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internodue: Janis Joyce, Baileys

Janis JoyceAvevamo puntato la sveglia alle sei, ma alle cinque eravamo già lì a rigirarci nel letto.

- Che ore sono? - mi fa mio marito.

- Le cinque - dico io.

Sento che si muove e mi volta le spalle.

Tendo le orecchie. Piove. Pioggia fitta e sottile che batte sul terrazzo del piano di sotto.

- Piove - dico.

Lui non risponde.

- Giovanni - dico.

Mi arriva il suo respiro pesante.

- Dormi? -

Passa un minuto, sussulta e mi fa:

- Che ore sono? -

Ci alziamo.

Ieri mattina hanno telefonato dall'ospedale. La aspettiamo domani alle sette, hanno detto. Giovanni si deve operare alla carotide. Avrebbero dovuto avvertirci con un paio di giorni di anticipo. La chiamiamo per tempo, avevano detto.

L'operazione è di routine. Si tratta di aprire l'arteria e ripulirne l'interno. Tre giorni di ricovero. Ne facciamo centinaia ogni mese, ha detto il chirurgo a mio marito durante l'incontro preliminare.

Ci prepariamo con calma. Giovanni tira giù una sacca dall'armadio e io ci metto dentro due pigiami, due paia di mutande, la vestaglia e una busta con sapone, spazzolino e dentifricio. Poi faccio colazione. Da sola, perché Giovanni deve presentarsi a digiuno.

- Andiamo in macchina - faccio io.

- Ma no - dice lui.

Abbiamo l'ospedale a due passi da casa. Un quarto d'ora a piedi.

          - Piove - dico.

          - Non importa - fa lui.

Gli piace camminare.

- Va bene - dico - però prendiamo l'ombrello -

Alle sei e mezza siamo per strada, sotto una pioggia fine come nebbia. Fa buio. File di auto ci passano accanto coi fari accesi. Arriviamo sul piazzale del parcheggio che è pieno stipato. Abbiamo fatto bene a venire a piedi.

Ci presentiamo all'ufficio accettazione del reparto di chirurgia, ma lì ci dicono che no, dobbiamo scendere all'accettazione generale. Scendiamo e l'ufficio è chiuso. Dietro lo sportello, una veneziana beige abbassata. Apre alle sette e mancano ancora dieci minuti. Giovanni appoggia la borsa per terra e si mette a sedere. Ha una piega sulla guancia. Il segno del cuscino.

- Tutto bene? - gli chiedo.

Lui fa un sorriso lieve.

Alle sette una tizia magra col camice bianco solleva la tapparella. Ha i capelli corti, di un nero opaco, e lo sguardo indurito.

- Professione? - chiede a mio marito.

- Musicista -

Lei lo fissa. Non dice niente e si mette a battere sui tasti del computer. Ci porge dei fogli e dice

- Questi dovete consegnarli all'accettazione di chirurgia -

Guarda Giovanni. Aggiunge - Anche mio figlio è musicista -

- Davvero? - fa mio marito.

- Ha un biglietto da visita? - chiede lei.

Mio marito non ce li ha i biglietti da visita.

- No - dice - mi dispiace -

Lei scuote la testa.

- Ho chiesto così - dice - tanto per chiedere -

Saliamo al primo piano. All'accettazione di chirurgia troviamo una decina di persone che aspettano. Un'infermiera esce dall'ufficio con una cartella in mano e chiama i pazienti uno per volta. Li fa passare in uno studio e compila altri documenti. Attendete in sala, dice dopo che ha finito. Sono le sette e mezza. L'infermiera compare di nuovo.

- Ora - dice - vi accompagnerò al salottino. Seguitemi, prego -

Ci guida attraverso i corridoi del reparto fino a una stanza luminosa, con una pianta di ficus in un angolo e una serie di poltroncine blu contro le pareti. Nessuno si siede. Restiamo in piedi a scrutarci gli uni con gli altri. L'infermiera si allontana. Torna con una nuova cartella.

- Ferrari - scandisce a voce alta.

Siamo noi. Attraversiamo la sala. L'infermiera sorride e dice - Prego -

La seguiamo lungo un altro corridoio. Le porte delle stanze sono aperte. Sfiliamo davanti a letti occupati da pazienti assopiti. Pallidi e con gli occhi chiusi, sembrano tutti in fin di vita. Passiamo per il settore A e B. Al C l'infermiera si ferma e indica la porta della stanza 52.

