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Intervista a Fabio Genovesi, ecco perché ho scritto "Il mare dove non si tocca"

Intervista a Fabio Genovesi, ecco perché ho scritto "Il mare dove non si tocca"Fabio Genovesi è tornato da poco nelle librerie con un nuovo romanzo, Il mare dove non si tocca (Mondadori, 2017), a due anni di distanza dal successo di Chi manda le onde (Mondadori, 2015), con cui aveva vinto il Premio Strega Giovani ed era entrato nella cinquina dei finalisti della versione maggiore dello stesso Strega.

Qui trovate la recensione del libro a cura di Paola Mauti. Noi invece abbiamo incontrato Fabio Genovesi  in occasione della tappa milanese del suo tour di presentazioni.

 

Quello che colpisce leggendo questo romanzo è la credibilità del racconto in prima persona. Che tipo di lavoro ha fatto per immedesimarsi così bene nel linguaggio di un bambino come Fabio?

Questa è stata la mia prima preoccupazione. Finora avevo scritto dei romanzi polifonici, in cui parlavano persone di tutte le età, dal ragazzino all'ottantenne, mentre questa storia, per come la vedevo io, potevo scriverla solo dal punto di vista del protagonista, unbamibino che ha dai sei ai dodici anni.

Mi dà sempre molto fastidio leggere un libro in cui compare un bambino che sembra avere la barba e i capelli bianchi, perché si esprime come l'autore, ma per immedesimarti davvero tu scrittore devi rinunciare del tutto alla boria, dimenticandoti dei critici letterari e quindi scartando ogni intellettualismo. Il linguaggio dev'essere il più semplice possibile: attenzione, non facile, ma semplice.

Per scrivere questo libro sono stato tantissimo con i miei nipoti, ascoltando i loro discorsi, e mi sono reso conto che noi i bambini spesso li pensiamo più stupidi di quello che sono: a volte hanno dei pensieri profondissimi, anche se non sono in grado di comunicarli in quello che per noi adulti è il linguaggio della profondità. Non m'importa se qualcuno legge il romanzo e pensa che io non sappia i congiuntivi: preferisco quello piuttosto che sentirmi dire che la voce del ragazzino non è credibile.

Ho lavorato molto su questo, anche perché se un mio libro pubblicato ha trecento pagine parte da una prima stesura di almeno ottocento, ma sono pagine che servono solo a me, per costruire i personaggi, trovare le voci e le situazioni. Mi racconto, ad esempio, la prima comunione di un personaggio o di sua madre, anche se so che poi nel libro non ci sarà. Il romanzo vero può iniziare magari dopo che ho scritto cinquecento o seicento pagine.

La prova del nove è poi rileggermi tutto il libro ad alta voce e togliere ogni passaggio che risulti artefatto o spigoloso. Cerco di fare un lavoro lungo perché il romanzo sembri scritto una volta sola.

C'è quella frase attribuita a molti autori che dice "scusa se ti ho mandato una lettera molto lunga, ma non avevo abbastanza tempo per scrivertene una breve". Credo che sia bellissima: più lavori a una pagina e più questa diventa semplice.

 

Ma il processo di scrittura quanto tempo le prende, dalla prima idea alla bozza definitiva di stampa? Quali sono i suoi tempi da scrittore?

Questa volta ci ho messo tre anni. Ho cominciato a scriverlo prima che uscisse il libro precedente, Chi manda le onde, per il quale avevo impegato quattro anni. Scrivendo senza usare nessun tipo di schema o struttura vai avanti senza sapere mai bene dove sei. Vai avanti, ma a volte devi anche cambiare direzione, ricominciare.

Invidio molto i colleghi che mi dicono "ho iniziato a scrivere un libro e sarà pronto a Natale". Io penso sempre " il Natale di quale anno?". Per me non è possibile scrivere seguendo uno schema preciso. Mi piace quando alla fine del libro tutto torna, il che vuol dire che la storia funziona, ma se invece tutto torna solo perché hai forzato la storia a seguire uno schema, è tutto un po' meno naturale.

Per scrivere così ci vuole davvero tanto tempo, a volte ti fermi e magari resti in questo stato per parecchio tempo. Però sono convinto che un libro scritto in un anno sarebbe migliore se l'autore di anni ne avesse impiegati due. Le persone leggono poco e hanno anche pochi soldi per comprare i libri, perciò per me non ha senso riempire le librerie di libri scritti male.

