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Intervista a Marco Franzoso e un estratto del suo nuovo romanzo “Gli invincibili” (Einaudi)

Marco Franzoso, Gli InvincibiliOggi Einaudi pubblica il suo nuovo romanzo, Gli invincibili, a distanza di circa due anni da Il bambino indaco. Una madre contro se stessa per ragioni di purezza e un padre contro il mondo per difendere il figlio. Perché è così interessato ai rapporti famigliari nei suoi ultimi romanzi?

Un po’ lo sono sempre stato, per lo meno dal mio terzo romanzo (Tu non sai cos’è l’amore). Credo che grazie al racconto di rapporti familiari in cui gli adulti hanno a che fare con l’infanzia si possa illuminare in modo cristallino le complessità del mondo e della società nella quale viviamo.

Dal punto di vista della scrittura, lavorare dentro un universo circoscritto, con pochi personaggi che trascorrono molto del loro tempo insieme in un ambiente dagli spazi limitati, permette una grande libertà espressiva. I personaggi di cui scrivo si potenziano grazie alle relazioni con gli altri personaggi. Una cena dopo un litigio o una cena dopo un bel pomeriggio al mare danno la possibilità di raccontare le dinamiche più nascoste. In pochi tocchi – una battuta di dialogo oppure un gesto all’apparenza innocente – si possono aprire inusitati universi di senso.

Nei miei libri la presenza di bambini irrompe con forza dentro una coppia apparentemente stabile e la stravolge, tanto che i protagonisti sono spesso impreparati e danno il peggio di sé.

Solo in alcuni casi succede il contrario, e i bambini mostrano ai miei personaggi la strada per dare il loro meglio. Come accade al protagonista de Gli invincibili.

La verità è che noi siamo plasmati dalla famiglia nella quale cresciamo. Alla narrativa spetta il compito di saper trovare le storie e raccontarle. Non a caso i libri che ho più amato raccontano le relazioni familiari. Dall’Odissea, ai Buddenbrook, passando per Raymond Carver.

 

Come è nata l’idea de Gli invincibili? Le va di raccontare ai nostri lettori un aneddoto legato alla scrittura del romanzo?

Aneddoti ce ne sono tanti. Gli invincibili è nato una domenica sera di dicembre. Il bambino indaco era uscito da un anno, ormai, e dopo un periodo di letture di vario genere sentivo che era giunto il momento di riprendere a scrivere. Mio figlio aveva l’influenza e la sera lo addormentavo leggendogli una storia (abbiamo letto tutta L’isola del tesoro di Stevenson), oppure inventandomi una storia di sana pianta. Il giorno prima avevo visto un film che ho amato molto e che da allora periodicamente rivedo, Nel paese delle creature selvagge di Spike Jonze. Non so, ho iniziato a raccontare quella storia e poi mio figlio si è inserito nei miei discorsi, e ha inventato, ha continuato lui. Siamo finiti a parlare di noi, e dell’influenza. E forse mi vedeva preoccupato perché continuava a ripetermi: noi due siamo invincibili, vero? Sì, gli ho detto.

Il giorno dopo ho acceso il computer e ho scritto il titolo. Da quel momento la storia è uscita da sola. Due giorni dopo mio figlio è guarito.

 

Chi dovrebbe leggere il libro e per quale ragione?

I libri non hanno lettori ideali. Fortunatamente io credo che non esista il target (come si usa dire) di un libro. Un libro che prevede un target è un libro che ha poca stima dei propri lettori. Li considera dei consumatori e dà loro ciò che loro credono di volere. Non è così. Da quelle letture si esce sempre insoddisfatti.

Io credo che un libro quando è un buon libro debba saper parlare a tutti.

Gli invincibiliracconta una storia molto semplice, la storia di un padre che nel crescere un figlio molto piccolo cresce se stesso.

È un libro in cui volevo mostrare senza filtri l’intimità maschile. Si parlava di famiglia, prima. Beh, la figura del marito/padre oggi è in veloce evoluzione. La presenza del padre nelle famiglie di oggi è maggiore rispetto al passato. Vedo un numero sempre maggiore di amici con atteggiamenti delicati verso i figli. Atteggiamenti che tempo fa sarebbero appartenuti all’ambito esclusivamente materno. Atteggiamenti di cui si provava vergogna o, per lo meno, pudore.

