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dario FertilioIl titolo incuriosisce molto. Perché "Musica per lupi"?

 

Il titolo del mio libro è ispirato a un passo famoso di “Dracula”, il romanzo di Bram Stoker. In una delle sue scene iniziali, l’ignaro protagonista, ospite del conte vampiro, sente alzarsi l’ululato dei lupi fuori dal castello. Allora Dracula, parente stretto dei lupi mannari secondo la mitologia non solo romena, gli rivolge precisamente quella frase: “Ascoltateli, i figli della notte, che musica fanno!”. Al di là del loro potere evocativo, le parole di Dracula mi sono sembrate un’allusione appropriata ai recessi più tenebrosi della natura umana. Sotto lo strato della civiltà e della cultura, cioè, riposa sempre un nucleo primordiale, attirato dalla violenza e dal male. A questo, precisamente, alludono tutti i grandi miti, anche religiosi. Se si lasciano agire queste forze oscure, ogni valore viene pervertito e il richiamo della natura ferina può essere goduto come una musica. Qualcosa di simile è successo tra i fedeli del totalitarismo comunista e di quello nazionalsocialista.

 

Il testo rivivifica un episodio terrificante della storia della Romania degli anni '50. Parla dell'esperimento di Pitesti. Di cosa si tratta nello specifico?

 

 L’”esperimento Pitesti” rappresenta probabilmente, accanto ad Auschwitz, il picco dell’orrore totalitario novecentesco. Per tre anni, dal 1949 al ’52, in un carcere a nord di Bucarest fu messa in atto, per volere del regime stalinista instauratosi sulla punta delle baionette sovietiche, una sequenza di torture ininterrotte, di giorno e di notte, sia fisiche che mentali, volte a corrompere e disumanizzare le vittime. Esse erano indotte, in altre parole, a regredire dall’uomo alla bestia, secondo un darwinismo rovesciato. Se volevano sopravvivere, dovevano diventare animali e a loro volta torturatrici: in fin dei conti, qui non siamo poi tanto lontani dal morso contagioso dei vampiri. Infatti, coloro che fossero riusciti a sopravvivere, nelle previsioni avrebbero dovuto allargare l’esperimento fino a infettare l’intera Romania. Questo il piano: che fu interrotto solo perché l’orrore schiacciò gli stessi carnefici e i loro mandanti.

 

Disumanizzare, per così dire, attraverso l'esperimento di Pitesti, ma a che pro?

 

Disumanizzare equivaleva a fare “tabula rasa” del passato in tutti i prigionieri: essi, attraverso una serie di auto “smascheramenti”, erano indotti a ripudiare i loro ideali, gli amici, i parenti, i genitori, gli antenati, la religione, lo stesso Dio. Sbocco di questo percorso, in un crescendo demoniaco, furono la blasfemia e, in occasione delle feste cristiane, le messe nere. Il che rappresenta un unicum.

Più in generale, Pitesti insegna come il male e i suoi epigoni si trovino sempre d’accordo sulla necessità di distruggere. In ciò, spiegano gli psicanalisti, può esistere anche un certo godimento. E per molti teologhi, l’eros della distruzione coincide con l’operato del Diavolo, cioè col male assoluto. Come si vede, “Musica per lupi” affronta il tema del male radicale, estremo, oltre il quale non esiste più niente di umano.

 

Secondo te, l'uomo, dopo un simile processo, si trasforma in lupo?

 

L’”esperimento Pitesti” insegna che, oltre una certa soglia di orrore, quasi nessuno può resistere: solo pochi santi sono capaci di affrontare simili prove. Le persone comuni soccombono, si adattano e pur di sopravvivere accettano di imbestiarsi. Raggiunto questo obiettivo, il regime comunista romeno pensò di poter intervenire vittoriosamente attraverso la “rieducazione”, fondando cioè i principi dell’”uomo nuovo” sulle rovine di quello vecchio. L’esperimento però è fallito: una volta interrotto l’esperimento, per paura dello scandalo, la grande maggioranza delle vittime dopo un certo periodo di tempo ha recuperato la sua umanità. Questo prova che il fondo dell’animo umano, nonostante tante teorie pessimistiche, tende spontaneamente al bene.

 

Eugen Turcanu, il capitano, il carceriere, lui stesso un ex prigioniero che ha seguito un iter similare a coloro che lo raggiungono a Pitesti. Lui ha subito la "trasformazione"?

 

Tutti i testimoni sopravvissuti parlano di Eugen Turcanu, il capo rieducatore e direttore dell’orchestra infernale di Pitesti, come di un Lucifero. Bel giovane (come testimonia l’unica foto di lui che si conosca, pubblicata in copertina, proveniente dal casellario della Securitate, la polizia segreta romena), prestante, dotato di buona cultura e memoria prodigiosa, Turcanu agì a Pitesti come un indemoniato, senza ravvedimenti. Tuttavia, nella scena finale della sua fucilazione, ho voluto descriverlo pacificato nel momento della morte: come se – similmente a Dracula – il trapasso lo avesse infine restituito all’umanità che in vita aveva ripudiato.