Intervista a Fabio Genovesi, ecco perché ho scritto "Il mare dove non si tocca"

La particolarità di questo libro è che nel giro di due pagine lei crea una magia, in cui il lettore viene introdotto, rimane affascinato dalla storia e incontra dei personaggi che da subito sente di conoscere come se avesse già letto duecento pagine su di loro. Visto che ha appena detto che iniziando a scrivere non sa come andrà a finire la storia, perché non segue uno schema, la prima pagina stampata è quella che lei considerava come incipit fin dall'inizio, oppur  se è venuta dopo.

Se il lettore si ritrova immerso nella storia fin dal principio credo che dipenda dalle centinaia di pagine che ho scritto prima e che conosco solo io, ma che mi sono servite a costruire un mondo.

A volte, quando leggo i manoscritti di qualche esordiente, anche se io non mi sento poi tanto in grado di dare consigli di scrittura, mi viene da dirgli "tu non conosci il gusto di gelato preferito del tuo personaggio", anche se poi nel romanzo il gelato non compare. Come autore, del tuo personaggio devi sapere tutto, cosa pensa, cosa mangia, che auto possiede o vorrebbe avere. Il lettore lo sente se tu non possiedi del tutto la voce del tuo personaggio.

Nelle pagine che scrivo prima, di solito muoiono un sacco di persone di cui io vorrei scrivere, ma mentre vado avanti mi rendo conto che non sento la loro voce, non li capisco, non mi piacciono e quindi li tolgo dalla storia. Parto solo quando ho ottenuto un gruppo di personaggi che funzionano tra loro, e quando capisco che tra tutto quello che sto scrivendo ho in mano qualcosa che voglio far conoscere al lettore: quello è l'inizio del libro.

In Chi manda le onde ero partito con una lunga scena iniziale di un ragazzo che stava preparando un esame universitario, ma c'era la famiglia della casa accanto che lo disturbava. Più scrivevo, più pensavo che, mentre il ragazzo studiava e basta, nella casa accanto succedevano un sacco di cose interessanti, finché la famiglia è diventata la protagonista del romanzo e il ragazzo è sparito completamente.

Anche qua avevo scritto molte altre cose che poi ho eliminato per partire dal villaggio dei nonni-zii. Mi sembra una cosa più onesta: solo quando ti appassioni veramente riesci a trasmettere delle emozioni. Se io so da un anno che a pagina duecento due si baceranno, quando ci arriverò sarò già annoiato, ma se mi verrà in mente solo tre pagine prima, io lo scriverò in modo diverso.

 

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È molto interessante il fatto che lei descriva dei personaggi senza in realtà descriverli: lei permette al lettore di immaginare una persona fisica senza fornirne tutti i dettagli, e sono pochi gli scrittori che sanno fare questo.

Tuttti sappiamo descrivere una persona, ma spesso l'autocompiacimento eccessivo dello scrittore impedisce al lettore di immaginare. Ognuno deve invece essere libero di vedere i personaggi come vuole: il romanzo per me è come una casa dove scrittore e lettore convivono, perciò entrambi devono arredare la storia. Il lettore non deve trovarla già completa di tutto.

 

Intervista a Fabio Genovesi, ecco perché ho scritto "Il mare dove non si tocca"

I personaggi degli zii sono veramente straordinari. Si è ispirato a persone reali?

Questo libro in realtà è la storia della mia vita. Ogni tanto, negli anni scorsi, se mi capitava di raccontare la mia infanzia, certi colleghi mi chiedevano se avessi avuto davvero un'infanzia così e perché non l'avessi mai scritta. Siccome chi scrive è un ladro, e ruba sempre storie agli altri, ho smesso di raccontarla in pubblico e l'ho scritta prima che magari lo facessero loro.

I miei zii erano davvero quelli, anche se ho cambiato alcune cose. Anch'io fino alla prima elementare ho passato tutta la vita con loro, che si disputavano la mia compagnia: niente asilo, niente compagnia di altri bambini. Pensavo che i bambini che vedevo in giro fossero tutti come me, che avessero nonni e zii che li portassero a fare cose come pescare o andare a caccia. Arrivare in prima elementare è stato uno shock, non sapevo interagire con i miei coetanei e ancora oggi ho qualche problemaal riguardo. A rileggere certi miei temi di scuola mi sono reso conto che ragionavo come un'ottantenne, parlando del passato maavevo solo sette anni!

Mi capita di sentirmi dire che la mia famiglia era strana, ma al tempo stesso tante cose che facevamo noi le facevano un po' tutti gli altri. Ognuno di noi, in realtà, ha avuto esperienze del genere, piene di amore non detto, con persone come i miei zii le cui bocche erano fatte per bestemmiare più che per dire "ti voglio bene", ma che trovavano comunque il modo per comunicarlo. Quando telefonavo a mio zio Aldo e lui mi diceva di NON andare a trovarlo, sapevo che si aspettava di vedermi arrivare da lui con due pizze per cenare insieme.

