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Intervista a Emanuele Tonon

Emanuele TononOggi, alle 18.00, presso la libreria Mel BookStore di Roma, Emanuele Tonon presenterà La luce prima (Isbn). Sul Romanzo gli ha posto alcune domande, ripercorrendo il suo percorso letterario dalla pubblicazione de Il nemico (Isbn), opera d’esordio del 2009.  

Tonon, quale evoluzione stilistica fra la prima e la seconda opera?

Non sta a me dire di evoluzioni o involuzioni, a me sta solo il sottolineare la necessità di leggere la mia opera nella sua economia trinitaria. Ho cercato di affrontare letterariamente questa domanda: “Cosa resta vivo dell’amore dopo l’esperienza devastante della morte?”. Le tre parti che allegoricamente stanno per il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, sono, rispettivamente, un romanzo dell’amore paterno, uno dell’amore coniugale e uno dell’amore materno. In questa sorta di sacra rappresentazione, sono giunto alla nudità, ho portato in scena la tenerezza definitiva. La tensione, nelle tre ante, è la stessa, il linguaggio è lo stesso, la costruzione della frase è la stessa. La pasta della lingua non è cambiata, è cambiata solo l’esposizione della voce narrante. Qui, ne La luce prima, non c’è mimesi. Come avrei potuto stare nel canto con un filtro mimetico? Quale valenza avrebbe avuto il canto che è La luce prima? Non potevo fare altrimenti. La mia intenzione, quando cominciai a scrivere, circa sei anni fa, la terza parte della mia opera, era quella di slegarmi dal dato autobiografico (cosa che già avevo fatto nella seconda anta de Il nemico). Quell’intenzione, però, s’è sgretolata davanti alla morte di mia madre. Il dato autobiografico è quindi entrato nella letteratura, nel sogno della letteratura. Ho scritto il libro che non avrei mai voluto scrivere, ma tutto quello che ho scritto è quello che stavo scrivendo altrimenti, altrimenti scrivevo di quello Spirito Santo, di quel femminino che unisce il separato. Ma quel femminino, ne La luce prima, non riporta all’unità in via d’eccezione, come accade nella teorizzazione teologica della mariologia, dove la Madre è prima di tutto la Vergine, quindi diversa da tutte le altre madri.  La madre che ostendo è la  madre ha tenuto per nove mesi il figlio nel proprio ventre, che partorisce con dolore quel figlio, dopo aver accolto, con violenza, in sé membro d’uomo, è madre che cresce il figlio, con fatica e meraviglia, continuando ad avere contatto viscerale col corpo di lui, come il figlio lo ha avuto abitando il ventre della madre. Lo Spirito Santo de La luce prima è il femminino che non consola, non redime ma che è nostalgia e desiderio di unità: l’unità della madre e del figlio, prima della separazione che è il parto, quell’essere messi, nudi e bisognosi di tutto, sulla scena del mondo. Nel libro dove stavo nella finzione e che avrebbe dovuto concludere la mia trinità al posto de La luce prima, avevo inventato i mondi, gli universi che poi si sono inginocchiati davanti al cadavere di mia madre. In quel libro che stavo scrivendo prima di essere costretto a scrivere questo ora pubblicato, c’era un immaginario che faticavo a contenere. Qui, ne La luce prima, quell’immaginario è diventato la parola del testimone, oscillante tra grido, supplica e silenzio, che inchioda anche la fondante allegoria pentecostale. Mia madre è diventata quegli universi di finzione, io sono stato costretto a diventare questo essere nudo che si offre anche allo scherno. Ma quello che conta è che sulla pagina resti solo lei, la Madre Santa e Povera (e la povertà “ordinaria”, quella della porta accanto che non produce spettacolo mediatico, è l’altro aspetto urticante del mio libro; chi ha fatto della mimesi il cardine ideologico della letteratura, si sentirà violentato, esorcizzato da una povertà mostrata con tale naturalezza), la mia Vincenza che ora, in qualche modo, consegnata definitivamente alla pagina, avrà tanti nomi come quanti gliene vorranno dare i lettori. Io, l’autore, cantando mi consegno all’inesistenza. Lei, la madre, morendo, si consegna all’immaginario attraverso la mia voceche va ammutolendo. La luce prima è la glossolalia del bambino che, come in una mistica zen post-fetale, emette suoni avendo desiderio del ritmo cardiaco e amniotico delle origini, in un vuoto intollerabile che è desiderio di unità. Quel desiderio onnivoro di bambino è la madre.

 

A quale parte de La luce prima, il suo nuovo romanzo edito da ISBN,è più affezionato e perché?

 

Sono affezionato a tutto il romanzo, anche alle cento pagine che facevano parte della prima stesura e  che ho deciso di non consegnare alla letteratura. Però le ultime pagine mi fanno stare, ancora, in una beatitudine che non avevo mai conosciuta prima di scriverle,  perché in quelle pagine ho veramente smessa la ragione e veramente ho cominciato a danzare con l’assenza di mia madre, nella casa ormai vuota, fra le mura umide. Le ultime pagine sono la sola autobiografia. Il resto è testimonianza, è l’approssimazione alla verità che chiamiamo letteratura.