Io cercavo un padre che avesse voglia di mettersi in gioco. Che non si lamentasse, ma vivesse il rapporto col figlio come un rapporto difficile, ma bello. Il più bello che la vita gli potesse regalare. Per questo ho fatto attraversare al mio protagonista le più diverse esperienze. L’esperienza del cibo e della nutrizione del neonato. L’esperienza della malattia legata a quella della crescita. L’esperienza della perdita del lavoro. L’esperienza dell’amore adulto, della sessualità dei grandi. E così, esperienza dopo esperienza, lui riesce a rivedere tutta la sua vita precedente con altri occhi, quelli con cui è stato trasformato durante la storia.

Devo dire la verità. Mi sono divertito come non mai a scrivere questo libro. Mi dispiace avere dovuto porre fine alla vicinanza quotidiana col mio protagonista. Era diventato una specie di amico. Ancora oggi talvolta prendo in mano il libro e lo rileggo. Mi pare di conoscerlo come si conosce una persona reale e apprezzo la sua compagnia.

 

In un’intervista alla Rai tempo addietro ha dichiarato: «Un amore normale dovrebbe mettere al centro i sentimenti e le persone». Il protagonista non vive un amore normale ma fa di tutto per insegnare l’amore al figlio, ci riesce?

Può esistere un amore normale? Nel caso de Gli invincibili, il protagonista deve costantemente fare i conti con la vita reale. Non è solo, ma vuole farcela da solo. Tutta la sua vita è una vita a due, dal momento in cui si sveglia la mattina alla sera quando va a letto. È dentro questi orizzonti temporali che deve ritagliarsi lo spazio dell’amore e dei sentimenti.

Alle volte ne escono situazioni comiche, alle quali non sa bene come reagire, ma che col suo sguardo ironico ci mostra per quello che sono. Ciò che mi interessava maggiormente era che il cambiamento provocato dalla nascita del figlio gli facesse vivere queste emozioni e questi sentimenti come se fosse per la prima volta. Anche rispetto all’amore è andata così. Incontra una ragazza. Ha un bambino lui, ha una bambina lei. Si conoscono. Iniziano a frequentarsi. Forse si innamorano. Eppure, lo fanno come due adolescenti che si incontrano di nascosto. Mi piaceva l’idea di far rivivere queste esperienze a un quarantenne e stare a vedere cosa succedeva. Ne sono rimasto sorpreso io per primo.

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Marco FranzosoE il figlio insegna al padre a non prendersi troppo sul serio perché il naturale corso delle cose impone scelte e ragioni. È così l’amore fra il padre e il figlio, in altre parole gli eventi portano con sé una serie di paradigmi esterni alla volontà dei singoli che rimangono dominanti in una famiglia nonostante si creda di indirizzare i figli oppure la questione è più complessa e c’è un gioco fra caso e arbitrarietà che continua indefesso a procedere innanzi?

Il figlio è centrale. Le domande che mi ponevo costantemente mentre scrivevo erano: chi è il padre? Chi sta veramente conducendo il gioco? Non era, forse, più di quanto pensassimo, la maturità del figlio a far prendere le decisioni al padre?

Il libro, in fondo, non parla che di questo. Di un uomo che non si sente pronto per diventare padre, ma che man mano che si lascia andare e supera le proprie ansie scopre che è molto più facile di quanto pensasse. In gran parte del libro volevo che fosse il figlio a condurre il padre e che senza colpevolizzarlo gli indicasse la strada per le scelte importanti. Il padre aveva paura. Nel momento in cui grazie al figlio affronta la paura tutto diventa più semplice. A quel punto diventa adulto. Volevo una persona normale che facesse qualcosa che nella sua normalità in un mondo come il nostro sembrasse eccezionale. Crescere un figlio da soli. Non è difficile. È semplice. Basta dare la giusta importanza alle cose. Basta capire cosa è importante e cosa superfluo.

Il mio protagonista si cibava di superfluo. La vicinanza col figlio gli insegna a distinguere e a dare un giusto valore alle cose.

 

Leggendo il romanzo non posso non pensare ai nonni. Perché la loro presenza e fino a che punto hanno condizionato il protagonista?

