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Intervista a Enrico Brizzi: uno scrittore da sempre “In piedi sui pedali”

Enrico Brizzi, In piedi sui pedaliEnrico Brizzi ha chiuso il cerchio apertosi vent'anni fa con il suo travolgente esordio, Jack Frusciante è uscito dal gruppo. E lo ha fatto con un omaggio alla bicicletta, protagonista assoluta di In piedi sui pedali (Mondadori, 2014).

Il pensiero non può che tornare alla sella del "vecchio Alex", lanciata verso Adelaide nella Bologna punk dei primi anni Novanta. Ai tempi di Jack Frusciante Brizzi non era ancora ventenne; oggi, alla soglia dei quaranta, con una ventina di libri all'attivo, e dopo aver macinato chilometri a piedi e in bicicletta, l'autore bolognese fa un ultimo Amarcord in cui riversa tutta la sua passione per quell'Italia su due ruote che si infiammava per gli eroi del ciclismo, passisti, scalatori o gregari che fossero.

Dalle biglie ai racconti “rossi” da bar, Brizzi abbina ogni capitolo al telaio di una bici, tessendo un romanzo di formazione personale in cui si specchia un'intera generazione.

Lo abbiamo intervistato al Salone del Libro di Torino.

 

Presentando In piedi sui pedali ha dichiarato che «questo libro è un cerchio che si chiude», e che d’ora in poi scriverà qualcosa di completamente diverso…

Sì, il progetto a cui sto lavorando adesso – in realtà più d’uno, però il più ambizioso – è un romanzo che consegnerò alla fine dell’anno e che sostanzialmente è una storia di quarantenni, una storia di personaggi che si confrontano con i passaggi cardine della vita, in particolare il matrimonio e tutto quello che ci sta intorno. Certo, si possono avere molte opinioni in merito: c’è chi dice che bisogna assolutamente sposarsi e provare che cosa significa, c’è chi dice che non bisognerebbe farlo mai, c’è chi dice che una volta si può sbagliare ma perseverare è diabolico…

Mi interessa mettere in scena delle persone che si confrontano con l’inizio e la fine degli amori, l’inizio di nuovi amori, con quel legame forte, che non finisce mai, al di là del matrimonio, che è il legame con i figli. Insomma, cose che il “vecchio Alex” non si sarebbe sognato neanche di notte perché aveva altre cose alle quali pensare, no?

 

Quindi possiamo dire che torna al romanzo generazionale, questa volta dei quarantenni?

Vedremo se sarà giudicato generazionale. Nel senso che di sicuro mentre scrivevo Jack Frusciante l’ultima cosa a cui pensavo era la parola “generazionale”. È qualcosa che ricevi dopo, in dono, come stigma – a seconda dei pareri – e che va al di là della tua volontà. Fa parte del gioco di pubblicare, di stare a sentire tutto quello che le persone decidono per te, come giudizio sui tuoi lavori.

 

L’antropologo Marc Augé ha detto che non si disimpara a pedalare perché «andare in bici è un'esperienza di eternità». In questo libro la bicicletta sembra essere una macchina del tempo, un mezzo sia per tornare a quella che ha definito la “fanciullezza”, sia per ricostruire un’identità nazionale (italiana e dell’Emilia-Romagna in particolare). Questa passione per la storia, che vive anche in altre sue opere, da dove nasce?

Immagino dal fatto di avere un padre storico. Anche se non me ne sono mai occupato tecnicamente, ho da sempre un tipo di sguardo abituato, fin da piccolo, a relativizzare tutto quello che succede dentro delle serie temporali molto lunghe. Questo si esprime poi in tanti aspetti della vita: da un lato stupirsi di rado perché in fondo è già successo tutto, molte volte e nelle maniere più pazzesche; dall’altro trovare una grande meraviglia nel fatto che, nonostante abbiamo a disposizione un corpus enorme di eventi e fenomeni dai quali potremmo imparare, continuiamo magnificamente a comportarci come facciamo. L’umanità è come se fosse sempre ragazza, o comunque immatura, da molti punti di vista. Questo ha, per l’uomo saggio, un sacco di controindicazioni e gli fa cascare le braccia; per chi è più istintivo e passionale è anche la promessa del fatto che non ci si annoia mai.

