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Intervista a Giovanni Cocco: la svolta de “Il bacio dell’Assunta”

Giovanni Cocco, Il bacio dell'AssuntaIncontriamo Giovanni Cocco a distanza di qualche mese dalla pubblicazione del suo ultimo libro. Il bacio dell’Assunta, edito da Feltrinelli, è un libro che lascia un po’ frastornato il lettore che aveva apprezzato il Cocco de La caduta, nella cinquina finalista al premio Campiello 2013. Un libro così diverso dal precedente, basato su anni di studi e ricerche, quantomeno incuriosisce. Ci si sorprende davanti a una scrittura camaleontica come quella di Cocco, capace di adattarsi a situazioni letterarie differenti, peraltro con un libro che comunque sta riscuotendo successo. Ne parliamo, dunque, direttamente con lui.

 

Com'è stata l'avventura al Campiello, lo scorso anno? Le ha portato qualche novità a livello di scrittura o di vita personale?

Secondo me un’esperienza del genere, inaspettata e improvvisa, ti cambia perché ti porta a chiederti, già mentre si sta esaurendo, “chissà quando tornerò a questi livelli”. È un’esperienza molto divertente, una scuola, ma nello stesso tempo può essere un’arma a doppio taglio. Dopo, la responsabilità aumenta, perché la gente si aspetta e pretende che la storia non sia sempre la stessa, e devi avere la capacità di cambiare pelle, di riproporti con qualcosa di nuovo, correndo il rischio che molti non capiscano. Un po’ quel che è successo a me. Dopo La caduta molti di quelli che hanno letto Il bacio dell’Assunta si sono chiesti se fossi diventato matto.

 

Perché questa svolta decisa rispetto a La caduta?

Arrivavo da un romanzo che era considerato difficile, letterario, complicato. Pubblicato, con un buon successo di vendita, ma avevo il terrore di essere etichettato. Così mi son detto, ora scrivo un libro facile, che faccia sorridere magari, ma che mi lasci tutti i neuroni, visto che l’altro libro ha avuto una gestazione lunghissima. E poi volevo spiazzare completamente, sapendo che correvo dei rischi, molti infatti sembrano non aver capito questo tipo di virata. Ma io già avevo pubblicato un giallo, con Guanda, e mi ero portato in questa direzione con l’idea di fare cose molto diverse per offrire al lettore più varietà di scelta. Credo che i frutti di questo lavoro si possano vedere solo nel medio-lungo termine. Probabilmente dall’anno prossimo, da quando usciranno i secondi episodi di ciascuna saga.

 

Come nasce Il bacio dell'Assunta?

Nasce dal ricordo di una leggenda popolare. Un ricordo di infanzia di storie di paese. Avevo sentito raccontare di questa vicenda, del furto di una madonnina, di un gesto sacrilego in un paese vicino, e ho voluto fare un mix di vissuto e di finzione. Ho voluto raccontare un territorio di provincia partendo da un’esperienza letteraria abbastanza comune che è ciò che dà l’avvio a tutta la vicenda.

 

L'incipit ricorda vagamente Manzoni, la storia richiama Guareschi e Vitali. Quali altri padri illustri ha la sua scrittura? Ci sono scrittori coi quali lei si sente in debito?

Pensavo a un libro corale, come La Mennulara di Simonetta Agnello Hornby (Feltrinelli, 2002). Volevo fare un libro corale, nel quale non emergesse nessun personaggio come vero e proprio protagonista, ma tanti piccoli protagonisti. Il tentativo è quello di trasferire l’idea di un’atmosfera degli anni Ottanta, che non sono gli anni Ottanta italiani, ma quelli visti dalla provincia, che equivalgono di fatto agli anni Sessanta, perché in provincia il tempo si è fermato. Forse, con le dovute proporzioni, ci possono essere degli echi manzoniani, dal prete che legge I promessi sposi alla figura della perpetua, ma presentati con quella spensieratezza che lo fa catalogare subito come un romanzo di non letteratura, ma quasi solo di intrattenimento, una scrittura leggera. La parola chiave di questo mio romanzo credo debba essere proprio questa: “leggerezza”.

 

Intanto Il bacio dell’Assunta sta avendo un buon successo, e sembra dare ragione a questa sua scelta.

