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internodue: Guglielmo Menconi, Seduta assente

Per una scrittura d’oltrecliché, saturi – come il mondo – del realismo e dei suoi derivati, internodue è lieto di proporre il racconto di Guglielmo Menconi. Un autore inedito e sciolto da contratti che, saltando da un palcoscenico a un forno, ogni giorno attende l'alba con un taccuino in mano (alla vecchissima maniera), scribacchiando storie di cui, forse, solo arrivato a sera si rende conto.

***

 

Mi chiamano Mimì, ma il mio nome è Lucia. Sono morta. Non so da quanto tempo. Forse oggi. Non posso dirvi dove mi trovo adesso, a voi vivi non è dato sapere. Non so se sto bene e non so se sto male. So che perdo velocemente tutti i ricordi della mia vita. Ricordo ancora, ma sono gli ultimi attimi lo sento, un paio di occhi chiari, forse blu, dei gatti, un lettino di quelli da analisi, il ticchettio di un orologio e il suono di una voce maschile che chiede il mio nome: “Mi chiamano Mimì, ma il mio nome è Lucia”. Adesso sto per andare. Per l'ultima volta.

 

 

A me se c’è una cosa che mi è sempre piaciuta è il caffè che poi dopo quando l’ho bevuto rigiro sempre la tazza sul piattino per vedere che cos’è che succederà, per prevedere il futuro. Sono abbastanza esperta sull'argomento, sa? Una volta, tanto per dire, c’ho visto una gatto che faceva la cacca. L’unica cosa è che non sono riuscita a capire di che colore era il gatto, sarebbe stato utile saperlo ma col caffè si può vedere solo in bianco e nero che sotto un certo punto di vista è molto più elegante, fa più fino, come certi varietà degli anni ‘60 con Don Lurio, le gemelle e quella lungarona tutta mani braccia e occhi che anche lei tutta normale poi non deve essere stata. Ecco, mo’ vedi che non mi ricordo cosa stavo dicendo? Faccio sempre così, parto e perdo il filo, come l’Arianna, anzi no, lei mica lo perdeva, quella si che sapeva come si tengono gli uomini…

Ah sì, il gatto che faceva la cacca, però dottore sinceramente adesso non mi va di raccontare i fatti miei e del gatto, che poi dopo lei mi dice... cioè mi dice, io penso che lei mi dice visto che non parla mai, insomma, cosa dicevo? Ah sì, che sempre di cacca si parla e che sono una coprofaga! Insomma quella roba lì che poi alla fine quella che deve prendere consapevolezza, che deve “crescere” sono io, sempre io. Mah, sapesse dottore quanto dovrebbe crescere lei, sempre seduto su quella poltrona che manco la vedo. Poi non si lamenti se le cresce la pancia, quella sì che le è cresciuta, secondo me lei fa un vita troppo refrattaria…come dice? Sedentaria? E io che ho detto? Ah, refrattaria, sì. Ma se ho detto così ci sarà un motivo, io ci rifletterei fossi in lei sul refrattario, in fondo voi psico un po’ refra lo siete, cioè più che refra quasi statue, muti fermi immobili che la sola cosa che sa fare lei dottore, scusi se glielo dico così francamente, al massimo è correggermi se sbaglio una parola o dirmi alla fine della seduta:  “È  sicura?” No, dico, bella fiducia in me che trovo con ‘sti metodi, che secondo me lei potrebbe andare a fare lo psico pure all’estero, tanto umido che fa qua a Milano che la sua salute  ne risente, ha sempre una tosse caro mio, tanto sta zitto, seduto, refrattario appunto, a che le serve la lingua, bastano quelle due paroline alla fine che se per esempio sceglie, che ne so… toh… di andare in Spagna lei mi dice: “Es seguro?” Ed è a posto, non trova? Scusi sa se rido ma proprio non ce la vedo in Spagna, non c’ha il fisic du rol come dicono in Francia, ecco sì, forse in Francia potrebbe stare… oddio a Paris fa sempre freddo e umido come a Milano ma almeno è una città; però qui non posso aiutarla, il francese lo conosco poco e non so come si dice “è  sicuro”, sa la mia cultura linguistica è tutta basata sulle canzoni e in francese proprio… sì va be' le fogl  mort , la vi an ros, ge ne regrett rien, i classici ecco, aspetti aspetti aspetti, com’è che canta la spagnola? Quella che parla in francese? Sì quella dell’opera che fa la tabaccaia e getta continuamente  fiori a questo e a quello  infischiandosene delle conseguenze. Come dice? Sigaraia e non tabaccaia? Sarà, è vero che i francesi son più delicati e trovano sempre dei modi gentili per dire le cose anche le più volgari; comunque ecco, sì, lei a un certo punto mi par che dica ge ne t’em plu se serten! Ecco “se serten”? Può dire così, guardi un po’ lei che fatica che faccio per aiutarla che poi son qui per parlare di me e non di lei. E la pago pure, che poi non mi fa nemmeno la fattura che se un giorno mi gira veda un po’... ci siam capiti.

