In cucina con Leonardo da Vinci, cuoco provetto

Perché è importante leggere

Intervista a Nicholas Sparks, ecco come nascono i suoi romanzi

Come leggere un libro

Intervista a Clelia d’Onofrio, da “Bake off Italia” al romanzo

Intervista a Clelia d’Onofrio, da “Bake off Italia” al romanzoRugiada a colazione (Sperling&Kupfer, 2019) è un delizioso libro di Clelia d’Onofrio, giornalista e personaggio televisivo che per molti anni ha collaborato come redattrice ed editorialista a tutte le riviste del gruppo editoriale Domus, da «Quattroruote»a «Meridiani», per non parlare del mitico Libro di Casa e del classico long seller gastronomico Il cucchiaio d’argento, presente da decenni in migliaia di case italiane. Dal 2013 D’Onofrio è anche un volto noto della tv, in quanto è uno dei tre giudici della trasmissione Bake off Italia, competizione tra pasticceri in onda su Real Time dal 2013, e di altri programmi da essa derivati, come l’edizione per bambini Junior bake off.

Cosa può raccontarci un personaggio del genere nel momento in cui decide di dedicarsi alla narrativa? Rugiada a colazione è un libro composito, che nasce prima di tutto come memoir, dal momento che l’autrice ci racconta la sua infanzia, e soprattutto le lunghe vacanze estive in una grande casa di campagna, in mezzo a un turbinio di parenti – genitori, nonni, zii e cugini –, come accadeva alle famiglie borghesi di qualche decennio fa che praticavano il rito ormai estinto della villeggiatura. È lì che Clelia bambina inizia a scoprire e ad apprezzare i sapori, i profumi, gli aromi dell’arte culinaria praticata dalle donne di casa, soprattutto dalla cuoca Iva, ricordando le ricette dei piatti preferiti, di quelli cucinati per le grandi occasioni o per l’arrivo di qualche ospite: di come, insomma, in quegli anni nascesse in lei il gusto per la buona cucina e per le tradizioni gastronomiche, che anni dopo l’avrebbe portata a trasformare questa passione in un lavoro.

 

Vuoi conoscere potenzialità e debolezze del tuo romanzo? Ecco la nostra Valutazione d’Inedito

 

Ma in Rugiada a colazione non c’è solo questo, perché i ricordi sono inseriti in un contesto fiabesco: l’amico più importante di Clelia è un grande albero, un immenso fico bianco che svetta tra le piante del grande giardino di casa e sotto i cui rami la bambina si rifugia spesso per confidargli le proprie emozioni, porgli delle domande e immaginarne le possibili risposte. Un po’ favola, quindi, un po’ libro di ricordi, Rugiada a colazione è un libro dolce e nostalgico, che si fa leggere con piacere.

Abbiamo intervistato l’autrice alla vigilia di un firmacopie a Milano.

 

Come mai ha deciso di scrivere un libro di questo tipo, autobiografico ma anche fiabesco?

È una nuova tappa della mia storia. Ho scelto il giornalismo come mestiere per l’incoraggiamento di un’insegnante che a scuola mi diceva “tu hai uno stile giornalistico”. Ho frequentato i primi corsi di giornalismo a Roma e poi ho cercato lavoro in quell’ambiente. Gianni Mazzocchi, fondatore dell’Editoriale Domus, era un editore molto attivo, che sapeva guardare avanti e aveva inventato le riviste specializzate. Dopo «Domus», uscì «Quattroruote» che accompagnò la motorizzazione degli italiani “per gli automobilisti di oggi e di domani”, come diceva il sottotitolo: coloro che non avevano ancora il potere d’acquisto per comperarsi un’auto la sognavano sulle pagine di «Quattroruote». Poi sono nate le riviste in difesa del consumatore, come «Quattrosoldi» che testava tutti i prodotti, e in seguito il Libro di Casa e Il Cucchiaio d’argento.

Avendo vissuto la mia vita in tante redazioni dell’Editoriale Domus ho finito per parlare e scrivere a lungo di tutto, a partire dalle automobili, viste non solo come mezzo di svago ma anche di lavoro: in quegli anni «Quattroruote» faceva grandi campagne per la sicurezza, per l’ampliamento delle corsie autostradali e su tanti problemi connessi al traffico. Anche se non sapevo nulla di meccanica, ho imparato tanto di quel mondo. Viaggiando, conoscendo, intervistando, a un certo punto non sapevo nemmeno io di cosa volessi davvero scrivere, ma sono state esperienze straordinarie, perché sono passata da una rivista all’altra, dalle automobili ai viaggi, dall’economia alla cucina, in anni in cui l’editoria era ricca e si poteva permettere riviste belle, costose, con magnifiche immagini e carta di qualità.