- Si accomodi - dice a mio marito.

È una camera a due letti. Uno occupato da un ragazzo bruno con la barba. Ci sorride. Non sembra star troppo male.

- Buongiorno - dico.

- Si tolga i vestiti e tenga le mutande - dice l'infermiera. - In bocca al lupo - dice, e se ne va.

Giovanni si sfila il cappotto. Non l'ha ancora appeso all'attaccapanni che arrivano due infermiere con una siringa.

- Ancora vestito? - fa la più cicciottella.

Scherzano, ma sono impazienti. È la preanestesia, dicono.

Giovanni si abbassa i pantaloni. Finisce di spogliarsi e arriva un'altra infermiera. Bassa, con gli occhiali e una faccia piatta da contadina ucraina.

- Pronto? - dice.

- Sì - fa Giovanni.

- Bene - dice lei - si metta sdraiato -

Agguanta la testiera e spinge il letto fuori dalla stanza. La seguo. Giovanni mi guarda. Gli sorrido. Sorride anche lui. L'infermiera fila verso la sala operatoria.

- Quando torno? - le chiedo.

Lei dà un'occhiata all'orologio.

- I dottori arrivano alle otto e mezza - dice - Suo marito è il primo della lista -

Ci pensa su.

- Umh… - fa - Torni alle dieci -

Mi chino e cerco di sfiorare la guancia di Giovanni con un bacio, ma l'infermiera è troppo veloce. Lo prendo per una mano.

- Ci vediamo dopo - gli dico.

Lui mi fa l'occhiolino.

- A dopo - dice.

Resto ferma in mezzo al corridoio a guardare il letto che sparisce dentro il reparto operatorio.

Non sono coraggiosa. Le operazioni mi mettono addosso un'agitazione che non riesco a controllare. Non mi fido dei medici. Di nessuno di loro. Cosa ne sanno delle persone? Si occupano delle malattie, e degli uomini non gliene importa un cazzo.

Mi volto, cerco le indicazioni e mi dirigo verso l'uscita. Nel salone d'ingresso, la gente fa la fila per i prelievi del sangue. Un centinaio di persone tutte lì a cercare di capire cosa ci sia nel loro fisico che non funziona.

Piove ancora. La stessa pioggia sottile di prima. Cammino veloce perché ho fretta di arrivare a casa. Arrivo e prendo quindici gocce di Lexotan. Non di più, ha detto lo psichiatra. Da otto mesi sono in analisi. Ogni giorno prendo una compressa di Cipralex per la depressione, due di Levopraid perché l'ansia non mi divori lo stomaco e venticinque gocce di Minias per dormire. Non devo prendere altri farmaci, dice lui. Solo il Lexotan, al bisogno. Sto cercando di contenere le dosi tramite le sedute di analisi, ma a me non servono le sedute. Mi servono i farmaci. Più sono forti e meglio è. Ma lui non me li prescrive. Dice che non ce n'è bisogno. Che non sono una vera depressa. Mi vede una volta alla settimana e siccome sono un tipo che chiacchiera, dice che ho capacità di reazione. Quello che so è che è abituato a vedere gente che tenta il suicidio una o due volte al mese, perciò io devo sembrargli una pivella.

Dopo il Lexotan non mi sento meglio. Lo stomaco balla di meno, ma il dolore che lo attanaglia non si è spostato di un centimetro.
Sono le nove e un quarto. Aspetto. Ancora mezz'ora e riparto per l'ospedale. Apro il frigo, vedo il formaggio e me ne mangio un gran pezzo. Me lo ficco in bocca a bocconi grossi. Penso a Giovanni in sala operatoria. Avranno quasi finito, penso. È un intervento breve, ha detto il chirurgo, in anestesia epidurale. C'è solo un momento delicato, ha detto, un momento in cui il paziente deve essere vigile e rispondere a delle domande. Stringa il pugno sinistro, gli viene detto, e lui lo deve stringere. Muova la mano destra, e lui la deve muovere. Serve a capire se l'afflusso di sangue al cervello è regolare. Dura cinque minuti, ha detto Giovanni. Questo è quello che gli hanno spiegato. Non è sicuro di aver capito bene. Non ha nemmeno cercato di capire bene. Il chirurgo mi elencava le cose, ha detto, ma io ero distratto. Non riuscivo a seguirlo, ha detto.

