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Intervista all’autore di “Sia fatta la mia volontà (qui nel mondo)”, Domenico Esposito MitoDirebbe che il suo libro, Sia fatta la mia volontà (qui nel mondo) e la sua scrittura in genere, nascono dall'urgenza di raccontare o più da una forma di riflessione e revisione?

Diciamo pure che l'urgenza, o meglio l’esigenza, è quella di voler indurre alla riflessione, mentre quella di raccontare la chiamerei semplicemente “voglia”; mi piace mettere insieme queste due cose, in modo tale che il mio libro possa essere letto anche da chi non è molto interessato al sociale. Magari inizia a leggere solo per diletto, ma allo stesso tempo avrà modo da riflettere  sugli argomenti trattati. Se non dovessi riuscire nel mio intento, il lettore avrà pur sempre letto una piacevole storia.

Qual è, a suo avviso, il nodo che il lettore dovrebbe cogliere nel suo romanzo? Più in generale: qual è la sua posizione rispetto ai fatti di Genova, di cui parla?

Di certo non giustifico e non condivido gli atti di vandalismo dei manifestanti facinorosi, ma neanche la ferocia e l’irresponsabilità delle forze dell’ordine, a partire dagli scontri di piazza fino alla caserma di Bolzaneto, per non parlare della Diaz. Una cosa è certa e innegabile:  il 20 e il 21 luglio 2001 ci fu una cattiva gestione dell'ordine pubblico. La prova sono alcune intercettazioni dalle quali risulta che Pasquale Zazzaro, il responsabile della centrale operativa della questura, imprecava contro i suoi uomini perché anziché attaccare i facinorosi – come era stato ordinato - stavano attaccando un corteo autorizzato (che era proprio in un'altra direzione). Da questo si può dedurre che potrebbe essere stato un errore, ma da altre informazioni sembra quasi sia stato, invece, fatto di proposito. Ricordando, dunque, il 2001, documentandomi sugli anni precedenti e vedendo ciò che accade oggi, noto che nulla è cambiato. Ciò che più mi ha infastidito di quell’evento sono innanzitutto i modi umilianti e disumani con i quali furono trattati gli arrestati e il fatto che gli agenti “condannati” non solo non sono stati arrestati, ma non sono neanche stati sospesi dal servizio, mentre alcuni sono stati addirittura promossi. Ci tengo comunque a precisare che i Fatti del G8 di Genova sono stati per me soprattutto un buon pretesto per parlare di problemi che abbiamo sempre avuto e che ancora oggi permangono. Come avrai notato, infatti, si affrontano anche altre tematiche, come la laicità, la religione e l’ateismo, il razzismo, le ideologie, la globalizzazione stessa, la crisi, ma anche il bullismo, la camorra, gli emarginati. Ecco perché mi piace definirlo un romanzo sociale. Il messaggio è quello di lottare comunque, nonostante le varie difficoltà, non necessariamente con lo spargimento di sangue, come ha, invece, inteso qualcuno che ha scritto su un giornale che voglio incitare alla rivoluzione armata. Io piuttosto stavo lanciando un’avvertenza: se non si risolveranno questi problemi, si potrebbe dar vita a dei disperati pronti a tutto, come il mio protagonista eroe/anti-eroe Demetrio De Sanctis. 

Romanzo sociale. C'è qualche autore di questo genere, all'interno del panorama italiano, cui si sente affine, o che magari l’ha persino ispirata?

Nel panorama italiano veramente no. Mi hanno ispirato di più i romanzieri russi ottocenteschi come Gogol’ e Dostoevskij. Credo che nessun autore sia stato bravo quanto quest’ultimo nel descrivere le introspezioni, soprattutto quando i protagonisti sono nevrotici o tormentati interiormente e allo stesso tempo era capace di fare un bel ritratto della società in cui viveva. Apprezzerei anche Tolstoj, se solo nei suoi libri ci mettesse meno sentimentalismo. Nel panorama americano odierno, invece, come romanzo introspettivo - sociale, mi è piaciuto molto La Venticinquesima Ora di David Benioff. Se, però, vogliamo proprio parlare del panorama italiano odierno, potrei citarti lo scrittore Diego De Silva, per il suo romanzo sociale Certi Bambini. Un po’ mi sono ispirato anche a lui per lo stile “duro” e per le frasi in dialetto e  i toni napoletani.

Parliamo del lavoro sul testo. Quanto, e come, avete lavorato sul romanzo con la casa editrice?

Se per lavoro sul testo intende la correzione e la revisione, credo che la casa editrice ci abbia lavorato poco. Mi hanno detto, infatti, che fortunatamente, come capita di rado, non ce ne è stato tanto bisogno. Nonostante ciò, anche dopo la proposta di pubblicazione, ho corretto e revisionato il romanzo fino allo sfinimento.

Come siete arrivati alla proposta di pubblicazione?

A dire il vero è stata una vera Odissea la mia ricerca di un editore, il romanzo era già pronto nell'autunno del 2010, ma sono riuscito a pubblicarlo soltanto nel dicembre del 2011. Lo proposi a varie case editrici, ma fu rifiutato perché non rientrava nella loro linea editoriale, tuttavia ritennero l’opera idonea ad una pubblicazione, consigliandomi anche qualche casa editrice più adatta. Avevo quasi perso la speranza che potessi pubblicarlo, ma nonostante ciò, quando trovai su facebook il contatto di Tempesta Editore (che  si occupa di laicità e di temi sociali), inviai semplicemente il formato elettronico tramite e-mail e solo dopo qualche mesetto, quando ormai non ci contavo più, mi arrivò la proposta di pubblicazione. Ciò che è più soddisfacente è che, come avrà letto nella prefazione,  questa casa editrice aveva già deciso di non pubblicare più narrativa e darsi solo alla saggistica, ma con il mio romanzo ha voluto fare, forse, un’ultima eccezione.

 

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