 

Vista la componente autobiografica, e sapendo che la mente di un bambino piccolo è plasmabile al punto che il ricordo di un avvenimento può influenzare il resto della vita, così come vediamo che accade al Fabio protagonista del romanzo, qual è stato l'episodio che ha influenzato di più da bambino il Fabio scrittore?

Più che un episodio, direi che ce n'è stata tutta una serie. Il fatto che non m'invitassero mai alle feste, per esempio, tanto che ho finito per fare amicizia con gli altri tre o quattro reietti come me. Da lì ho capito che era inutile tentare di andare dietro agli altri, ma era meglio fare solo quello che mi piaceva, e così faccio ancora oggi, seguendo il mio ritmo anziché quelli degli altri. Ancora adesso, quando vado nelle scuole, vedo quei ragazzi che riconosco subito come sfigati, e mi verrebbe da dirgli "ragazzi, fatevi coraggio perché in futuro starete meglio voi". Hanno fatto un favore ad escludermi perché mi hanno lasciato in un mondo che, in fondo, mi piaceva di più.

 

Spesso si dice che i grandi libri dovrebbero stimolare delle domande nel lettore, e, secondo me, il suo romanzo oltre a porre delle domande fornisce anche delle risposte. Lei cosa ne pensa?

Non lo so. Domande sì, risposte forse. Io non sopporto le persone che vogliono darti delle risposte: il mio pensiero è piuttosto "io non ne so nulla, tu non ne sai nulla, andiamo a scoprire insieme cosa succede". Ho paura di quelle persone che a sedici anni sanno già cosa fare da grandi, preferisco quelli che a trent'anni sono ancora nel panico. Nel libro comunque molte risposte vengono date dalla manualità, dal fare delle cose concrete.

 

Il coraggio è uno dei temi fondamentali nel libro, ma qua e là compaiono anche frasi un po' ironiche su questo tema.

Dai miei zii ho imparato che le cose sono facili, non nel senso che sia davvero facile farle, ma che è facile capire cosa si deve fare. A volte è sbagliato stare troppo a pensare a quello che si dovrebbe fare, anche perché nella vita è tutto così meravigliosamente casuale.

Una mia ossessione è per le meraviglie naturali: quanto la natura è incredibile mentre noi ci fissiamo con determinate cose. Non è più facile essere innamorati dell'assurdità del mondo anziché cercare sempre di organizzarsi? Il coraggio non è dovuto all'assenza di paura, ma al pensiero che le cose succedono per conto loro, perciò tanto vale buttarsi.

Quando sono alle prese con qualcosa che mi dà ansia, penso sempre ai calamari giganti che a cinquanta metri di profondità nell'oceano combattono con i capodogli, e tutto mi sembra di colpo più semplice.

 

Nel romanzo si parla tanto di stranezza. Ma cos'è la normalità secondo lei?

Per me la normalità semplicemente non esiste, credo sia un prodotto della matematica, che io non amo. Invidio tanto certi miei colleghi come Chiara Valerio, che quando mi parla di matematica mi fa perdere il filo al primo istante. La normalità è come il salario medio delle statistiche, che non esiste.

Tutte le persone sono in qualche modo strane, solo che alcune sono più brave a nascondere le loro stranezze. Per me la scelta è solo tra essere strani ma infelici, perché ti mimetizzi, e strani ma felici, perché non nascondi le tue stranezze e le persone ti vogliono anche più bene. Ti piaci, quindi piaci agli altri. Gli strani contenti di esserlo sono l'opposto degli strani che vogliono esserlo, e che per me sono un orrore, in realtà sono le persone più banali e insopportabili che conosca.

Io ho una passione per i bambini strani, quelli che fanno discorsi da adulti, che hanno manie assurde e che fanno preoccupare i genitori. Alimento apposta le loro follie: il figlio di un mio amico adora i fumetti ed è convinto che Tex esista, così quando sono in giro per l'Italia gli spedisco delle cartoline firmandole Tex e Kit Carson.

Mia madre, del resto,ha sempre alimentato le mie fantasie, io ho creduto a Babbo Natale fino a un'età assurda.

 

A proposito del potere delle storie, questo romanzo in particolare sembra essere un'intera concatenazione di storie. Come è arrivato a questa struttura da fiume in piena? È un tentativo di dare fiducia alla parola, che oggi sembra svilirsi un po'?