 

In quest'epoca di viaggi virtuali, in cui anche i musei stanno diventando visitabili online e si può viaggiare senza spostarsi da casa, con le sue camminate “storiche” è in controtendenza. I piedi, la stessa bici, sono un modo di possedere la città fisicamente, come facevano i flȃneurs nell'Ottocento. Sta dando una forma fisica, sta concretizzando, ciò che per moltissimi sono solo concetti stampati su un sussidiario: ha percorso a piedi la via Francigena, la linea Gotica, il cammino di Garibaldi, è anche andato a piedi da Roma a Gerusalemme (riportando le esperienze in diversi libri). Ne dobbiamo dedurre che il virtuale le fa paura?

Il virtuale mi interessa. È molto bello poter comunque avere un’idea di Tonga o delle Galapagos, anche se non avrai mai la possibilità di andarci di persona. Vedere una webcam che fissa la capitale di Tonga, piuttosto che le spiagge delle Galapagos è una figata perché ci permette di avere un assaggio di qualcosa che altrimenti non avremmo mai potuto sperimentare.

Allo stesso tempo, non ci sono solo Tonga e le Galapagos, Ci sono il Piemonte, la Toscana, la Liguria, l’Emilia-Romagna. Io sono cresciuto in piena voga esotista, per cui bisognava andare in vacanza in Tailandia, in Messico, in Madagascar (io stesso ho passato dei mesi interi in Madagascar); sentivo, come tutti, l’istinto a viaggiare e a conoscere luoghi remoti e fiabeschi. Dopo di che è abbastanza impressionante rendersi conto che i luoghi remoti non sono così remoti e che sono altrettanto fiabeschi i luoghi appena fuori porta.

Me ne sono reso conto la prima volta che ho fatto una camminata con un amico, a vent’anni. Ci siamo sfidati a vicenda: «tu non hai il coraggio di venire con me al mare a piedi». È la classica gita fuori porta che si fa il sabato o la domenica da Bologna a Rimini o luoghi limitrofi. Vedere che si può trasformare in un’avventura di cinque giorni e di cinque notti – siamo partiti come se fossimo nell’Iowa, con la tenda, il fornello, la tanica d’acqua, ecc. – ti dà un’idea del fatto che sei cresciuto sostanzialmente immaginandoti che l’Italia fosse un posto dove ci sono dei nodi che sono le città, collegati da fili che sono le strade e le vie di comunicazione principali e che tutt’intorno ci sia un grande vuoto. Invece è molto affascinante scoprire cosa c’è nella selletta in mezzo a due colli, o che cosa si vede da lì, perché ci mette in comunicazione con quello che hanno fatto i padri dei nostri padri.

Per cui ti senti che stai facendo qualcosa di talmente antico che non può che essere giusto e istruttivo – al di là del fatto che vivere all’aria aperta faccia bene – perché ci permette di conoscere meglio noi stessi. Quello che trovo affascinante dei viaggi a piedi – e qui parlo da persona che ha care le narrazioni – è che se io arrivo nel paesino remoto in macchina o in moto, scendo, vado al faro, faccio un pasto ma non vado mai sotto la superficie delle cose perché le persone di lì pensano: «ecco un altro turista di merda». Se invece ci arrivo a piedi con lo zaino, sudato fradicio, con le scarpe bucate, ecc., tendenzialmente le persone si aprono e ti cominciano a raccontare le loro storie, delle quali di solito non parlano al bar o che addirittura loro stessi hanno sepolto dentro di sé e che non sono abituati a tirar fuori. Questo mi è diventato evidente in modo schiacciante. Poi tutti ti chiedono «ma dove stai andando?», e quindi, a seconda di come suonano le sillabe che per te sono la meta, susciti anche reazioni diverse. Quando, come nel 2008, alla domanda «dove stai andando?» puoi rispondere «a Gerusalemme», vedi le persone che fanno prima un passo indietro, poi vanno a prenderti la foto dei propri cari in casa e ti dicono: «dì una preghiera per lui», «dì una preghiera per lei»; tendono a considerarti un sant’uomo, anche quando non è proprio il caso, diciamo. Però, al di là della santità o della diavoleria, è bello rendersi conto che camminare è proprio un ponte tra le possibilità di raccontare storie. Le persone sono più interessate a sentire la tua se arrivi a piedi e sono molto più propense a raccontarti la propria.

 

Con i suoi percorsi a piedi si è spinto anche fuori dall’Italia (oltre a Gerusalemme, Canterbury, Spagna, ecc.). I suoi sono stati anche cammini spirituali?

Sì, spirituale è la definizione migliore. Quello di cui mi sono accorto è che l’itinerario forma poi anche lo stato d’animo nel percorrerlo. Se stai percorrendo l’Italia da nord a sud, dall’Alto-Adige alla Sicilia, perché si preparano i centocinquant’anni dell’unita nazionale, il viaggio ti sembra più improntato su una lunghezza d’onda civile, su una dimensione che porta con sé domande del tipo: ma il nostro è un Paese giovane o è un Paese decrepito? Ma ha qualche senso dire che siamo un Paese tenuto insieme con lo sputo? Dire che è meglio se ogni parte di questo Paese andasse per gli affari suoi è una vera bestemmia civile?