E se in quei cinque minuti tu non rispondi? gli ho chiesto. Non mi ricordo, ha detto lui, bisogna che intervengano in qualche altro modo ma non mi ricordo quale. Me l'hanno spiegato, ha detto, ma non mi viene in mente.

È a questo che penso. Che gli stiano facendo le domande e lui non stia rispondendo.

Dieci meno un quarto. Infilo il cappotto ed esco. Mentre sono per strada cerco di convincermi che sono una stupida a preoccuparmi tanto. Che Giovanni hanno finito di operarlo da un pezzo, ed è già nella sua stanza che mi aspetta. Invece arrivo, mi affaccio e non c'è. Al suo posto, il vuoto lasciato dal letto.

L'altro paziente ha la moglie seduta accanto.

- Buongiorno - dico.

- Buongiorno - fanno loro.

- Mi avevano detto di tornare alle dieci… - dico

- Oh - fa lei - ne dicono di cose… -

Ha un visetto da bambina, con le lentiggini e gli occhi da scoiattolo. È seduta su una sedia a rotelle.

- Non si preoccupi - mi dice - A me avevano detto di tornare all'una, sono arrivata e ho aspettato tre ore -

Sorride.

- Provi a chiedere - dice.

Esco in corridoio e mi avvicino al bancone della segreteria.

- Mio marito - dico - l'hanno operato alla carotide stamattina. Era il primo della lista e non è ancora uscito -

La segretaria alza gli occhi dal computer. Mi guarda soprappensiero.

- Non so cosa dirle - dice.

- A chi posso chiedere? - domando

- Non so - fa lei - Non ci arrivano notizie dalla sala operatoria -

- Ma era il primo - dico io.

- Non è detto - fa lei - Magari c'è stata un'urgenza -

Mi avvio lungo il corridoio. Vado al salottino dove stamattina ci hanno smistati. E' vuoto. Mi avvicino alla finestra e guardo il parcheggio di sotto. E' quella storia dei cinque minuti, penso. Gli hanno fatto le domande, lui non ha risposto e chissà cosa cazzo hanno dovuto fargli. Poi penso no, adesso esco di qui, torno in camera e lo trovo lì che mi aspetta. Invece niente. Il ragazzo bruno e sua moglie mi guardano. Hanno gli occhi gentili.

- Nessuna notizia - dico.

Cerco di sorridere. Sono le undici e mezza.

- Tranquilla - mi dice lei. Fa leva sui braccioli della sedia a rotelle, si alza e dice - Vado un attimo in bagno -

Cammina a fatica. Ha le gambe sottili, che a ogni passo si incrociano una davanti all'altra. Cerco di non farci caso, ma non ci riesco. Distolgo lo sguardo e incrocio quello del marito.

          -Sua moglie è gentile - dico.

Lui annuisce.

- Come sta? - domando.

- Io o mia moglie? -

Non so cosa dire. Lui sorride.

- Sto bene - dice - Tra poco mi mandano a casa -

- Veloci - dico.

- Be' - fa lui – È da due giorni che sono qui -

La moglie torna dal bagno e si rimette sulla carrozzella.

- Ancora niente? - dice al marito.

- Niente - fa lui.

Si rivolge a me.

- Stiamo aspettando la lettera di dimissioni - dice.

- Quasi quasi - fa lui - comincio a vestirmi - e si alza dal letto.

La moglie apre l'armadio, si appoggia a una delle ante e tira fuori un paio di jeans. Lui si toglie la giacca del pigiama. Mi guarda. La moglie stende i jeans sul letto e mi guarda anche lei.

- Scusi - mi fa - mio marito si deve cambiare -

Resto impalata, ma alla fine capisco.

- Scusate - dico mentre esco.

Nel corridoio incontro una ragazza in camice bianco. Si ferma, mi sorride e saluta. Non la riconosco e se ne accorge.

- Sono Francesca - mi dice.

La guardo.

- La sorella di Alessandra - aggiunge.

Non la vedevo da quindici anni.

- Francesca? - dico.

Ricordavo una ragazzina dolce, con gli occhi tristi e la frangetta.

- Sono medico - dice - Al pronto soccorso -

- Incredibile - dico.

- Come mai qui? - mi fa lei.

Le dico di Giovanni e cerco di mostrarmi tranquilla.

- Non so - dico - non è ancora uscito. Ma dimmi di te -

Lei aggrotta le sopracciglia.