Sì, è una cosa davvero bizzarra. Libri che in Italia vanno bene ma non tanto da arrivare a cifre altissime (abbiamo toccato le 7mila copie in due edizioni) intanto vengono venduti in tutto il mondo. Vedremo se è semplicemente il fascino del lago di Como, o se effettivamente c’è un qualcosa di più. Ma questo non diciamolo ai puristi. Pensiamo al Conte di Montecristo, che per i contemporanei era spazzatura, eppure resiste oltre centocinquanta anni dopo. Oppure a Stevenson, del quale Henry James si chiedeva come potesse un uomo di tale talento, nato per scrivere, passare la vita scrivendo storie di pirati. Alla fine credo che la questione sia una: la volontà dell’autore arriva prima di tutto.

 

Cosa risponde a chi, come il nostro Alessandro Puglisi, sostiene che le abbia scritto un romanzo semplice e prevedibile?

Rispondo che lo prendo come un complimento. Era proprio il mio intento, quello di scrivere un libro semplice. Penso che la difficoltà di qualcuno sia il fatto di pensare al mio libro precedente, La caduta. Ma sono due libri completamente diversi, scritti con finalità diverse. Dopo un romanzo considerato difficile e complicato volevo fare l’esatto opposto, proprio perché la mia ambizione è quella di lavorare su diversi piani. Penso solo una cosa: se il lettore riesce ad arrivare alla fine del libro, allora il mio risultato è stato raggiunto. L’importante è fare operazioni oneste, anche perché ho la convinzione che il lettore percepisca benissimo se un libro è frutto di una scrittura onesta oppure no. Faccio un esempio: io sono un fan di Marco Malvaldi, ma per la critica italiana Malvaldi è paraletteratura (vedi Laura Ricci, Paraletteratura. Lingua e stile dei generi di consumo, Carocci 2013). Il che, probabilmente, è vero, ma ciò non toglie che i suoi siano libri ben scritti, eleganti, con un certo gusto.

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Peraltro il libro sembra già predisposto per una trasposizione cinematografica, è solo un’utopia o un qualcosa che potrebbe avversarsi?

Mentre lo scrivevo non mi sono accorto, ma vedo che me lo dicono in tanti. Se per il libro precedente, ammetto, ci pensavo, per Il bacio dell’Assunta no, non ci pensavo affatto. Penso dipenda dal fatto che è costruito con delle scene in sequenze molto brevi. Allora ci lavoreremo. Fare un Don Matteo ambientato negli anni Ottanta sul lago di Como non sarebbe male.

 

A breve arriva la seconda parte de La Genesi. Poi quali sono gli altri progetti di un autore così prolifico come lei?

Tra la fine di quest’anno e l’inizio del prossimo usciranno il secondo libro con Nutrimenti e il secondo per Guanda, anche se non so con quale ordine. Dopo, però, ci sarà un momento di pausa. Pubblicare costantemente è un vantaggio, certo, ma pubblicare troppo, in questo momento, può anche rivelarsi l’esatto contrario. Anche perché il lettore ha voglia di differenziare le proprie letture. Ma c’è da considerare soprattutto che stiamo vivendo il peggior momento dell’editoria italiana dal Dopoguerra. Un processo che credo sarà irreversibile, i numeri progressivamente si stabilizzeranno, ma non tornerà mai come prima. In Italia si pubblica troppo (peraltro libri molto simili) e gli stessi uffici stampa non riescono a stare dietro a questa mole di pubblicazioni. Oggi quando apri un inserto culturale vedi che le recensioni escono con mesi di ritardo, e questo non perché chi vi scrive siano persone incapaci, ma perché si pubblica troppo e non ce la fanno. E se non si riesce a far parlare di un libro nel momento in cui è presente in libreria, e ne parli tre mesi dopo, quando ormai in libreria non ci sono più quindici copie ma ce ne sono tre, è quasi come non averne parlato. E questo sembra che gli editori non lo stiano capendo, forse perché molti di loro hanno proprio smesso di fare gli editori. Un tempo investivano sull’autore, dandogli il tempo che gli serviva a maturare. Pensiamo al caso di Maurizio Maggiani: il primo e il secondo libro non ebbero un grande successo, ma alla terza chance scrisse Il coraggio del pettirosso che vinse il Premio Viareggio e il Premio Campiello; ecco, non so se oggi una cosa così potrebbe accadere di nuovo.

 

Lei ha alle spalle molte esperienze lavorative negli ambiti più disparati. Quale ritiene che sia stata la più formativa?

Ho fatto il cameriere e il free-lance, il crew di McDonald’s e il venditore di enciclopedie, ma l’esperienza della casa di cura è una delle più intense, un’esperienza che segna. Devo dire, tuttavia, che non è mai stata volontà, ma sempre necessità. Tra l’altro in quel periodo passavo da un’agenzia interinale all’altra, e quel che passava si prendeva.

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