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Cristina FoschiniLei iniziò la sua carriera nel 1991 in qualità di assistente nell’ufficio diritti di Longanesi. Come immaginava il futuro del suo lavoro e dell’editoria?

Mi sono avvicinata a questo lavoro come chi ha la sensazione di poter realizzare un sogno che ha sempre pensato di dover tenere in un cassetto. Laureata in letteratura inglese e tedesca, l'editoria era forse la più ambita, ma anche la più remota tra le possibilità di lavoro. Molto più probabili la scuola o il lavoro in una biblioteca. Mario Spagnol, che mi fece un colloquio prima dell’assunzione, mi chiese se sapevo chi era Wilbur Smith e se mi sarebbe piaciuto lavorare lì. Poi, appena firmato il contratto, da buon lericino quale era, mi disse: «A proposito, non le avevo ancora detto che in editoria non si diventa ricchi». Ecco cosa mi potevo aspettare dal mio lavoro allora: che avrei lavorato nell'ambito di quella che era la mia sfera di interessi e che avrei lavorato molto, per passione. Quello che mi aspettavo era un lavoro molto coinvolgente, cosa che mi è stata confermata negli anni. Il mondo editoriale mi è subito parso una sorta di comunità, in cui vale la parola data. In fondo è piccolo e le regole valgono ancora e, per forza di cose, anche i rapporti personali. Del resto, pubblicare un libro significa interpretarlo e quindi non è possibile prescindere dalla cultura, dal gusto, dalla sensibilità sia di chi lo rappresenta sia di chi lo pubblica. Con il passare del tempo e con l'aumentare delle responsabilità, mi sono resa conto che era anche un lavoro sempre diverso, con la continua necessità di cambiare le proprie priorità anche più volte nella giornata lavorativa. La giornata può iniziare in modo lento e poi, alle 12, arriva un dattiloscritto sul quale lavorerai tutto il resto del giorno e magari anche nei giorni seguenti. Bisogna tenere gli occhi molto aperti e non lasciarsi guidare dai preconcetti. Quindi, soprattutto a inizio carriera, è inutile pensare a cosa potrà essere l'editoria nel futuro: l'editoria la fai giorno per giorno.

 

Che cosa, invece, non aveva previsto e come ha cercato di affrontare le novità del settore?

Per noi, ad esempio, era imprevedibile il fenomeno delle vendite allegate, quando ci si avvicinò «La Repubblica» nel 2002. Altri, soprattutto settimanali, lo avevano già fatto, alcuni quotidiani avevano venduto video-cassette, ma questa volta fu diverso. Fu un’iniziativa ripetuta e declinata in vari modi, si passò dalla narrativa alla saggistica, alle enciclopedie e, anche se con numeri molto diversi, continua ancora. Si trattò di "interpretare" le clausole contrattuali: noi editori avevamo il diritto di cedere i nostri libri per quel tipo di sfruttamento o no? In quel periodo si trattò di ripensare anche al mercato dei tascabili dei nostri libri: un numero così grande di volumi immessi sul mercato a un prezzo così basso poteva entrare in diretta concorrenza con le nostre collane di economici. E comunque si è trattato di un fenomeno che nel frattempo si è molto ridimensionato. Molto più radicale e “sistemico” è stato l’arrivo del digitale. Sono più di dieci anni che ne sentiamo parlare, poi, con Kindle, la svolta in America. Ma anche in questo caso, esiste sempre la "declinazione" mercato per mercato. Il fatto stesso che abbiamo potuto monitorare l'ebook per anni prima che "sbarcasse" in Italia ha fatto sì che l'arrivo di Amazon qui non abbia avuto gli stessi effetti della sua nascita in America. In Italia, Amazon è uno dei player, ma ce ne sono altri, in Italia molti editori sono anche librai, in Italia i grossi numeri il mercato li ha fatti con le edizioni trade, con il bel libro, da conservare sullo scaffale. Allora ci si può chiedere: la percentuale di penetrazione del digitale in un mercato così, sarà la stessa che in mercati dove i grandi numeri li facevano le edizioni massmarket? I lettori saranno per certi generi “digitali” e per altri cartacei? Il digitale porterà variazioni anche nella produzione e non solo nella fruizione dei testi? Credo che la parola d’ordine qui sia: l’apertura al cambiamento e l’assecondarlo senza rigidità. E contemporaneamente trovare un nuovo modello di business nel quale si mantengano la remunerazione per gli autori e i margini per gli editori.

