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Intervista a Giuseppina Torregrossa, a proposito di caffè e letteratura

Giuseppina TorregrossaMercoledì scorso, la scrittrice Giuseppina Torregrossa ha aperto le porte della sua casa romana a un piccolo gruppo di blogger (Scrivo.me, Ciabattine, Sul Romanzo, Huffington Post, Mangialibri, Tazzina di caffè), per parlare del suo ultimo libro La miscela segreta di casa Olivares, edito da Mondadori nel marzo 2014. Ad accoglierci, oltre all’autrice, anche un golden retriever di nome Scirocco, che un po’ abbaiava e un po’ si stendeva ai nostri piedi a sentirci chiacchierare. Sul tavolo, caffè e dolci, gentilmente preparati dalla padrona di casa.

La tazzina di caffè è, allo stesso tempo, l’incipit dell’incontro e il principale argomento di conversazione, poiché proprio di caffè tratta il romanzo di Giuseppina Torregrossa: gli Olivares conoscono, infatti, l'arte di mescolare caffè di origini diverse per ottenere una bevanda armoniosa. «Il profumo inebriante della miscela di caffè che in pochi secondi guadagna la porta e si spande in uno dei quartieri» è stato il leitmotiv di quest’incontro informale e intimo. Torregrossa ci ha parlato del suo libro e dei suoi personaggi, delle sue origini siciliane, della sua esperienza come ginecologa, delle sue scelte di moglie e madre.

Ecco le sue risposte alle nostre domande.

Come ha esplorato il mondo del caffè?

Mi sono documentata alla Torrefazioni Stagnitta e Morettino di Palermo, che hanno diverse tostature e diversi modi di lavorare il caffè: la prima è più artigianale; la seconda è più industriale. I primi due terzi del libro sono nati dentro la Torrefazione Stagnitta, mentre l’ultimo terzo è nato e si concluso grazie alla Torrefazione di Morettino. Sono passata dall’artigianato all’industria, dal passato alla modernità. Il caffè, in particolare, favorisce le relazioni, soprattutto al Sud. Mi sono presentata come una perfetta sconosciuta, quasi non sapevano chi fossi, eppure gli Stagnitta mi hanno aperto le porte delle loro case e delle loro botteghe. Certo, il segreto della miscela non me l’hanno raccontato. D’altronde, per il caffè ci vuole un po’ di mistero. È un colore che non è né nero né marrone. Nella copertina, secondo me, i grafici sono stati bravi a riportare questo nero mistero. La schiuma deve essere persistente, non ci devono essere bollicine. Il sapore del caffè non ha solo l’amaro o il dolce, ma anche il salato e l’acido: tutte qualità, queste, del buon espresso. L’arte della tostatura è una cosa molto empirica, anche se adesso è tutto computerizzato e standardizzato. È un po’ come la differenza che corre tra un medico che ti fa una terapia personalizzata e un medico che applica semplicemente un protocollo standardizzato.

 

Il caffè è ancoraggio delle donne siciliane?

Nelle case siciliane la moka è sempre sul fuoco. La tazzina di caffè è la prima cosa che ti danno in mano, appena entri. Non si può rifiutare. È un rituale che ha qualcosa di sacro, ha a che fare con gli dei. Il caffè nasce come rito propiziatorio di amicizia. Mi ha divertito molto leggere La tazzina del diavolo, in cui il protagonista ripercorre le vie del caffè. Nel Sud neanche te lo chiedono se vuoi un caffè, te lo danno e basta. Una volta ricordo a non so chi chiesi «Ma lo vuoi un caffè?» e mi risposte «Ma che sono malata, ché mi chiedi se lo voglio? Fallo!».

[La scrittrice ci chiede se può fumare il sigaro, ma visto che nessuno di noi fuma, ci rinuncia].

 

Esiste un genere anche in letteratura?

Questa della letteratura di genere è una questione annosa, che mi fa un po’ antipatia. Non esiste un genere maschile e un genere femminile. Esiste un mondo dei sentimenti, questo sì. Il mondo maschile è più legato alla sfera dell’azione e alla riflessione razionale, quello femminile alla sfera dei sentimenti. Ci sono uomini che amano il mondo delle passioni e ne scrivono anche: Anna Karenina mica l’ha scritto una donna. L’ha scritta un uomo. Anna Karenina è un libro sull’autodistruzione, sulla morbosità. La letteratura di genere è una forzatura che vuole sminuire un certo tipo di mondo. Io ho anche dei lettori maschi che mi scrivono. Mi occupo di cibo, mi occupo di sesso, mi occupo di amore: quindi in automatico letteratura femminile.

 

La paragonano, infatti, alla Allende dei romanzi.

A me non dispiace. Ho trovato La casa degli spiriti un libro molto bello. La Allende, come le donne del Sud del mondo, ha un universo composito da raccontare con famiglie grandi. Lei ha a che fare con le passioni. Non mi dispiace essere considerata la Allende siciliana. È la questione della letteratura femminile che trovo urticante. Ma perché, se c’è un uomo che vuole leggere Il conto delle minne, non può farlo?

 

Chi leggerà il suo libro troverà che Roberto ha un lato femminile molto sviluppato e che tiene un diario segreto, che Genziana ritroverà.

Esattamente. Roberto è uno che media e placa i conflitti: caratteristica che è sempre stata delle donne. Mi piaceva l’idea di descrivere un uomo pacato e che sapesse miscelare i suoi difetti.

 

I personaggi di Roberto e Viola sono complementari l’uno all’altro e non credo che sia un caso.

