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Intervista a Jacopo Lubich, autore di "Brutta storia"

Jacopo LubichQual è la genesi di brutta storia?

 

Brutta storia è nato subito, senza gestazione. Così. Strappato dal mio cervello e costretto a camminare quando era ancora insanguinato. Ero in un parco di Granada, in mezzo a gitane che volevano leggermi le mani mentre cercavo di riprendermi dalla sera prima.

All’inizio pensavo fosse un racconto, perché la storia non era così lungimirante. Poi le cose non sono andate così diversamente, in fondo. Ma Brutta storia deve essere raccontato così, in modo rapido, come un colpo di fucile: ferisce e sanguini, e dopo un po’ è tutto finito.

L’idea all’origine era di affiancare al protagonista un complice. Allora mi sono messo nei suoi panni e ho pensato a chi tra le mie conoscenze avrebbe potuto esserlo. Ecco perché, alla fine, lui è sempre solo. Nessuno sarebbe stato in grado di starmi (e stargli) vicino in quelle occasioni. Meglio soli… dice il proverbio. Ma a dir il vero, tutti coloro che conosco sono presenti nel romanzo: sono il protagonista, siamo il protagonista.

 

Perché hai deciso di affrontare la periferia di Roma?

 

Innanzitutto perché io non abito a Roma, non la vivo molto e né vorrei farlo. In secondo luogo perché la periferia spesso diventa il centro di un altro mondo: quello degli immigrati, dei reietti, degli emarginati, dei poveri sfigati che non arrivano a fine mese e di tutti coloro che, per scelta o per costrizione, vivono sulla scia della Capitale. Ed è quello il mondo che mi interessa: di pariolini fighetti e saccenti professionisti me ne frego, così come di eroi e dei. Tra luce e ombra, mi interessa il grigio, la penombra, il chiaroscuro. È lì che si compie la vita.

 

Ci potresti dire quanto tempo è passato dalla stesura delle prime righe alla pubblicazione presso Round Robin Editrice, spiegandoci le diverse fasi?

 

Brutta storia lo scrissi mentre ero in Spagna: iniziai a febbraio 2010. L’ho dato all’Agenzia Letteraria Sul Romanzo a metà dicembre del 2010 e neanche due mesi dopo mi hanno scritto dicendo che era piaciuto. Il mese seguente, quindi marzo 2011, mi aveva già trovato l’editore. Ho parlato con Stefano Milani, il libro gli era piaciuto. E se piaceva a lui…

Da quel momento abbiamo cominciato a punzecchiare il culo di questo dinosauro lento e rincoglionito che si chiama sistema editoriale. Un anno dopo avevo il libro stampato e fresco in mano; anche se c’è un cesso in copertina. 

 

Quali sono stati i tuoi scrittori ispiratori?

 

Mi piacerebbe scrivere un elenco di scrittori, famosi eh. E poi magari partire con citazioni e elucubrazioni di genere letterario. Ma di cazzate ne scrivo tante nei miei libri, quindi per una volta vorrei fare il serio. Di scrittori che mi hanno ispirato ce ne sono decine e decine; ma non direttamente, diciamo che hanno contribuito a creare quel fondo letterario che vive in me. Un po’ come quando si fa il fondo per il coniglio alla cacciatora: si fanno arrostire le ossa in una pentola e si aggiunge vino e farina. Poi viene fuori una salsa densa e scura: quello è il fondo.

Ecco, le parole di molti scrittori hanno fatto un fondo dentro me. Quasi fosse una lettiera di carta.

 

Brutta storia di Jacopo LubichSe una persona ti chiedesse la ragione per la quale leggere brutta storia, che cosa diresti?

 

Perché l’ho scritto io, ovviamente. Poi, parlando seriamente, glielo ripeterei. Io leggerei un libro scritto da uno come me, sarei curioso.

Ma a parte questo, Brutta storia andrebbe letto perché è la storia di tutti, è una panoramica di come spesso vanno le cose. Anche io non me ne rendevo conto: poi come una bottigliata alla nuca in una sera ubriaca mi è arrivata la consapevolezza che le cose vanno in quel modo. E allora l’ho scritto.

 

Che libro hai nel comodino in questo periodo?