- Vuoi che vada a vedere? - dice.

- Sei gentile – rispondo.

- Figurati - fa lei, e sparisce lungo il corridoio.

Passano venti minuti e ritorna. Ha ancora le sopracciglia aggrottate.

- Lo stanno operando adesso - dice.

- Ma sono le undici e mezza -

- Lo so - fa lei.

- Va tutto bene? - domando.

- Non so - mi risponde - Al momento non si può sapere -

Mi scruta.

- Non stare ad aspettare qui - mi dice - Vatti a fare un giro. C'è tutto il tempo -

- Certo - rispondo.

- Lasciami il tuo cellulare - dice - Fra un po' torno a vedere e ti chiamo -

Si scrive il numero di telefono su un block notes che tiene nella tasca del camice.

- Ti chiamo - ripete.

Un'infermiera entra nella stanza di mio marito. Ha un foglio in mano. Attraverso il varco vedo il ragazzo e sua moglie seduti sul letto. Lui è completamente rivestito. L'infermiera gli consegna il foglio. È la lettera di dimissioni, sento che dice. Lui la infila in tasca. Si alza e aiuta la moglie a sistemarsi sulla sedia a rotelle. Si mette alle sue spalle e la spinge fuori dalla camera.

- No - gli fa lei - Non devi fare sforzi -

Incontra il mio sguardo e scrolla la testa.

- Appena operato di ernia - dice.

Sorrido.

- Notizie? - fa lui.

- Nessuna - dico.

- Non stia a preoccuparsi - dice.

- Auguri - fa lei.

Si allontanano, con lei che tiene una sacca sulle ginocchia e manda avanti la carrozzella da sé.

Decido di tornare a casa. Arrivo e prendo altre quindici gocce di Lexotan. Mi sdraio sul divano.

Squilla il cellulare ed è Francesca.

- Ho visto tuo marito - dice.

- Come? - domando.

- Ho visto tuo marito. Sta bene -

- Sì? -

- Tutto a posto - fa lei.

- Meno male - dico.

Lei non ribatte. Sta zitta e mi fa

- Tutto bene? -

- Tutto bene - dico.

- Hai una voce strana -

Non le dico del Lexotan.

- Dormivo - dico - Stamattina ci siamo svegliati presto -

- Certo - fa lei - riposati. Puoi venire fra un'ora. Lo terranno in osservazione fino almeno le due -

Mi addormento. Quando mi sveglio sono le tre meno un quarto. Mi gira la testa. Infilo il cappotto e mi precipito in ospedale. Arrivo alla stanza 52 e Giovanni non c'è. Il letto del vicino impeccabilmente rifatto. Esco, inseguo un'infermiera, mi dice che non sa, di chiedere alla capo sala, non la trovo, vado al bancone della segreteria.

- Dov'è mio marito? - chiedo.

L'impiegata dietro al computer è cambiata.

- Chi è suo marito? - mi chiede.

- Ferrari - rispondo.

- Un attimo - dice.

Solleva la cornetta del telefono, non fa una parola e riattacca.

- È in osservazione - dice.

- Ma doveva uscire alle due - dico.

- Impossibile - fa lei - non esce nessuno prima delle sei -

- Le assicuro - dico - che mi avevano detto… -

Non mi lascia finire la frase.

- Lo immagino - dice.

Sorride con gli occhi spenti.

- Ha qualcuno per la notte? - mi fa.

- La notte? - dico.

- I pazienti escono confusi da questo intervento - dice - Chiediamo che la notte vengano assistiti -

- Mi avevano detto che era una cosa di routine -

- Certo - fa lei - ma è meglio se si organizza -

Mi rimetto per strada. Cammino lenta, perché ho i riflessi annebbiati. Adesso vado a casa, mi dico, dormo un po' e per le sei sono a posto. Pronta per fare la notte. Mi sdraio sul letto, ma non riesco a prendere sonno. Arrivano le cinque. Mi preparo un hamburger con patate riscaldate. Mentre mangio riempio una borsa di cibo da portarmi in ospedale. Datteri, banane, parmigiano, una bottiglia d'acqua. Me la metto a tracolla e riparto. Arrivo in camera e Giovanni è lì, steso sul letto, con gli occhi chiusi e il collo gonfio e bendato. Ha la cannuccia di una flebo sul braccio e un'altra che esce da sotto le bende. Non mi sente entrare. Mi avvicino e gli prendo una mano. Apre gli occhi. Mi guarda.