 

Quali sono gli agenti letterari stranieri con i quali il rapporto di collaborazione è duraturo e di massima stima reciproca? Conosce o ha riscontrato personalmente differenze nell’operatività lavorativa fra agenti letterari italiani e stranieri?

Noi lavoriamo con quanti più possibili referenti: agenti letterari italiani e non, case editrici di tutto il mondo. I marchi del nostro gruppo possono pubblicare una tale varietà di libri che dobbiamo avere contatti con quante più fonti possibili. Non si sa mai da dove potrebbe arrivare il prossimo best seller! Dopo di che la parola data è un elemento imprescindibile dal nostro lavoro e chi non la mantiene non ha vita facile, peraltro in un mondo molto piccolo, in fondo. Tra gli agenti italiani e quelli stranieri c'è la stessa differenza che c'è tra un autore italiano e uno straniero. Si ha una maggiore frequentazione, sia l'editore che l'agente sono più vicini al processo creativo dell'autore. Abbiamo autori stranieri con i quali abbiamo instaurato un rapporto di amicizia, ma in percentuale sono in numero molto minore di quelli italiani.

 

Un lavoro, il suo, non solo di attesa di proposte, ma anche di ricerca sui mercati stranieri. Quali sono le nazioni che in questo momento ritiene di avanguardia letteraria e per quali ragioni?

Non saprei dire se si tratti di avanguardia, ma sto registrando in questo periodo molta effervescenza nel mercato francese, forse a partire dal successo di Harry Quebert? Quella francese è una produzione che coniuga buon intrattenimento ed eleganza. A tutt’oggi mancano ancora all'appello il romanzo contemporaneo di grande successo cinese e russo... occhi aperti!

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Gruppo editoriale Mauri SpagnolLa durata dei diritti d’autore corrisponde a 70 anni dalla morte: un motivo per concordare e un motivo per rimettere in discussione la temporalità.

Il diritto d'autore rappresenta la ragione grazie alla quale la maggior parte dei libri viene scritta, almeno quelli di narrativa. È lo strumento attraverso il quale l'autore può diventare professionista e dedicare il proprio tempo alla scrittura perché mezzo di sostentamento. Che questo incentivo cambi radicalmente se ai 70 anni dalla morte si sostituissero 50 dalla pubblicazione non mi sentirei di sostenerlo...

 

Internet ha rivoluzionato il lavoro degli uffici diritti delle case editrici. Fino agli anni Novanta era un altro mondo, oggi le distanze non esistono e i tempi sono veloci. Abbiamo perso qualcosa o soltanto guadagnato?

Non è mia abitudine guardare indietro. Internet c’è, ha moltiplicato le fonti di informazione, le possibilità di contatti, la quantità di materiale che riceviamo. Tutto è più veloce, ma non solo in editoria. L’editoria capta, o dovrebbe captare, i gusti, gli interessi delle persone, come potrebbe star fuori da internet? Sta alle persone fare un buon uso delle nuove tecnologie.

 

Immagini di essere a capo del Ministero della Cultura, su che cosa concentrerebbe l’attenzione per sostenere il settore editoriale?

Grazie a Dio non lo sono! Ma, dovendo rispondere: sosterrei le sovvenzioni delle traduzioni dei libri italiani all’estero, equiparerei l’IVA dei libri digitali a quella dei cartacei, favorirei la deducibilità del costo dei libri, ma… non ci sono i fondi.

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