queste piste sotterranee.

 

Correggo quello che ho detto prima: gli unici nomi propri che usa, oltre a Mattia, sono quelli delle medicine della madre. Quanto è stato difficile inserire all’interno di un romanzo un registro medico?

Ciascuno di noi nel momento in cui soffre di qualcosa, ha un sintomo strano, si attacca a Google prima ancora di chiedere al proprio medico.

Questa è una cosa che non penso di aver mai detto: a un certo momento l’ossessione di Mattia mi sembrava così forte che avevo quasi pensato, visto che derivava dalla mia ossessione, di inserire, al fondo del libro – pensiero che poi mi è sembrato veramente assurdo – la riproduzione di alcune ecografie di mia madre, come valore testimoniale di quello che era accaduto. Poi ho lasciato perdere, però mentre scrivevo il libro avevo a disposizione buona parte del materiale clinico di mia madre, perché essendo stata malata dieci anni avevo messo da parte una quantità incredibile di ecografie, risultati, esami del sangue, risonanze magnetiche, tac, referti: c’erano tantissimi documenti a raccontarne la storia clinica. Visto che il mio è un romanzo che ragiona molto sul linguaggio, il linguaggio medico di per sé è diventato una specie di secondo alfabeto che ho dovuto imparare. C’è una scena in cui Mattia è all’interno di un centro commerciale e incontra due suoi ex compagni di scuola che stanno per sposarsi, quasi li aggredisce snocciolando loro una serie di termini medici: è come se tu stessi imparando una lingua nuova. Da parte mia c’è stata una ricerca, non poi così approfondita perché non ho gli strumenti necessari per maneggiarla non essendo un medico, che si è però rivelata sorprendente. È come se per parlare con i medici ognuno di noi dovesse ricalibrare il proprio alfabeto e il proprio immaginario. Come dico nel romanzo, a un certo punto negli sms, nelle mail, in tutte le comunicazioni scritte di Mattia compaiono delle parole che sono di per sé spaventose. È anche vero che esercitando un controllo sui termini, si è in grado di esercitare un controllo, almeno dal punto di vista emotivo, su quello che ti affligge, come quando vai dal dentista e ti dice “Ti sto facendo questa cosa”: non c’è soltanto uno che ti sta trapanando la bocca provocando dolore e basta. Se sai che quella cura ha quel nome e serve a quella cosa, se nomini le cose puoi imparare ad averne un po’ meno paura.

 

L’invenzione della madre nasce dunque da molti libri. Quali?

Sì, questo libro si è nutrito di altri libri, di studi tanatologici, come quelli di Marina Sozzi, di tantissimi memoir – per poi scegliere di non fare un memoir –, di documentari come Un’ora sola ti vorrei di Alina Marazzi in cui la regista, che non ha mai conosciuto la madre, prova a ricostruirne la figura. Altri libri come Diario di un dolore di C.S. Lewis (quello delle Cronache di Narnia), che ha scritto questa specie di diario privato in cui racconta il modo in cui ha perso la fede in seguito alla morte della moglie; c’è quello citato in epigrafe nel mio libro: Donald Antrim, La vita dopo, memoir su una madre alcolizzata e ingombrante, in cui l’autore prova a raccontare il loro rapporto; c’è il bellissimo Dove lei non è di Roland Barthes, che racconta una madre amatissima, morta anziana; e c’è ovviamente L’anno del pensiero magico, dove Joan Didion riflette sulla morte e sulla malattia con estrema lucidità. Ci sono stati anche dei fumetti, tipo Fun home di Alison Bechdel, pubblicato in Italia da Rizzoli, in cui si raccontano le funeral homes (le onoranze funebri a gestione famigliare) e il rapporto con la morte fino da quando si è piccoli. C’è tutto Philippe Forest, che racconta la malattia e la morte di sua figlia di – credo – quattro anni, c’è anche Carrère con Vite che non sono la mia. E questi sono solo alcuni.

 

E le sono “arrivati fra le mani” o sono frutti di un lavoro di ricerca?