Sono sempre stato affascinato dalle storie. Il romanzo nasce da lì, è un modo per amplificare le storie che ti vengono narrate. Ognuno ha i suoi autori delle storie, io a volte cito come se fossero scrittori persone che non lo sono, ma che sono dei narratori incredibili, soprattutto anziani.

Io vivo a Forte dei Marmi, dove d'inverno abitano solo ottantenni, ma mi ritrovo ad ascoltarli sempre con estremo interesse, perché raccontano storie micidiali. L'anziano che racconta ha tanto tempo e una lucidità mentale non eccezionale, che lo porta a ripetersi, a cambiare le storie che racconta. Il narratore migliore per me è quello che non conosce del tutto ciò di cui parla, che divaga e ti fa innamorare del suo racconto interrompendolo per parlare di personaggi che non c'entrano nulla. Le storie funzionano quando stanno addosso ad altre storie.

Facendo di mestiere il giardiniere per tanti anni ho scoperto che negli alberi ci sono rami che danno fiori, altri che danno frutti e altri che non danno nulla, ma servono per mantenere in equilibrio la pianta. Così sono anche i romanzi: se c'è troppa ansia di mandare avanti la storia, o manca un'armonia tra la vicenda principale e le trame secondarie, i romanzi non mi piacciono.

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Posso dirle che la parte migliore del romanzo è quando scrive la storia d'amore in stile Harmony parlando di calamari?

In realtà scrivere un Harmony è uno dei miei sogni segreti, leggevo quelli che facevano emozionare la mia nonna e sono sempre affascinato dalla ripetizione delle vicende sentimentali.

 

In questo romanzo si ride tanto, eci si commuove nella stessa misura. Ma se i suoi zii avessero potuto leggere questo romanzo cos'avrebbero detto?

I miei zii sono morti tutti da tempo, siccome erano imprevedibili non saprei dire come l'avrebbero presa, ma forse si sarebbero commossi. Non so se avrebbero letto il romanzo, magari avrei dovuto raccontaglierlo e forse sarebbero stati contenti. Magari sarebbero pure comparsi a qualche presentazione, e allora forse è meglio che non ci siano più...

C'è chi ha paura di scrivere le proprie storie perché non vuole mettersi a nudo, io non mi chiedo mai cosa penseranno gli altri di quello che scrivo. Però mi sono reso conto che, in genere, alla gente piace essere inserita in una storia.

 

Qual è il suo rapporto col mare, che è sempre presente nei suoi libri, anche nel senso del ritmo e della ripetizione, come le sue onde?

La ripetizione mi piace perché quando funziona rafforza una storia. Mi piace nella musica, mi piace nel mare e anche nei romanzi. Mi piacciono quegli autori che hanno un mondo dentro di sè e lo raccontano, magari in diversi libri, con delle ripetizioni ma senza dire sempre le stesse cose.

Il mare è dove vivo, ci sono cresciuto e mi piace immaginare quello che nasconde sotto di sè, come ti fa capire che sei poca cosa rispetto alla sua immensità. È la stessa cosa che provo leggendo i classici, che sono i miei autori preferiti. Confesso che leggo pochissimo di letteratura contemporanea.

 

Ha un motivo per essere così nostalgico proprio in questo momento della sua vita?

Negli altri romanzi avevo scritto cose staccate che poi ho messo tutte insieme in questa storia. Mi piace la nostalgia, quando però non è chiusura rispetto al futuro. Non approvo chi dice " era meglio prima", ma andare a cercare le proprie origini in fondo è una cosa attiva.

A me piace riempirmi di cose vecchie, come i vecchi manuali di cui si parla nel romanzo, ma come mezzo per imparare cose nuove. Sapere che nel passato sono state fatte certe cose fa pensare che si possa fare anche di meglio più avanti. Vedo quindi la nostalgia come una positività verso il futuro.

 

Nel libro, pur con tante figure maschili importanti, non c'è assolutamente traccia di una visione maschilista della vita.

Gli uomini della mia famiglia erano tutti la quintessenza del maschio eterosessuale, rambo e uomo d'avventura, ma al tempo stesso erano perfettamente tranquilli, perché sentivano di non avere nulla da dimostrare. Facevano quello che sapevano fare senza ansie. La migliore amica di mia madre era una transessuale, ad esempio, che da uomo era diventato donna, ma nessuno si era mai preoccupato di questo. I machi sono aggressivi, competitivi, sentono sempre l'esigenza di dover affermare e dimostrare qualcosa. Io non sono assolutamente competitivo, ma perché sono stato educato così.


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Per la prima foto, copyright: Anastasia Taioglou.

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