Adesso la società è cambiata e l’accelerazione continua mi ha portato a concedermi una pausa di riflessione. Sono tornata a pensare al passato, al fatto di essere stata una bambina felice ma di non aver mai raccontato le mie emozioni di quel tempo, le mie fantasie stravaganti negli anni dell’infanzia. Io da bambina parlavo con gli oggetti, parlavo con le fate, parlavo con gli alberi… C’era questo enorme albero di fichi sotto cui facevamo merenda nella bella stagione, che avevo deciso dovesse essere il mio amico.

Ero una bambina “fantastica”, sbagliando volutamente l’aggettivo. Mia madre mi rimproverava di usare troppo la fantasia, ed io equivocavo tra “fantasioso” e “fantastico”.

Mi piaceva soprattutto ascoltare i discorsi degli adulti, della marea di parenti che avevo intorno a me. Bastava fare una domanda e si riceveva una risposta, spesso in un linguaggio forbito che poi io ripetevo anche se certe parole non erano da bambini. Poi c’erano le favole che ci venivano raccontate, e soprattutto i pranzi familiari. Io sono cresciuta in una famiglia in cui si mangiava bene e al tempo in cui c’erano ancora i sapori naturali: mi ricordo il sapore di una mela appena colta da un albero, così diverso da quello delle mele rimaste per chissà quanto tempo nelle casse. Ho cercato di ricostruire quel mondo, ma con una parte finale che riporti ai nostri tempi. Il mondo è cambiato veramente in fretta.

Intervista a Clelia d’Onofrio, da “Bake off Italia” al romanzo

Si avverte, in effetti, una certa nostalgia per un mondo che non c’è più. Siamo sicuri che le vacanze concentrate, iper organizzate e iperattive che offriamo oggi ai bambini siano meglio di quelle in luoghi meno esotici ma dove era possibile anche annoiarsi, fantasticare, perdere tempo, dove i giochi si inventavano e non si metteva in mano un tablet a un bambino di pochi anni?

Anch’io mi pongo il problema quando vedo questi bambini iniziare a smanettare sempre più presto. Però, quando leggo di ragazzi che inventano delle app straordinarie mi dico che questa è comunque creatività, anche se magari più controllata di quella totalmente spontanea del passato, perché l’informatica presuppone una base tecnica, numerica. Io posso dire che lavorare in casa editrice ha messo ordine nella mia fantasia sfrenata di quand’ero bambina: mi è capitato persino di inventare slogan e pagine pubblicitarie.

In fondo, fantasia e creatività vanno poi sempre organizzate.

 

Un’altra osservazione importante che nasce dalla lettura del suo libro è la fine della convivialità, del cibo come punto di coesione: un conto è sedersi al tavolo di un ristorante, un altro mangiare tutti insieme il risultato di un lavoro di preparazione comune, come pure la trasmissione e lo scambio di ricette.

Certamente! Io, per principio, mi rifiuto di mangiare insieme ai telefonini: quando vedo uno che appena si siede al ristorante mette sul tavolo il cellulare, a meno che non abbia davvero un impegno di lavoro urgente, mi innervosisco: la trovo una cosa insopportabile.

 

La televisione offre molti programmi di cucina, gli chef sono star mediatiche e i loro libri vendono molto, la rete permette di trovare ricette per tutti i gusti, eppure l’impressione è che la gente cucini sempre meno: basta guardare a come sono affollati i ristoranti in una città come Milano, dai take away a quelli più sofisticati, per non parlare di quanto cibo precucinato e pronto solo da scaldare troviamo in qualsiasi supermercato. Ha una spiegazione per questa apparente contraddizione?

Apparentemente è così, però bisogna dire che, anche in questa vita caotica, i manager di alto livello che frequentano i ristoranti stellati molto spesso finiscono per chiedere allo chef lezioni private di cucina… L’interesse per la cucina c’è, anche se spesso manca il tempo per assecondarlo. La voglia di creatività in cucina, sotto sotto, resiste.