Se stai andando a Gerusalemme, o se stai ripercorrendo la via dei Pellegrini del nord, sulla Francigena, quasi fatalmente ti fai delle domande che hanno più a che fare con lo spirito perché stai camminando su una sorta di ponte molto antico che hanno percorso tante persone prima di te e questo ti induce a farti certe domande piuttosto che altre, a cercare certe storie piuttosto che altre.

A camminare in Terra Santa eravamo in cinque o sei. C’era l’ateo, il militante, anche il prete “mancato”, però ognuno di noi è sempre portato a farsi domande di tipo spirituale, ognuno con il suo approccio, il suo punto di partenza diverso dall’altro.

Però è impossibile non renderti conto che stai camminando in una terra che è la culla delle storie più antiche che hai sentito in casa. È impossibile non confrontarti con il fatto che sei partito da un luogo dove nulla è sacro. Anzi, più uno è dissacrante più è figo, in un certo senso. Mentre lì ogni pietra è sacra per tre religioni, addirittura. È impossibile, d’altro canto, non renderti conto che stai camminando in una terra in cui, mentre noi siamo liberi di prendere, entrare e uscire, possiamo camminare dove ci pare, possiamo anche solo aprire un rubinetto e trovare acqua fresca, lì sono in una terra in cui l’acqua non è garantita. Sei in un posto dove ogni angolo di strada è intriso di sofferenza, un posto dove se sei un gruppo di sei uomini con la barba lunga e speri di entrare in pizzeria come fai da noi, sederti e ordinare da mangiare, ti spiegano prima che devi alzare le mani e farti perquisire.

Quindi, in generale, imparare a non pensare che il mondo sia tutto uguale è, come si dice, il minimo della pena che ti può venire dal fare un viaggio a piedi. Poi, più lo fai, più ti rendi conto che le tradizioni e le culture sono diversissime e ricchissime, soprattutto in Italia. La mattina parti da un posto in cui parlano un certo dialetto e per cena arrivi in un posto in cui si parla in un altro modo, dove ci sono altre specialità culinarie, dove c’è un altro modo di vedere la vita. Tutto nello spazio di trentacinque chilometri, di solito. Però alla fine le persone, sotto la superficie, sono molto molto simili fra loro quasi dappertutto. La maggior parte di noi ha paura che fuori il mondo sia cattivo e non è portata a commettere grandi cattiverie. La cosa che più ci accomuna è veramente il desiderio di essere amati e la paura di trovarci o, per chi ha figli, che i proprio figli si trovino, in un mondo di bestie feroci. Leggiamo i giornali e sappiamo che capitano brutte cose, però a me camminando capita soprattutto di ricevere regali.

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Enrico BrizziMurakami, scrittore e maratoneta molto disciplinato, corre molti chilometri al mattino prima di mettersi a scrivere. Dice «io corro non tanto perché è salutare, ma perché il corpo è un tempio che ti permette esperienze metafisiche se è in buone condizioni». Quindi corre per scappare dal corpo. Lei ha dichiarato che quando salta sulla bici viene riportato alla “fanciullezza”, alla libertà…

Sì, mi aiuta molto concretamente a sgombrare dalla mia testa la dimensione del sogno, o dell’oblio completo, a seconda delle mattine… Mi permette di cominciare a rimettere ordine nella mia testa. Invece che partire a freddo di fronte a un computer, ti permette di partire già curioso e non voglio dire razionale, però sicuramente ti fai la tua tabella di marcia mentre pedali e imposti l’intera giornata.