- Ciao - gli dico.

Lui solleva le sopracciglia.

- Non mi riconosci? - dico.

- Cosa? - bisbiglia lui.

- Mi riconosci? -

- Cerco che ti riconosco - sussurra - Che domande fai? -

Sul letto a fianco c'è sdraiato un vecchio che legge. Ha i capelli bianchi tagliati corti e baffi ben curati. Non bada a noi. Per discrezione, si direbbe.

- Buonasera - gli dico.

Lui abbassa il giornale e mi scruta da sopra gli occhiali. Sorride e fa un piccolo inchino.

- Da quanto sei qui? - chiedo a Giovanni.

- Non so - dice lui - Un'ora. Due -

- Come stai? - domando.

- Bene - fa lui in un bisbiglio.

Gli stringo la mano e sorrido.

- Sei stanco? - domando.

Annuisce.

- Adesso puoi stare tranquillo - dico - Sto qui tutta la notte -

Mi guarda.

- Perché? - dice.

- Perché sei confuso -

- Confuso? -

- Da questa operazione si esce confusi -

- Chi l'ha detto? -

- Le infermiere -

- Io non sono confuso -

- No? -

- No -

Mi metto seduta. Lui abbassa le palpebre.

Guardo l'uomo del letto accanto. Non stacca gli occhi dal giornale.

- Scusi - gli dico.

Non mi sente.

- Scusi - ripeto.

Si gira di scatto.

- Dice a me? -

Dico - Sì. Volevo chiederle a che ora hanno riportato mio marito -

- Oh - fa lui - saranno state le quattro, quattro e mezza -

Annuisco.

- Si figuri - gli dico - che mi avevano detto che sarebbe stato qui stamattina alle dieci -

Appoggia il giornale in grembo e si toglie gli occhiali.

- Non ci si può fidare - dice.

Attraverso la porta vedo sfilare gente in cappotto. È iniziata l'ora delle visite. Giovanni dorme.

- È tranquillo - dice l'uomo, poi sospira.

- Speriamo - dice - che vada dritta anche a me -

- Cosa deve fare? - domando.

- Stessa operazione - dice.

Sospira di nuovo.

- Chi l'avrebbe detto? – prosegue - Non me lo sarei mai aspettato -

Sorrido.

- È così - dico.

L'uomo scuote la testa.

Quattro ragazzi passano per il corridoio sghignazzando.

L'uomo si sporge.

- Sembrava la voce di mio nipote - dice.

Tira una leva sotto al letto e si mette seduto.

- Ma non credo che venga - dice - Credo che non venga nessuno con questa pioggia -

- Si è messa a venir giù forte - dico.

- Non ha mai smesso - fa lui.

Sbircia verso il corridoio.

- Con un tempo così non si muove volentieri nessuno -

Giovanni sbuffa e borbotta nel sonno. Gli accarezzo la fronte e smette.

- I suoi abitano lontano? - domando all'uomo.

- Non è che ho famiglia - dice - Voglio dire, non ho moglie e figli -

Mi guarda. Io aspetto.

- Sto con mia madre - dice - Novantasei anni -

Fa un sorriso tirato.

- È lei che comanda - dice.

Sorrido anch'io.

- E come fa - gli domando - adesso che lei è in ospedale? -

- C'è mio fratello - dice - Abita nella casa a fianco -

Una donna si ferma sulla soglia. Ha l'impermeabile che gocciola e un foulard annodato sotto al mento. Ci scruta a uno a uno.

- Scusate - dice - devo aver sbagliato stanza -

Se ne va e poi torna.

- Non capisco - dice - Cerco un ragazzo bruno, con la barba. Sua moglie sta su una sedia a rotelle -

- È uscito stamattina - dico

- Ah - fa lei - è uscito… -

La seguo con lo sguardo mentre se ne va.

- Non è che non ho avuto occasione di sposarmi - dice l'uomo.

Dico - Come? -

- Una moglie - mi fa - non è che non potevo permettermela -

- Lo credo - dico.

- Voglio dire, sono sempre stato uno che piaceva -

Sorrido.

- È che - fa lui - sa come sono le donne… -

Protende in avanti le mani aperte.

- Escluse le presenti - dice.

- Certo - rispondo.

- Non so - fa lui - A volte hanno una cattiveria…Una specie di malignità-

- Non tutte -

- Non tutte, l'ho detto -

Scrolla la testa.