 

A parte quel paio di libri a settimana che devo leggere per lavoro intendi? Ho appena finito di leggere La strada di Cormac McCarthy, consigliato da un autore che ho curato e a cui tengo molto (che sicuramente conoscerete a breve). Per il resto, amo i libri non scontati, che ti prendono a pugni lo stomaco. Quelli che non hanno una fine soprattutto, non perché odio le cose che finiscono, ma non credo nella logica dell’inizio e della fine. Non credo alle linee. Credo al cerchio.

 

Qualche consiglio per chi desidera esordire con un romanzo.

 

Rendetevi innanzitutto conto che una volta scritto qualcosa rimane lì. Fermo. Quindi se vi sputtanate, sono affari vostri!

Dopodiché gli direi di scrivere e non pensare. Non impaginare, non fare paragrafi, non pensare agli editori, alla pubblicazione e a tutte le menate che vengono dopo.

Ascoltati e scrivi! Butta giù tutto. Una volta finito, raccogli solamente quello che ti serve. Non sottovalutare mai il lettore, ma non sopravvalutarlo nemmeno, di questi tempi.

Pensa che quello che hai da dire non frega un cazzo a nessuno. Ma scrivilo perché è giusto così. A qualcuno servirà. E se anche fosse solo una persona, vale comunque la pena.
Un’ultima cosa: non scrivere per soldi. Hai toppato alla grande altrimenti.

 

 

Jacopo Lubich è nato a Frascati (RM) nel 1983. Ha studiato tanto e poi ha messo in tasca il tutto. Ora lavora come Responsabile dei servizi editoriali per l’Agenzia il Segnalibro. Ha pubblicato svariati racconti e articoli. Nel 2012 ha esordito con il suo primo romanzo: “Brutta storia” (Round Robin editrice).

 

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Commenti

Forse, quando si porta un cognome così, ci si dovrebbe interrogare un po' più attentamente sull'opportunità o meno delle proprie parole. Magari non sarebbe male suggerire all'autore di trovare uno pseudonimo letterario, dato che la fantasia non gli mancherebbe. E poi, francamente, se il registro linguistico del libro è lo stesso di quello di quest'intervista (cioè uno slang adolescenziale degno di facebook), dubito fortemente che valga la pena comprarlo e/o leggerlo. A parte il fatto che un ventottenne che pretende di aver scritto "la storia di tutti" e la "panoramica di come vanno spesso le cose" fa un pochino sorridere. Un pochino.

Beh effettivamente anch'io penso che uno scrittore che esordisce dall'anonimato e dalla pressoché assoluta mancanza di notorietà con un cognome così illustre e soprattutto fortemente connotato in un versante totalmente opposto alle sue nuove opzioni letterarie è tenuto a stare più attento. Insomma, sei parente abbastanza stretto di una personalità arcinota a livello mondiale, e pertanto non puoi permetterti con così tanta disinvoltura di scrivere tutto quello che ti pare, specie se con quei toni e quei contenuti.

Io credo che se una persona ha un cognome, deve essere orgoglioso di portarlo, chiunque sia e cosa sia.
Il fatto di avere un parente omonimo famoso non deve assolutamente indurre a disconoscere il proprio patronimico.
E non credo neppure che il parente omonimo famoso (avendola conosciuta personalmente e a fondo), avrebbe essa stessa mai voluto che suo nipote si firmasse, magari, Giovanni Pera.
Non ho mai conosciuto una donna più liberale e tollerante.
Forse hanno sbagliato coloro che, avendo letto Lubich, hanno pensato di leggere qualcosa di diverso dal romanzo scritto da Jacopo Lubich.
Chiamarsi Lubich, non significa appartenere al Movimento dei Focolari, nè scrivere di religione, nè essere professanti della Chiesa Cattolica Romana.

Due punti di vista interessanti, senza dubbio.
Ma ho sempre allontanato da me la presunzione di classificare una persona dall’apparenza, meno che mai dal cognome. Così come non condivido il giudizio a priori, su qualsiasi materia, senza averla inserita in un contesto, senza averla voluta comprendere.
Il linguaggio per me è un mezzo per arrivare, non materia per simposi intellettuali.
Adoro la carne, non il fumo.
Ma sarei senz’altro felice di discutere con voi del romanzo. Perché di questo si parla.