 

Musica per lupiVittima e carnefice, a Pitesti, non sono ruoli ben delimitati e distinti, si amalgamano come se si trattasse del volto di un dio Giano. È forse questo il vero volto dell'essere umano, un doppio, un ossimoro? 

 

Certamente, in ognuno di noi si nascondono un cielo e un inferno, una dannazione e una salvezza possibili. Perciò nego che si possa parlare di una “banalità del male”, come se qualsiasi bravo padre di famiglia potesse più o meno consciamente, da un giorno all’altro, trasformarsi in carnefice al servizio di un’ideologia totalitaria. No, l’uomo al fondo è libero, e sa di sapere: il dramma della salvezza ci coinvolge tutti, e forse la vera tragedia riguarda solo coloro che trascorrono un’intera esistenza senza accorgersene, e senza decidersi a compiere la scelta fondamentale cui sono sempre chiamati.

Pitesti ed Eugen Turcanu non sono sopravvissuti nella memoria dei più in Romania, quasi una cancellazione di massa. Perché, secondo te, e come sei venuto a conoscenza di questi fatti storici?

Quando l’”esperimento Pitesti” ha preso la mano ai suoi sadici protagonisti, degenerando nell’orrore e nel sangue, le autorità che l’avevano ordinato hanno temuto che l’accaduto si risapesse al di fuori della Romania, delegittimando politicamente il regime. Perciò hanno ordito un finto processo a porte chiuse e ordinato la fucilazione dei responsabili con l’accusa di avere agito “in combutta con i fuorusciti e gli stranieri”. Il metodo bolscevico ha agito al solito modo: mettendo una pietra tombale sui fatti, pervertendone il senso e cancellandone la memoria. Lo stesso che a Katyn in Russia, a Kurapaty in Bielorussia, nell’Ucraina dello Holodomor. Ma Pitesti, da sola, vale come una condanna inappellabile del comunismo e del marxismo. E, per quello che hanno dovuto sopportarvi, i romeni meritano solo per questo di essere inscritti fra i popoli martiri d’Europa.

Sono venuto a conoscenza dei fatti qualche anno fa in Vandea, a La Roche sur Yon, durante la celebrazione di un Memento Gulag (la giornata della memoria dedicata alle vittime del comunismo, il 7 novembre). In quell’occasione una relatrice romena parlò di Pitesti: io mi feci consegnare il testo della sua relazione, che conteneva una bibliografia. Da là la mia scoperta, l’indagine storica e infine la scrittura di “Musica per lupi”.

 

In che cosa consiste il Memento Gulag, e chi lo sostiene?

 

Il Memento Gulag, cioè la giornata da affiancare a quella della Memoria per l’Olocausto (il 27 gennaio) è una delle iniziative più importanti dei Comitati per le Libertà, il movimento internazionale che ho fondato con Vladimir Bukovskij, il celebre dissidente antisovietico. I Comitati per le Libertà sono diffusi in Italia e in numerosi paesi europei, e aperti a tutti coloro che hanno a cuore i principi della democrazia, del libero mercato, del federalismo e della democrazia diretta. Il loro sito è: http://www.libertates.com/

 

È una lettura che, a tratti, ti impone di fermarti, deglutire le immagini tracciate sui fogli, a volte è troppo, il lettore si sente intrappolato a Pitesti nella Camera Ospedale a redigere la propria autobiografia. Cosa hai provato mentre narravi questi momenti sconvolgenti? 

 

La mia ricerca letteraria non è all’insegna della ricostruzione storica, ma della evocazione dei sentimenti, sensazioni, dei piaceri e dei dolori, delle speranze e delle tragedie dei loro protagonisti. Insomma, io mi sforzo come autore di rivivere le loro vite, di mettermi letteralmente al posto loro, di vedere con i loro occhi, di soffrire le loro pene. Se sono riuscito in questo intento, credo di aver assolto il mio compito e risposto alla mia vocazione di narratore. È chiaro che tutto ciò mi è costato fatica e un po’ di dolore, ma è la stessa capacità di sofferenza che viene richiesta al lettore o allo spettatore di una tragedia. Il fatto poi che l’ultima scena di “Musica per lupi” sia dedicata a un sopravvissuto, e al suo desiderio di vivere ancora, sta a significare che la morale di questa favola terribile, nonostante tutto, è che il bene è più forte della morte, e tutti noi siamo stati creati a somiglianza dell’Essere chiamato Dio. Una storia insomma, paradossalmente, a lieto fine.

 

Dario Fertilio è giornalista e scrittore italiano di origine dalmata. Laureato in lettere presso l’Università Statale di Milano, a 21 anni, ha iniziato il tirocinio come cronista per il Corriere d’Informazione passando prima agli interni e successivamente alla redazione politica e, infine, a quella della Cultura. Nel ’98, assieme allo scrittore e attivista russo Vladimir Bukovskij, ha fondato i Comitati per le Libertà il cui scopo è l’affermazione dei principi liberali.

Annovera tra le onorificenze il premio Walter Tobagi, Diego Fabbri, Alfredo Cattobini e Niccolò Tommaseo 2008 per la cultura e letteratura dalmata.

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