 

 

Vede com’è? Parlo parlo e perdo il filo poi non so più quello che volevo dire e all’improvviso silenzio. Io come lei fa a sopportare 'sti  silenzi proprio non lo so, è così imbarazzante, imbarazzante per lei dico; no perché io a volte lo faccio anche apposta, sì, così per vedere quanto può reggere la sua presunta  professionalità. Perché guardi il silenzio per me è d’oro, posso stare ore senza parlare e sto benissimo. Me lo hanno insegnato sin da piccola “se non sai cosa dire piuttosto taci, il silenzio è sinonimo di intelligenza”, poco importa se apparente pensavo io. Così io taccio! Solo che cose da dire ne avrei, eccome! Il mio problema è il filo, colpa mia se lo perdo? C’ho pure chiamato il mio cane Filo. E sa quello che fa? Scappa, sì, scappa, tutte le volte che può; ha voglia a recintare tutto col filo spinato, quello trova il pertugio e se la fila. Deve esserci qualcosa di fortemente simbolico in tutto ciò, oddio come parlo? Fortemente simbolico… a volte mi sembro lei, o meglio, il lei che immagino  perché in quanto a parole, come sappiamo, lei non è che ci sciali. Ahhhh. Scusi il sospiro ma lei mi sfianca ma per fortuna che son simpatica altrimenti non so proprio come farei a sopportare tutto questo.

 

 

Non mi ha nemmeno detto come sto bionda, ho cambiato pure la pettinatura. A schiaffo ha detto il Davide, Davide è l’acconciatore, dice che a schiaffo è tornata di moda che quest’anno ce l’avevano pure tutte le attrici a Cannes.  Visto  che come al solito non fa una piega glielo dico io: a schiaffo vuol dire i capelli tutti da una parte come se fossi stata investita tutt’a un tratto da una folata di vento. Oddio scusi non volevo, cioè io non intendevo… insomma non volevo in alcun modo insinuare al suo riporto. Oh mamma, scusi se rido ma c’ho avuto un’immagine di lei col riporto tutto scompigliato. Tanto, guardi, son così rari gli uomini con ancora tutti i capelli dopo i trenta che se anche lei a sessanta,  immagino ne abbia sessanta, così da me, tutta sola nella mia testa, dicevo, che se anche lei a sessanta ha tre peli in testa non si deve mica offendere. Ecco però se accettasse un consiglio da una povera scema io la manderei dal Davide, un taglio netto e via. Sa come le respira tutto poi, anche il cervello che secondo me ne avrebbe un gran bisogno, sempre qui a curare teste malate e a lei nessuno mai ci pensa, dico io a volte come fa non lo so a sopportare  questo schifo di  psicoumanità tutto solo. Suppongo io tutto solo perché  in coppia proprio non la so vedere, le ci vorrebbe una poliglotta, una di quelle che parlano tanto per bilanciare il suo mutismo che poi magari nella vita privata chissà che uomo giocondo sarà. Ahahahah, mi scusi dottore è che a volte mi vengono in mente di quelle parole che non so nemmeno io da dove le tiro fuori, giocondo, lei! Il mio psico, tutto giocondo… tutto rotondo! Ah, la conversazione, è come il silenzio solo un poco più rumorosa, io adooooro la conversazione, e lei?