Rispondo al commento di Cinzia Lubich citando una sua frase: "Chiamarsi Lubich, non significa appartenere al Movimento dei Focolari, nè scrivere di religione, nè essere professanti della Chiesa Cattolica Romana". Allora, permettimi, aggiungo: "né pubblicare libri su Chiara Luce Badano per la casa editrice dei Focolari". Per coerenza. Altrimenti vuol dire che i cognomi contano e non contano solo in base a cosa ci conviene. Così "vanno spesso le cose", citando il nostro Autore.

Ivan, lei ha ragione, chiamarsi Lubich non significa nemmeno pubblicare libri su Chiara Luce.
Ma la invito a leggere entrambi i miei libri e di spiegarmi dove vede l'incoerenza.

Ma se sorride al fatto che io scriva di come "spesso vanno le cose" per quelli come me, dubito che comprenda che io scriva di Chiara Luce e di un ragazzo come Aresio con la stessa onestà intellettuale, sincerità e con il linguaggio che ritengo più opportuno.

Ho avuto il piacere di leggere sia il libro su Chiara Luce, curato a più mani, in cui Jacopo Lubich era stato chiamato da Città Nuova proprio perchè fosse una voce "esterna" e potesse parlare di Chiara Luce come di una ragazza qualsiasi.
Ho altresì avuto il piacere di leggere "Brutta storia", un romanzo che parla di borgate di Roma (che potrebbero essere di qualsiasi città, sia del Nord che del Sud Italia) e della gente disperata che ci vive, o meglio "tira a campare", in un modo o nell'altro. Perchè non si può parlare di esistenza, ma di sopravvivenza.
Borgate, che sono fogne dalle quali la speranza di poter uscire è un'utopia...
Credo che l'Autore abbia avuto il coraggio di guardare questa realtà, di conoscerla, di parlarne e scriverne.
Il linguaggio usato ovviamente è adattato alla situazione, anche se non è lontano da quello usato anche nei quartieri bene di qualsiasi città.
In questa intervista, certamente Jacopo Lubich si è immedesimato nei personaggi del suo libro.
Ma io consiglio vivamente di leggere "Brutta Storia", a prescindere dal cognome.
Stiamo parlando del libro.
Qui invece si commenta solo non dell'Autore, ma addirittura del suo cognome!

Carissimo Jacopo, ti ringrazio di cuore per la tua cortesissima risposta e per il fair play che hai saputo mantenere nel corso di questa discussione, cosa che certamente ti fa onore e che ancora una volta dimostra che la classe non è acqua, oltre che buon sangue (Lubich) non mente. D'accordo, ci sentiamo dopo la lettura dei tuoi libri. Ti raccomando solo di fare sempre onore a zia Silvia, la donna più grande del XX secolo.

Carissima Cinzia, che coincidenza! Forse stavamo scrivendo i nostri ultimi rispettivi commenti contemporaneamente! Ok, ci siamo capiti. Abbi soltanto un po' di pazienza: è la cosa più normale e più prevedibile del mondo che, in generale, quando si porta un cognome così noto, qualche riferimento agli illustri della casa venga fatto. Era praticamente inevitabile. Coraggio!

Come spesso succede si tende a ricorrere a un fare volgare e strafottente per inseguire un'idea di distanza e di superiorità da quel che si racconta, da qui la contraddizione di affermare invece di volersi mescolare a qualcosa che in realtà, pare, si disprezza.Senza contare che questo "mondo" descritto come vivo e reale altro non è che lo specchio di stereotipi e bozzetti che non fanno altro che dare la consolante conferma, a chi scrive, di far parte di qualcosa di più alto. "Tra luce e ombra, mi interessa il grigio, la penombra, il chiaroscuro" è in palese contraddizione con l'intento di raccontare di "sfigati", "reietti" e quant'altro, che sembra più voler fare leva su aspetti "rumorosi" e gratuitamente volgari. Del resto se in così poche righe di intervista si sciorinano "sputtanate", "non frega un cazzo", "cazzate" e via dicendo sembra che l'attenzione debba necessariamente andare lì e non a quello che c'è dietro.

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