Per riprendere la domanda sulla famiglia, mi piace partire dal microcosmo famigliare e poi allargare, andare a raccontare i nonni, i parenti, fino a sondare gli amici, il mondo allargato di appartenenza.

I nonni nei miei libri sono sempre delle figure con un punto di vista conflittuale rispetto ai figli. Sono una specie di altra coscienza dei genitori. Il protagonista de Gli invincibili ne è all’inizio decisamente condizionato. La prima scena del libro racconta di quando si fa insegnare a cucinare dalla madre. È un uomo inadeguato, fino a questo momento si è sempre appoggiato sugli altri. Ma pian piano, nel percorso che ha deciso di affrontare, si emanciperà.

Senza svelare elementi della trama, direi che le figure dei nonni, mentre procede il racconto, vanno sullo sfondo. Anche quando sembrano centrali, sono comprimari del figlio, che pian piano si emancipa.

È quello che succederà, in un tempo ancora lontano, allo stesso figlio del protagonista. Anche questo significa diventare padre. Sapere quando lasciar andare i propri figli.

 

Il finale spiazza il lettore, mai lo avrei immaginato. È proprio vero che un protagonista ben caratterizzato riesce sempre a mettersi in discussione in una storia, è d’accordo con questa visione?

Non lo so. Ogni storia è una storia a sé. Io mentre scrivo cerco la verità dei miei personaggi. Non ho completamente chiaro dove mi porteranno. Mi sforzo di approfondirli e costruire una storia che li possa contenere. Voglia di conoscerli, e non appena l’ho fatto mi lascio prendere per mano da loro e sto a vedere dove mi portano.

Mentre scrivevo non avevo chiaro il finale. Sapevo come sarebbe stata costruita l’ultima scena, sapevo quando e dove l’avrei ambientata, sapevo chi avrei dovuto inserirci, ma non sapevo chiaramente cosa sarebbe successo. Conoscevo perfettamente gli ingredienti ma non sapevo ancora bene come li avrei preparati. Sono stato ad ascoltare la storia. Sono stato ad ascoltare i singoli personaggi e ho cercato di non dare un significato morale a quest’ultima scena che, sì, lo posso comprendere, è un bel colpo di scena e sembra rovesciare il senso di quanto è successo prima. Ma se andiamo a leggere tra le righe, forse, è proprio il finale che la storia mi chiedeva. Mi chiedeva di evitare i luoghi comuni come avevo fatto fino a quel momento. E di non dare giudizi, affinché fosse il lettore a farlo.

Ne è uscita una delle scene che amo di più. Ci sono tutti, finalmente, con naturalezza. Ognuno spoglio e allo stesso tempo disponibile. Tutti molto tesi, attenti a cosa succederà. Tutti in attesa di qualcosa di grande che potrebbe sconvolgere le loro vite. Un conflitto che può scatenarsi da un momento all’altro. Niente di tutto questo. Il finale più sorprendente non è quello dei fuochi d’artificio. Il finale più sorprendente è quello che prende il lettore alla sprovvista e senza che se ne accorga gli mostra le cose come non le aveva mai viste. Per questo certi finali sanno rimanere nella tua mente così a lungo, dopo che li si è letti. Spero che il finale de Gli invincibili sia tra questi. Probabile che lo sia. A me, che l’ho scritto, ha fatto questo effetto. Spero che lo faccia anche al lettore.

***

 

Estratto da Gli invincibili

 

Prima di superare la porta d’ingresso della scuola, mio figlio si è girato e mi ha salutato con la mano colorata di azzurro.

– Ciao, papà!

Io ero oltre la cancellata, perso in mezzo a una ressa di genitori che spingevano per farsi largo coi telefonini in mano.

Mi pareva di abbandonarlo. Avrei voluto entrare e rassicurarlo ma potevo solo guardarlo mentre gli altri bambini sciamavano intorno, lo spintonavano e correvano dentro. «Stai calmo», mi ripetevo. Ho cercato di nascondere l’ansia. Ho sorriso. L’ho salutato anch’io con la mano.

La notte non avevo chiuso occhio e la mattina per paura di arrivare in ritardo l’avevo svegliato alle sei. Ci eravamo presentati davanti alla scuola per primi, quando i cancelli erano chiusi, il giardino deserto e nessuna luce illuminava le classi dietro le grandi vetrate. C’eravamo noi e il furgoncino del pane.