- A me è andata così. Alla fine mi ritrovavo sempre da solo -

- A volte è meglio -

Annuisce. Tira un sospiro pesante.

- Già - dice.

Prende un kleenex dal comodino e si soffia il naso.

- Così, anche lei la carotide - dico.

Lui si assesta sul letto.

- Sì - dice - infatti. Non me l'aspettavo. Invece ho fatto questo controllo, per caso, sa, perché il medico ha insistito, ed è saltata fuori 'sta storia. Che bisognava anche fare in fretta. Perché con la carotide non si scherza, sa? Non da mica sintomi. Al primo colpo resti lì, con la bocca storta e il braccio penzoloni. Ma cosa sto a dirlo a lei? Che queste cose le sa di sicuro -

Si liscia i baffi con due dita.

- Quello che mi dispiace è il mangiare -

- Le piace mangiare bene? -

- No, non è quello. A dire la verità, quello che mi dispiace proprio è una cosa da niente, sa, un vizietto… -

Piega la testa da un lato.

- Una cosetta che mi piaceva concedermi a fine giornata. Una stupidaggine, sa, ma il medico ha detto che me la devo scordare. Niente di grave, mi pareva. Eppure ci devo rinunciare. Basta Baileys, mi ha detto. Lo sa cos'è il Baileys? Me ne facevo un bicchierino la sera. Non so come dire, era una cosa da niente, però bello, sa? Un piccolo conforto. Ecco, questo fatto qui di non potermelo più permettere, mi dispiace -

Scrolla la testa e ci pensa su.

- Peccato - dice tra sé.

Mi guarda.

- Bello spettacolo, eh? - mi fa - Un vecchio con la nostalgia dei liquori -

Lancia un'occhiata a Giovanni.

- Dorme proprio - dice.

Dall'altoparlante una voce di donna annuncia la fine dell'orario di visite. L'uomo si volta verso la porta. Osserva la gente che scende a gruppi lungo il corridoio. Guarda tutti, fino all'ultimo ritardatario. Fino a che non arriva un rumore di ruote e compare un infermiere col carrello dei medicinali. Porge al vecchio un bicchierino di carta con dentro tre pillole.

- Prego - dice.

- Ma sono le mie? - fa il vecchio.

- Provisacor, Norvasc e aspirina -

- Bravo - dice il vecchio.

L'infermiere sorride. Indica mio marito con un cenno del capo.

- Dorme? - domanda.

Annuisco.

- Lasciamolo dormire - dice.

- C'è bisogno di assistenza notturna? - fa il vecchio - Non so. Domando. Perché io devo essere operato domani. Se c'è bisogno di assistenza devo trovarmi qualcuno, non so, devo vedere… -

L'infermiere si avvicina al letto di mio marito. Mi guarda.

- Vada pure a casa - dice.

- Allora - fa il vecchio - non serve? -

L'infermiere si mette dietro al carrello.

- Dipende - dice - Non si può sapere -

Spinge il carrello verso il corridoio.

- Lei ha un'età - dice - Meglio se si organizza -

- Mi organizzo? -

- Sì. A trovarsi qualcuno per domani notte -

Il vecchio mi guarda. L'infermiere si allontana.

Accarezzo la fronte di Giovanni. È tranquillo.

- Be' - dico - allora quasi quasi… -

- Torna a casa? - fa il vecchio.

- Sì - dico.

- Certo - fa lui.

- Mi pare calmo - dico.

-Sicuro - fa lui.

          Infilo il cappotto e mi metto la borsa a tracolla.

- Bene - dico - allora, a domani -

- A domani - fa lui – Speriamo -

 

 

Janis Joyce è autrice di Seventy sex, ed. Transeuropa (2011) e, con un altro nome ma per la stessa casa editrice, di Finché l'erba crescerà e i fiumi scorreranno (2009). Nell'anno in corso ha pubblicato per Doppiozero il racconto Schio nella sezione Paesi e Città e Sexophone per il semestrale di narrativa Nuova Prosa n. 58.

 

internodue a cura di Sara Gamberini e Giovanni Ragonesi

saragamberini@sulromanzo.it

giovanniragonesi@sulromanzo.it

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Commenti

Bello il racconto e complimenti a Janis Joyce per due motivi: i dialoghi e la maestria nel descrivere un'ansia che anziché svanire si trasforma in angoscia

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