 

 

Certo, vede, sono anche romantica, se solo lei mi stesse a sentire ogni tanto. Oh beata Vergine, sarò mica una di quelle figlie alla ricerca di un padre? Lei direbbe della sua approvazione se solo avesse il dono della parola, anche perché non vedo tutto questo vantaggio nell’avere quarant'anni ed essere single allo stesso tempo, sa, tutto quello che sogna una donna è dire sì e non creda a tutte quelle storie sulla maternità, il desiderio di avere un figlio. O perlomeno io non ci credo, mi basta il cane. Che poi nel mio caso è come avere un uomo, prima o poi scappa o muore. Gli uomini fanno sempre così, quando non sanno più cosa dire, e non mi riferisco a lei, muoiono, sa, alla mia età ogni giorno è importante. Oddio, mi scusi, non volevo. Cioè se è importante per me si figuri per lei dottore, ah la perfezione di un bacio, sta tutto lì, sa? Altro che realizzazione personale, emancipazione via il reggiseno e io sono mia che fa anche tanto anni ‘70 ma terribilmente démodé. Mi son sempre detta che l’uomo della mia vita sarà quello che avrò voglia di baciare ogni giorno… Chi lo sa cosa pensa lei; io sono qui che parlo e magari lei se ne è già andato e spero non morto, a volte temo che non noterei la differenza. Eh sì, non c’è niente da fare, sono proprio all’antica, una soubrette, c’ho sempre una musica in testa zumzumzumzumzum… Dottore, le ho mai detto o che ha delle belle labbra?

 

 

 

Ci sono momenti in cui non so veramente come dare un senso al flusso dei miei pensieri. Ecco ci risiamo, deve essere per forza colpa sua dottore. È anche vero che se voglio so esprimermi molto bene, so essere intelligente quando serve, sa? Avverto dallo scricchiolio della  poltrona un lieve dissenso.  Certo dovessi dar retta a lei cosa dovrei fare? Che poi dare retta a lei cosa vorrà dire non l’ho ancora capito: non parla! Mai una volta un incoraggiamento, un consiglio, lei è solo buono a fomentare i miei dubbi. Ma che davvero? Non sarà mica mia madre? Come il sogno di stanotte. Va bene, se proprio insiste glielo racconto, dopo tutto è il lavoro suo. Lo racconto a patto che non mi faccia fare… come le chiama? Aspetti, sì, le associazioni,  come quella volta che ho sognato i faraglioni che d’improvviso si staccavano dal mare e incominciavano ad inseguirmi che poi ero caduta sulla spiaggia, sempre nel sogno, poco prima che mi venissero addosso e mi sono svegliata tutta sudata nel mio letto che poi ho dovuto pure cambiare le lenzuola che io con le lenzuola bagnate proprio non ci so stare, si figuri che le stiro pure, mia mamma, che anche se stronza ogni tanto qualcosa di sano lo dice, sostiene che non c'è niente di meglio che entrare in un letto con le lenzuola stirate e tirate; su non mi faccia perdere il filo come al solito, ah sì e quella volta a chiedermi: “cosa le fanno venire in mente i faraglioni?” E  io  che ne so di che mi fanno venire in mente i faraglioni? Faraglioni, faraglioni uguale Capri uguale mare uguale vacanze che più logico di così mi pare che non ce n’è e lei implacabile: “Signorina, temo che lei sia  senza inconscio”.  A parte lo spavento per le due frasi di fila che manca poco mi prenda un infarto che c’avevo paura di sentire le voci che oddio mi ci manca la schizzo, nel senso; lo sa dottore che non ci ho fatto vita per settimane?