«Siamo i primi», avevo detto.

«Sì».

«Facciamo due passi».

L’avevo preso per mano. Avevamo attraversato la piazza e ci eravamo seduti su una panca ai piedi della statua dei caduti per la patria, a guardarci intorno.

Era una bella mattina. L’aria era trasparente e verso nord si vedeva nitido il muro delle Alpi con le cime innevate.

«Stai tranquillo, papà, – aveva iniziato lui, – non c’è niente di cui preoccuparsi».

«Non sono preoccupato», avevo mentito.

Lo spiazzo davanti alla scuola aveva iniziato ad animarsi. C’erano molti padri. Parecchie coppie. Una delle rare situazioni in cui non mi trovavo a essere l’unico maschio.

Ho incontrato mio cugino. Ci siamo scambiati un paio di battute sul passare del tempo, sul fatto che poco meno di quarant’anni prima, anche noi avevamo frequentato quella scuola.

Davanti al cancello si erano radunate un centinaio di persone. Alcuni bambini stavano a fianco dei genitori, altri si rincorrevano lungo la piazza.

È stato mio figlio a condurmi al centro della ressa.

Un bidello grasso coi capelli bianchi raccolti a coda di cavallo ha aperto il cancello. Ha fatto entrare i bambini e li ha sistemati nel grande cortile davanti all’entrata, sotto gli alberi.

Mio figlio mi ha dato un buffetto sulla pancia ed è corso a confondersi tra gli altri.

Quelli che avrebbero iniziato la prima elementare sono stati messi in fila davanti a un lungo tavolo di legno su cui c’erano una decina di piatti contenenti un liquido colorato. Blu, rosso, giallo, verde, arancione, azzurro… A turno ogni bambino doveva intingere il palmo della mano nel liquido e lasciare la propria impronta su un foglio A4, dove una maestra con un cespuglio di capelli slavati scriveva il suo nome.

Quando ciascuno ha avuto il proprio foglio personalizzato, un maestro si è disposto al centro della scena, chiedendo silenzio. Ha fatto un lungo discorso sul crescere, sullo stare insieme, sull’imparare divertendosi. Sul fatto che la scuola è una grande casa dei bambini.

Un paio dei più piccoli piangevano. Alcuni ridevano. Il

mio era concentrato. Ascoltava con la massima attenzione. Voleva capire. Come sempre.

Appena il maestro ha finito, si sono aperte le porte della scuola e i bambini sono corsi dentro.

È stato in quel momento, mentre tutti gli sfilavano intorno, che mio figlio si è bloccato sulla porta e mi ha guardato. Mi ha salutato con la mano colorata di azzurro come si saluta un compagno di vita, non un padre. Mi ha salutato come se in quegli anni fosse stato lui a sostenere me, e non viceversa. Come se fosse stato lui a compiere il lavoro più duro: Farmi Diventare Padre.

Era il suo modo di dirmi che era giunto il momento in cui io lo Lasciassi Diventare Figlio.

Per far decantare l’emozione sono tornato al centro della piazza e mi sono seduto sulla panca ai piedi della statua dei caduti. Ho osservato gli ultimi genitori allontanarsi. Ho guardato il bidello dai capelli lunghi chiudere il cancello e rientrare.

La piazza è tornata vuota. Solo davanti alla cancellata era rimasta una persona. Dalla sagoma avrei detto una donna. Ha osservato la scuola per una decina di minuti, poi è venuta dalla mia parte.

Appena imboccata la piazza si è fermata. Ha alzato una mano per salutarmi. Io ho risposto al saluto anche se per la distanza non capivo chi fosse.

Ha ripreso a camminare. Lenta. Misurava i passi.

Era mia moglie. La madre di mio figlio.

Non la vedevo da quasi sei anni, da quando un fresco sabato mattina di primavera se n’era andata senza darmi il tempo per capire.

Avevo sottovalutato ciò che stava succedendo. Avevo pensato che fosse una situazione più o meno normale in una coppia, e che in breve si sarebbe risolta.

Mi sbagliavo.

– Ciao, – ha detto quando era ormai a pochi passi da me. – Posso sedermi?

 

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