Intervista a Clelia d’Onofrio, da “Bake off Italia” al romanzo

Sul cibo, tra l’altro, si stanno scatenando delle vere e proprie guerre: vegetariani, vegani, salutisti, seguaci di varie mode alimentari… non ci stiamo perdendo un po’?

Certo, perché si creano delle fazioni assurde. Se capiti vicino a un vegetariano e ordini una bistecca quello ti guarda con terrore, a volte persino con disprezzo. C’è un’attenzione quasi ridicola al cibo “sano”, a delle mode che lasciano un po’ il tempo che trovano. Si finisce poi per tornare quasi sempre alle origini, alle abitudini alimentari memorizzate fin dall’infanzia, che probabilmente restano le migliori.

 

GRATIS il nostro manuale di scrittura creativa? Clicca qui!

 

Cosa le hanno dato di positivo e di negativo le sue esperienze televisive di questi ultimi anni?

Prima di tutto l’incontro con la gente, che è sempre formativo. La televisione è un grande mezzo di comunicazione: c’è chi si addormenta, chi la guarda con spirito critico, ma le trasmissioni di cucina sono aumentate, nel bene e nel male.

Per quanto riguarda Bake off la mia esperienza è positiva. Si selezionano delle persone fra i pasticceri amatoriali, che hanno già un’idea di quello che vogliono fare e si misurano in una gara. C’è chi vuol fare della pasticceria la sua professione, spera nella visibilità data dalla televisione e ce la mette davvero tutta. C’è chi si presenta solo per mettersi in mostra, senza programmi particolari, poi ci sono tutti quelli indecisi, o che magari cercano di imparare qualcosa dal punto di vista organizzativo. Noi giudici dobbiamo stare molto attenti, perché a volte è difficile dover bocciare una persona adulta e carica di aspettative.

Cerchiamo di essere molto civili: non diciamo mai cose del tipo “questo piatto fa schifo e lo butto nei rifiuti”, a meno che non ci sia una provocazione da parte di chi lo presenta.

Cerchiamo insomma di mantenere il garbo e il divertimento. Mi auguro che il consenso che mi dicono ricevo dalla rete sia quindi pari a quello che mi piacerebbe dare attraverso questo libro da sfogliare e da leggere con attenzione, entrando nel ritmo della scrittura, perché vediamo che oggi la scrittura in molti l’hanno davvero dimenticata.


Leggi tutte le nostre interviste a scrittori e scrittrici.

Il tuo voto: Nessuno Media: 3 (1 vote)
Tag:

Commenti

Invia nuovo commento

Image CAPTCHA
Se il codice inserito non è corretto, viene segnalato un errore (box rosso). Se il codice inserito è corretto e il tuo commento viene segnalato lo stesso come spam non ti preoccupare, non riscriverlo; la redazione lo pubblicherà al più presto.

Il Blog

Il blog Sul Romanzo nasce nell’aprile del 2009 e nell’ottobre del medesimo anno diventa collettivo. Decine i collaboratori da tutta Italia. Numerose le iniziative e le partecipazioni a eventi culturali. Un progetto che crede nella forza delle parole e della letteratura. Uno sguardo continuo sul mondo contemporaneo dell’editoria e sulla qualità letteraria, la convinzione che la lettura sia un modo per sentirsi anzitutto cittadini liberi di scegliere con maggior consapevolezza.

La Webzine

La webzine Sul Romanzo nasce all’inizio del 2010, fra tante telefonate, mail e folli progetti, solo in parte finora realizzati. Scrivono oggi nella rivista alcune delle migliori penne del blog, donando una vista ampia e profonda a temi di letteratura, editoria e scrittura. Sono affrontati anche altri aspetti della cultura in generale, con un occhio critico verso la società contemporanea. Per ora la webzine rimane nei bit informatici, l’obiettivo è migliorarla prima di ulteriori sviluppi.

L’agenzia letteraria

L’agenzia letteraria Sul Romanzo nasce nel dicembre del 2010 per fornire a privati e aziende numerosi servizi, divisi in tre sezioni: editoria, web ed eventi. Un team di professionisti del settore che affianca studi ed esperienze strutturate nel tempo, in grado di garantire qualità e prezzi vantaggiosi nel mercato. Un ponte fra autori, case editrici e lettori, perché la strada del successo d’un libro si scrive in primo luogo con una strategia di percorso, come la scelta di affidarsi agli addetti ai lavori.