 

 

Questa seduta non finisce più, poi parlare da sola mi annoia. Eccolo di nuovo, mi scusi dottore ma lei ha una tosse da incubo, sarà mica un tisico? Quando gli viene un accesso sembra  debba morire da un momento all’altro. Non credo di sopravvivere alla morte del mio psico, perlomeno non in diretta. Ancora? Dottore lei mi fa paura, ecco, bravo, si accenda una sigaretta così si placa. Non ho parole, è l’unica persona, se mi passa la metafora, capace di smettere di tossire grazie a una sigaretta, è una meraviglia. Certo se ci ripenso, ma in che mani sono? Con tutto il rispetto dottore, niente fattura, fuma come un turco, beve sambuca, non parla mai... è sicuro di non essere lei ad avere bisogno d’aiuto?

 

 

Il tempo non passa mai, sono su questo lettino da millenni. Mi meraviglia il fatto che lei sia ancora vivo. Sarò mica io ad essere morta e non me ne rendo conto? Certo dovessi essere morta non saprei proprio il perché, cioè non del fatto di essere morta ma perché se sono realmente morta sono ancora qui che le do retta? Vorrebbe dire che l’aldilà è peggio dell’aldiqua. Dove sarebbero tutte quelle storie sul tunnel, del tipo ho visto una luce in fondo e piano piano mi sono lasciata andare facendomi avvolgere da quella sensazione di pace? Io l’unica luce che vedo è quella della sua lampada marocchina in pelle d’asino che mi ha sempre fatto un bel po’ di ribrezzo, nel senso di schifo dottore. L’unica spiegazione è che forse sono morta nel bel mezzo di una seduta e adesso sono un fantasma imprigionato in un’eterna seduta analitica in compagnia di uno psico muto e catarroso? Ho paura, e se davvero non riuscissi mai a liberarmi di lei e lei di me? Nemmeno da morta, intendo. Va bene il transfert, l’innamoramento e tutto il resto, ma sinceramente non credo che  lo sopporterei. Ci sarà un inferno degno di questo nome da qualche parte?

 

 

 

Questa cosa che sono morta non mi fa stare tranquilla e lei come al solito non fa nulla per rassicurarmi. Dovrei ricordarmi il fattaccio però, intendo la mia morte, dovrei ricordarmela. Fosse stata una morte naturale non me lo perdonerei mai, così poco elegante tirare le cuoia sul lettino  dell’analista, anche perché avrei lasciato una traccia, un segno… oddio che schifo, no no, spero proprio di no. Su dottore sappiamo che la morte non è, dal punto di vista fisico, filosoficamente interessante. Vede? Vede come parlo? Questa è una forza sovrannaturale, non sono io. È  una vendetta esoterica, eh? Cos’ho detto? Dottore faccia qualcosa o giuro che l’ammazzo, prendo la bottiglia di Sambuca e gliela spacco in testa, anzi no, la lego alla poltrona e al prossimo accesso di tosse le sciolgo in bocca la pelle d’asino della sua lampada mentre le do fuoco con l’accendino le canto nell’orecchio quella canzone di Albano e Romina, Ci sarà. Solo al pensiero sto meglio, su una cosa la sua psicoscienza non mente: fa tanto bene tirar fuori l’aggressività. Non tossisca ora Dottore, mi è passata la voglia, cerchi di essere creativo, che ne so, svenga per esempio una volta tanto.

 

 

 

L’unico uomo, oddio uomo, diciamo uomo ma non fanatico, l’unico uomo che mi dà un po’ di conforto è il Davide, l’acconciatore. L’altro giorno mi fa “Mara se fossi dona me piasaria ser como ti, ti sen bela, colta bionda, femina sensa eser volgare.” Il Davide è spagnolo, trapiantato a Chioggia, emigrato a Milano per incompatibilità di carattere, come dice lui.