Per quanto riguarda i viaggi a piedi è un’esperienza, quando durano settimane e settimane, che diventa davvero trascendentale. I primi tre giorni sei la stessa persona che era partita, ancora attaccata al telefono, alle preoccupazioni di città. Dopo 4 o 5 giorni esci gradualmente da te stesso e ti fai sempre più sentiero. Relativizzi tutto perché, sostanzialmente, la tua missione è arrivare la sera alla locanda, al rifugio, al posto-tappa che ti sei fissato: un impegno forse di una semplicità imbarazzante rispetto a tutte le cose che uno deve gestire in una giornata media in città. Questo ti dà una grande libertà e, soprattutto, ti dà una grande capacità. Questo è quello che continua a stupirmi ogni volta: prendere decisioni. Cioè, in teoria, noi dovremmo essere portati a prendere mille decisioni al giorno, quindi dovremmo essere pieni di stimoli continui. Invece, la vita di città ci continua a lasciare quasi sempre fermi sul posto. È stato solo durante i viaggi a piedi – e mai il primo giorno, ma quando il volto cominciava a trasfigurarsi dalla fatica e dalla gloria del cammino – che ho trovato persone capaci di dire «Sai cosa? Mando veramente ‘sta lettera di licenziamento, rinuncio al lavoro con il contratto a tempo indeterminato e passo a fare il lavoro che sogno da un po’ e che non trovo il coraggio di cominciare». O persone che prendono atto di quello che sanno già da anni, tipo che la loro storia d’amore è finita da un pezzo o, al contrario, che non vale la pena continuare a vivere facendo il corteggiatore che fa un passo indietro senza dire alla donna che ami «Guarda non me ne frega niente se sei sposata e hai cinque figli, sei l’amore della mia vita, senza di te non posso starci!».

Sono cose belle! “Decidere”, tra l’altro, etimologicamente è un verbo che ha a che fare con i sacrifici di animali del mondo pagano. Vuol dire tagliare la gola dell’animale nel sacrificio. In questo senso tagli un po’ la gola a te stesso, al te stesso abitudinario che vive come il criceto che corre all’impazzata sempre dentro la stessa ruota. Ti regali un’altra vita possibile che, secondo me, è molto positivo per ognuno di noi. Devi essere pronto, un po’ come i viaggi in barca a vela, a essere destabilizzato di continuo, devi sapere che non c’è cambiamento senza rischio e non c’è cambiamento gratuito. Però è questo il modo più degno di stare al mondo, soprattutto se hai figli. Da adolescentericordo che quello che spiaceva di più degli adulti era che si considerassero ormai su una specie di tapis roulant che va avanti per conto suo, per inerzia, verso la pensione, verso l’età in cui niente sta insieme fisicamente, verso il rimettere l’anima nelle mani del Signore, senza mai prendere delle sterzate che da ragazzi non fai che prendere cinque o sei volte al giorno.

A me piacerebbe poter sempre mostrare alle mie figlie che bisogna avere un’etica e una tabella di marcia, ma anche che si deve essere disposti a rimettere tutto in gioco se ti sembra che quello che hai fatto fino a quel punto, in un certo senso, sia un viaggio che è finito. Non bisogna restare ancorati all’idea molto provinciale del tipo «io per la società sono questo quindi dovrò restare questo fino alla fine dei miei giorni» o «sono stato fatto per vivere in questa città, delle altre non mi interessa se non per andarci come turista nel weekend». Secondo me è bello pensare più in grande e vivere, anche, più in grande.

 

Anche In piedi sui pedali, come molti dei libri che ha scritt, ha una sfumatura malinconica. I ricordi, gli anni andati, un Amarcord che si ripresenta ciclicamente, verso l'Emilia-Romagna e verso un pezzo della nostra storia sociale. Il suo è uno sguardo sempre un po' nostalgico, un po' da cantore del tempo che fu. Jep Gambardella, ne La Grande Bellezza, a un certo punto dice, con quella sua colta indolenza: «Ma cosa avete tutti contro la nostalgia?». Si sente un nostalgico nonostante questo tuo sguardo verso al futuro?

No, io sinceramente mi sento ottimista ai limiti della psichedelia a volte. Credo che valga la pena di guardare avanti anche quando la situazione sembra disperata. Però, allo stesso tempo, per sapere dove sei, devi sapere da dove vieni e ricordarlo sempre. Questo pensiero è per me il carburante necessario per andare avanti. La cosa più disperante è pensare a se stessi come a isole, a persone che vivono l’adesso e non sanno quale sia il loro albero genealogico. Se non conosci il tuo albero genealogico non sai nemmeno di quale progenie vuoi diventare il patriarca. Invece vedo che è così bello crescere i figli raccontando che c’era un prozio che lavorava sulle navi in giro per il mondo, l’altro che ha fatto la guerra, ecc.; ed è una specie di eredità proprio a chi andrà più avanti di te. Così come io sono cresciuto ascoltando la storia della seconda guerra mondiale da parte di persone che, di fatto, vivevano negli anni Settanta/Ottanta. E non vivevano solo di ricordi ma vivevano anche il presente. Però ognuno di noi è infestato dai ricordi e, in egual misura, per quanto mi riguarda, dal bisogno di non stare mai fermo. Due situazioni che non sono, però, in contraddizione.

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