Volevo descrivere una coppia felice.

 

Si nota l’importanza del respiro nel suo libro. È presente in tutte le pagine.

Non è un caso. In siciliano, ciatu mio vuol dire fiato mio, è la più bella dichiarazione d’amore che ci possa essere: sei il mio respiro. Negli ultimi anni, ho sviluppato una vera fissazione per il respiro delle persone. Il nostro respiro segue le nostre emozioni. Il respiro delle donne è un po’ il prana dell’universo. Un paio di anni fa una mia amica, che ringrazio nel libro, mi raccontò che la morte della nonna fu un momento bellissimo, perché le donne della famiglia si erano ritrovate tutte unite a respirare attorno alla nonna morente. Questo racconto mi commosse molto e da lì ho cominciato a fare caso al respiro degli altri. Adesso capisco la sincerità attraverso il respiro. Se non bastassero gli occhi, interviene il respiro a completare il quadro.

 

Ma questa è anche la qualità della sua scrittura: la polisensorialità, la sinestesia dei sensi. Sembra di avere un quadro davanti. Ti viene voglia di bere un caffè. Il gusto, l’olfatto, l’odore.

Questo è vero, ma è anche la mia formazione professionale. Io sono convinta che oltre al corpo non ci sia nient’altro. Possiamo utilizzare solo i nostri sensi per entrare in contatto col mondo esterno e lasciare un’impronta nostra. Non credo molto alle parole, anche se servono per comunicare. Credo di più agli sguardi, ai respiri, alla presenza consapevole del corpo.

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Giuseppina Torregrossa, La miscela segreta di casa OlivaresLalla porta scombussolamento nella vita di Genziana. Nei ringraziamenti scrive che è l’unico personaggio reale del romanzo. Ci dica qualcosa di più.

Lalla non c’è più, è morta pochi mesi fa, a Natale. Era una mia amica, di un paese vicino Parma. Lei è stata la mia compagna di battaglie e, se io sono una donna migliore, lo devo per buona parte a lei. Laureata in economia, si definiva una ragioniera, è stata funzionario dello Stato. L’ho conosciuta nel 1995, perché facevamo un progetto di prevenzione nell’ambito dei tumori al seno. Aveva un’associazione “Le donne scelgono”, nel cui statuto si voleva promuovere la presenza delle donne nei luoghi delle scelte, non in quelli del potere. Voleva dire aiutare le donne per una terapia condivisa, per aumentare le probabilità di guarigione. Lalla faceva la comunicazione diagnostica al paziente, lei che era un non medico. Se sono viva, lo devo anche a lei. Perché quando mi sono ammalata, avevo deciso di non curarmi. Le devo la vita, una grande consapevolezza e la capacità di darmi agli altri. È stato bellissimo incontrarla, mi manca molto. È stata la mia grande occasione.

 

Tutte queste cose gliele ha dette di persona, oppure scrivere di lei era un modo per dirgliene altre?

Noi ci volevamo molto bene. Io ero consapevole di quanto lei me ne volesse. Lalla aveva una sorella morta di cancro al seno. Io le ricordavo molto questa sorella. Era una combattente lei, non amava le smancerie. Il nostro legame era asciutto, avevamo un grosso sodalizio che non necessitava di tante parole. Quando ho iniziato a scrivere di lei in questo libro, le dicevo che mi doveva leggere e lei rispondeva «Sì, cocca, è la volta buona che ti leggo». Lei non mi leggeva mai. Poi a Natale è morta.

 

Anche Ortensia è un personaggio reale?

No. È totalmente inventato. Nella famiglia Olivares ognuno predilige qualcuno, ma tutti alla fine sono felici, perché fanno la somma algebrica di questi sentimenti. Viola è la madre che avrei voluto avere ed essere. Non sono così capace di smussare gli angoli.

 

A proposito di Viola, ha dovuto studiare anche la caffeomanzia?

Sì, ho letto dei libri. In realtà, quella di Viola era una furbata, lo faccio dire a Genziana, era un modo per dare aiuto. Nessuno mi chiede di Medoro?

 

E Medoro allora? E questi nomi di fiori?

Mi è venuto così, mi piaceva molto l’idea che ci fosse una corrispondenza tra il nome e le caratteristiche della persona e un fiore lo può esprimere benissimo. In questo, forse, sono stata sudamericana.

 

C’è un richiamo esplicito all’Orlando furioso?

Sì, certo. La nascita di questo libro è stata più travagliata rispetto ad altri libri. Ci doveva essere inizialmente una contrapposizione tra Orlando pazzo di caffè e Medoro che bilanciasse questa follia del caffè. Poi man mano che sono andata avanti, questo personaggio sempre meno mi interessava. Fa il tirapiedi del barone e poi il guardaspalle di Togliatti, attraversando la Resistenza. Medoro è l’utopia di Genziana.

 

Perché proprio la guerra? È funzionale alla storia?

Io volevo raccontare la guerra, non la storia. Tutto quello che sta succedendo oggi è figlio di quel ‘43. Le mie storie nascono a Palermo. La Sicilia è spesso un laboratorio, perché tutto quello che avviene da noi avviene prima che negli altri posti, però poi negli altri posti si distribuisce alla massa, da noi, invece, resta un fenomeno di nicchia.

 

Giuseppina Torregrossa scrive qui o in Sicilia?

In Sicilia raccolgo le idee e osservo. Nei posti del Sud del mondo le cose accadono. Poi scrivo qui, nella mia casa romana.

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