 

 

Dottore a lei piace il giallo? See, figurarti, mannaggia alla mia ostinazione, non mi rassegno al fatto che lei ormai è una sfinge più che una persona. È solo che volevo ritinteggiare il mio salotto; comunque a me non so se piace il giallo, intendo proprio il giallo limone, mi fa venire in mente un’ape, un’enorme ape gialla che pensa d’esser regina e invece è solo grassa. Sarà che io c’ho il mio bel personalino e non mi sognerei  mai di indossare qualcosa di giallo, figurati vedermelo tutti i giorni su una parete: troppo anni ’50, come in quei film con Doris Day che coglieva margherite insieme a Rock Hudson che secondo me quel pover'uomo è diventato frocio dopo averci lavorato insieme, alla Doris dico, troppa lacca e poi tutto quel giallo! Quindi niente, ho deciso, il salotto un bel rosso pompei e non se ne parli più. Ricorderà troppo il sangue ma chi se ne frega. Il sangue è vita, il giallo tutt'al più mi diventa acido, non so se mi segue dottore...

 

 

 

Che ore sono, oddio non passa mai. Va be', proverò a dirle qualcosa di serio, so che con lei è difficile ma mi sforzerò. Dunque: quando ero piccola dormivo sempre al lume di una lampada, sa come dice quella vecchia canzone di Mina? Non per paura della solitudine, quella mi è venuta dopo. Io odio aspettare, sarà banale, scontato, quello che vuole ma proprio non lo sopporto. È in quei momenti che mi sento sola, sola con la mia ruga sulla fronte mentre quel cazzo di telefono non squilla, è una tattica che conosco bene, io so cosa vuol dire far aspettare un uomo, lasciarlo in sospeso col dubbio che forse sì o forse no, sì ti mando un messaggio ma solo dopo che tu me ne hai mandati dodici perché ci sono, sì, ma ho la mia vita non mi assillare col tuo interesse; e sa cosa significa dottore? Significa che non sono poi così presa dal lui di turno. Ma quando sono io dall’altra parte non mi sembra possibile che uno non svenga ai miei piedi, cosa potrà mai fare  un uomo nella sua giornata se non pensare a me tutto il tempo dopo avermi incontrato? Capisce che donna da nulla sono? Sono una scema ecco cosa sono, una cretina, una deficiente, una bambina isterica. Le è piaciuta questa digressione Harmony? Perché le ho detto queste cose? Mannaggia a me mannaggia, queste sciocchezze una donna dovrebbe tenerle per sé, figuriamoci dirle a uno psico per 120 euro l’ora senza fattura. Comunque dottore le serva da monito, oggi o domani avessimo una relazione non osi farmi aspettare, potrei ucciderla.

 

 

 

Ah, Dottore ecco cosa stavo per dimenticarmi, volevo raccontarle che l'altra volta dopo la seduta con lei, sa quella volta che lei era in ritardo e io mi son letta quasi tutto il Vanity Fair con lo speciale su Sanremo? Ecco, quella volta lì, tornando al parcheggio sotto il suo studio ho trovato questo biglietto infilato nel  tergicristallo della mia Smart, vorrei leggerglielo, posso? Mi ha un po' inquietato e vorrei una sua opinione:

Non so più cosa volere, non so più dove andare forse al mare in un’estate un po’ meno fredda delle tue mani, ripararmi al sole di spalle non ancora sfiorate perché le tue hanno troppa imbottitura non sentiresti il rumore del mio cuore. Sei grande tu, sei tutta grande tu e la tua famiglia, com’è che vi chiamano? L’ho dimenticato per fortuna. Prova ad abbassare gli occhi, prova a prendermi, ad accorgerti di me, prova a sentire qualcosa che non sia il borbottio della tua voce, non trovare nuovi accenti non mi parlano di te ma dammi la tua bocca se proprio vuoi, anche chiusa che mai non debba sorprendermi l’umidità della tua lingua, preferirei morire forse, che questo imbarazzo mi portasse via, che non ti avessi mai accettato qui, che le tue mani ti servano per uccidermi e non sostenermi il braccio o ripararmi dalla pioggia fredda, che almeno lei mi bagni, che almeno lei geli finalmente il tuo calore di cagna e il mio che il diavolo se lo porti. Pazzo io solo a pensarti possibile perché allora io sarei. No, non mi vuoi, sì? Davvero, preferirei di no, perderei il treno e non voglio fare a meno di quello scompartimento dove ancora si sentono odori di piedi d’oriente, dove suoni partenopei accompagnano rivoli di bava che scendono dal sonno del tuo compagno dirimpetto, lui non ha bisogno di dimostrare che esiste, è già oblio, ma tu no, tu non lo sai e io, io l’ho dimenticato. Perché non mi hai accolto con un colpo di pistola? Ecco perché, perché non mi ami e come potresti poi? Quando mai ci siamo visti, quando mai ci siamo incontrati, perché i secoli e ancora siamo qui a chiedere se oggi sarà meno freddo di ieri? Non ti sono bastati i millenni ad impararmi? Non sai che una bocca è una bocca ? Facevi meglio a scoparmi e risparmiare la gentilezza per il mendicante in cerca del latte artificiale fuori dalla farmacia appena sotto casa tua. Avresti dovuto trovare meno parole per non dirmi niente.