 

L’amore narrato per sua madre assorbe angoscia e serenità in un continuo alternarsi vorticoso, qual era la sensazione dominante fra le due quando ha deciso di mettere il punto finale al libro?

 

C’era solo il sorriso di mia madre, e io sorridevo di rimando. Era la notte di Natale e avevo solo quell’altarino con la foto e gli oggetti che hanno canonizzato la sua vita di mia madre: gli ultimi libri che stava leggendo, gli occhiali, la settimana enigmistica, la scatola in latta della crema nivea, le confezioni delle medicine che i medici le avevano prescritto per non morire, le sue mentine. Quelle povere cose che fanno da paesaggio poetico al libro che ho scritto per lei. Ero nella Gioia in cui immagino mia madre, nella Gioia che ancora non riesco a comprendere ma che in qualche modo mi arriva.

 

Un rapporto complesso il suo con la morte, complesso nella rappresentazione all’interno dell’opera, come nel caso dell’amore per la madre: sembra che si sviluppi un isocronismo emozionale, laddove la morte e la vita, ai loro estremi, coincidano…

 

La morte e la vita, sì.  Mi ripeto sempre, quasi in preghiera, quasi per indurmi uno stato ipnotico, queste parole di Saulo di Tarso: La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov'è, o morte, la tua vittoria? Dov'è, o morte, il tuo pungiglione?

Mi danno la misura esatta della morte che ci portiamo dentro dal primitivo schizzo di sperma che ci permette di essere qui, a ragionare, come coscienze determinate da fattori genetici e condizionamenti sociali. E dall’amore che abbiamo avuto e che non abbiamo avuto, che abbiamo dato e che non abbiamo dato.

 

È più interessato alla critica o ai semplici lettori? Per quale ragione?

 

La luce primaIo sono un semplice lettore, prima di essere uno scrittore. Devo leggere, è proprio un bisogno, non potrei farne a meno. Allo stesso modo devo scrivere, indipendentemente dalla canonizzazione editoriale di quanto vado scrivendo (ho scritto per mezza vita senza nemmeno immaginare uno sbocco editoriale). Nell’atto della scrittura non sono interessato ad altro che alla scrittura stessa, non esistono possibili lettori o recensori di riferimento. Esiste soltanto un universo immaginale che mi esce dalla punta delle dita, dopo avermi attraversato. Diceva Maurice Blanchot: “Che uno scrittore degno di questo nome non deve, propriamente parlando, tener conto del pubblico, che gli basta essere leale con se stesso, e che questa lealtà consiste innanzitutto nel concentrarsi sulla propria opera, nell’essere fedele a quest’ opera”. Il confronto comincia solo quando esco dalla solitudine della scrittura, e tutto il mondo immaginale è definitivamente consegnato alla pagina, consegnato alla mia inesistenza. Ho avuto e continuo ad avere degli incontri importanti con quelli che lei definisce “semplici lettori”. E’ il pudore che spesso mi impedisce di abbracciare chi incontro a una presentazione e mi regala parole che non credevo possibili. Vale lo stesso per chi mi scrive. E’ questo solo che conta, per me, nel mondo editoriale: queste persone che, prima lontanissime, improvvisamente si trovano, si riconoscono dentro al fuoco della parola scritta. Quanto alla critica ufficiale, è un mondo a me sconosciuto.

 

 

Se riuscisse a immaginarsi fra dieci anni, che cosa vorrebbe attorno a sé? E interiormente?

 

Vede, ne La luce prima ho scritto di una salvezza possibile solo nella relazione amicale. Ci sono vie che si possono percorrere solo in solitudine e la scrittura è una di queste. L’amico è la sosta del viandante, l’amico prepara il letto per te, imbandisce la tavola per te, ti accarezza, ti bacia, ti lava i piedi dopo il lungo cammino, ti rifocilla. Poi riparti e poi ritorni. Voglio immaginarmi, quindi, come un uomo salvato, che vive in una piccola comunità di esseri umani salvati, di amici che coltivano la terra, che dalla terra traggono il frutto del loro sostentamento. Voglio immaginarmi come un uomo sorpreso dalla gioia. Voglio immaginarmi come in questi versi di David Maria Turoldo:

A me un paese di sole
una casa
leggera, un canto
di fontana giù
nel cortile.
E un sedile di pietra.

 

E schiamazzo di bimbi.
Un po' di noci
in solaio,
un orticello
e giorni senza nome
e la certezza
di vivere.

 

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Commenti

Mi sembra d'averla già letta qui: http://www.vicolocannery.it/2011/09/15/intervista-a-emanuele-tonon/.

Ah, i deja vu...

Corrado, incredibile quello che è accaduto. Ora tutto sistemato. Grazie per il feedback.

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