Sono il frutto di una ricerca continua, e allo stesso tempo di un effetto domino: leggendone uno trovavo tracce di un altro libro, al cui interno trovavo poi un riferimento a un altro libro ancora. Avrei potuto risalire a tutta la storia della letteratura mondiale, anche perché il tema della perdita dispone di materiale infinito. Ci sono stati alcuni momenti in cui mi chiedevo chi me l’avesse fatto fare [ride, ndr]. C’è da dire che ho fatto anche tantissime letture che non mi son servite.

Edvard Munch, Morte della madre

Abbiamo detto che tutto ciò che circonda Mattia non ha un nome, che il dolore isola. Nonostante ciò nel romanzo compaiono come sfondo alcune delle più importanti tematiche sociali di oggi: la scomparsa di DVD e VHS, il problema dell’amianto, l’accanimento terapeutico (inevitabile, quest’ultimo).

Questa è complicata [ride, ndr]: mi fa piacere, ora che mette in fila i temi che sfioro nel romanzo li vedo anch’io. In realtà sono soltanto sfiorati perché sono temi che se entrassero davvero nella narrazione si mangerebbero tutto il resto, si prenderebbero troppo spazio e non era quello che m’interessava fare. Forse possono essere tutti raccolti in un macro-tema (a parte la scomparsa del VHS) che appartiene al punto di vista che ho scelto per raccontare questa storia, ossia la provincia. Il titolo di uno dei capitoli è Guida alla morte in provincia, è stato non a caso per un po’ di tempo uno dei possibili titoli del romanzo. Ho cercato di raccontare un micromondo gestito da una serie di regole alla cui base c’è il sapere tutto di tutti, e la tendenza a ingigantire qualunque cosa; il fatto che un figlio e una madre si chiudano in una stanza per dodici mesi in attesa che lei muoia, in città avrebbe molta meno valenza rispetto alla provincia. Questi temi sono comunque lambiti perché volevo che la storia da privata diventasse universale, m’interessava fare in modo che stesse dentro a un contesto sociale solo per quanto ho appena accennato.

 

Un’ultima osservazione, sulla dedica: un libro incentrato sulla figura di una madre, dedicato a un padre.

Ho già detto che L’invenzione della madre nasce da un’esperienza che ho vissuto in prima persona: ci sono quindi dati sensibili autobiografici che nel corso di varie stesure ho rielaborato dal punto di vista narrativo e letterario; nonostante ciò alcuni elementi presenti nel libro rimangono legati al mio vissuto biografico, per fare un esempio: il decorso clinico della malattia della madre di Mattia coincide con il decorso clinico di mia madre, così come l’età del protagonista quando affronta l’esperienza della morte della madre è la stessa in cui l’ho affrontata io.

Fra questi elementi autobiografici, ce n’è uno che riguarda il padre di Mattia, che ha soltanto delle tracce di mio padre, come Mattia ha delle mie tracce – non sono personaggi del tutto legati al mio vissuto: durante una visita a domicilio della dottoressa che si occupa delle cure palliative ci si rende conto in maniera abbastanza chiara ed esplicita che è Mattia la figura che si occupa principalmente delle cure della madre, mentre suo padre, forse schiacciato dal dolore, fatica di più a gestire questo carico emotivo fortissimo. Nella mia esperienza autobiografica, uscendo dal romanzo, tra me e mio padre io ero quello che sentiva di più il desiderio di parlare di quello che ci era accaduto (tanto che poi ci ho scritto un romanzo), mentre mio padre era solito avere silenzi che io comunque rispettavo. All’inizio non volevo aggiungere nulla al romanzo, né una dedica né i ringraziamenti, perché mi piace che un libro sia il libro, che non sia circondato da altre cose (rispetto chi lo fa, ovvio, sono scelte); poi, quando stavo lo stavo finendo di scrivere, quando lo stavo per pubblicare, mi sono accorto che l’avevo scritto per parlare a mio padre, per fargli una lunga lettera, perché lui, esattamente come me, rappresenta chi è rimasto. Era l’unica dedica possibile.

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