Se lei ci ha capito qualcosa dottore la prego faccia uno sforzo e me lo spieghi una buona volta, chi è questo sconosciuto che conosco e che non trovo mai?

Però questa volta ha scritto, allora esiste? Non è solo un sogno? Il mio solito incubo che mi impedisce di vivere. Lo cerco, lo conosco, so chi è, ma non l’ho mai visto. Com’è possibile, dottore? Aiuti la povera Lucia, non mi vede come sono ridotta? Però questa notte c’era una novità, nel sogno dico, questa notte, per la prima volta in dodici anni, lo sconosciuto aveva un volto... il suo, dottore.

 

 

 

Non mi  ricordo chi ha detto che il paesaggio esiste solo negli occhi di chi lo guarda, in un certo senso è vero, credo si possa viaggiare anche stando semplicemente fermi, non parlo di un viaggio dell’anima ma in fondo anche il cortile dove sei cresciuta o la strada che percorri tutti i giorni può non esserti familiare  come ti aspetteresti, se penso al viaggio come cambiamento di stato, il bar dove faccio colazione ogni giorno è un luogo diverso. Non so nemmeno perché mi vengono in mente queste cose, sarà la pioggia, io odio la pioggia, mi mette sempre di cattivo umore. Oppure sarà il suono delle sirene dell'ambulanza che mi accompagnano in questo di viaggio. Sto bene, non sento nemmeno più il dolore al petto che poco fa non mi faceva nemmeno respirare. Poi non capisco perché il dottore sia seduto qui, vicino a me. Ho sempre saputo che è proibito far salire estranei sull'ambulanza. Ma ho dei ricordi confusi al momento. Poi perché piange? Perché mi tiene la mano? Si sentirà in colpa forse. Ho sbagliato a dirgli che l'uomo dei miei sogni aveva il suo viso. È il suo mestiere e lui dà importanza ai sogni. Ma è anche suo mestiere insegnare che non è giusto avere sensi di colpa. Io davvero non capisco. Sta diventando troppo per me. Vi devo lasciare.

 

 

Ero sposata. Da dodici anni. Mio marito è un medico. Strano, non ricordo più il suo nome. Cura gli adorabili matti, come dice sempre lui. I matti lo adorano. Mi ricordo che facevamo sempre un gioco, io e mio marito. Alla sera quando io tornavo dal lavoro distrutta e lui era stanco di tutte le schifezze che aveva sopportato durante il giorno, a volte mi sdraiavo sul lettino del suo studio e facevo finta di essere una sua paziente. Insopportabile. La paziente senza inconscio la chiamava lui. Poi facevamo l'amore. Per mandar via le schifezze, dicevo io. Giocavamo all'amore.

Non ho che questo ultimo pensiero.

 

 

Guglielmo Menconi alterna inconsciamente il lavoro di attore a quello di

pasticcere e badante. Scrive oggi qui domani là riempendo cassetti digitali in

disordinata melanconia. Ha due cani e una sola Madre. Da circa quarant'anni è

in attesa che qualcuno scelga per lui. Nel frattempo fuma.

 

 

A cura di Sara Gamberini e Giovanni Ragonesi

saragamberini@sulromanzo.it

giovanniragonesi@sulromanzo.it

 

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Commenti

Commovente, complicato e semplice, bellissimo...

eccellente!

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