Intervista a Nicholas Sparks, ecco come nascono i suoi romanzi

Come leggere un libro

Perché è importante leggere

In cucina con Leonardo da Vinci, cuoco provetto

Incontro con Gianrico Carofiglio: “Il bordo vertiginoso delle cose”, la scrittura e tanto altro

Gianrico Carofiglio, Il bordo vertiginoso delle coseÈ uscito lunedì scorso e già ha venduto circa sessantamila copie il nuovo romanzo di Gianrico Carofiglio, Il bordo vertiginoso delle cose (Rizzoli, 2013), a dimostrazione di come lo scrittore barese goda di una vasta popolarità e di una schiera di lettori fedeli, che aspettavano una sua nuova prova narrativa dopo Il silenzio dell’onda (2011), che nel 2012 era stato finalista al Premio Strega.

Il protagonista, Enrico Vallesi, è uno scrittore fallito, che non è stato in grado di proseguire una carriera iniziata brillantemente con un primo romanzo di successo, a cui non ne sono seguiti altri. Colpito da una notizia di cronaca letta per caso su un quotidiano, decide improvvisamente di tornare dopo molti anni nella sua città natale, dove è costretto a fare i conti con il proprio passato. Romanzo di formazione, in cui il ricordo di un’adolescenza inquieta negli anni di piombo costringe il protagonista a porsi molte domande riguardo ai propri rapporti con gli altri, con l’amore e soprattutto con la violenza, che rimane a lungo il punto centrale della storia.

L’incontro di Gianrico Carofiglio con i blogger, tenutosi venerdì 25 ottobre nella sede della Rizzoli a Milano, ha dato vita a un intenso dibattito in cui lo scrittore ha raccontato molto di sé e del suo rapporto con la scrittura.

Ci sono diverse affinità tra il protagonista de Il silenzio dell’onda e quello del nuovo romanzo. È una scelta voluta?
No, in realtà non l’avevo affatto pensato. Entrambi hanno un rapporto ambiguo con il passato, tema che evidentemente continua ad affascinarmi.

Qual è il confine tra le botte che si danno i ragazzi e la violenza?
Per gli adolescenti maschi darsi le botte è spesso considerato un rito di passaggio. Si tende a classificare chi ha fatto a botte e chi no, anche se solo a posteriori si potrà capire se l’esperienza è stata in qualche modo formativa: per esempio, io l’ho fatto molte volte e seriamente, mio fratello e mio figlio no, ma solo adesso posso dire che la cosa mi ha segnato.
Con la violenza ho avuto un rapporto ambiguo di attrazione e repulsione, e ho fatto a botte parecchie volte nella mia vita, anche da adulto. L’ultima volta, qualche anno fa a Firenze, è stato per difendere una collega da un’aggressione.
Il rapporto tra botte e violenza non ha soluzione di continuità, perché uno scontro può degenerare e finire molto male, ma capita anche che si risolva senza danni.

La sua lotta era lenta e descrittiva come la sua scrittura?
Non credo che la mia scrittura sia descrittiva, ma sostengo che lo scrittore non abbia il diritto di pretendere dai lettori che trovino in ciò che scrive solo quello che vuole lui. Si legge e si vedono le stesse cose, e per me è un complimento se qualcuno trova nei miei libri qualcosa che non pensavo di averci messo.

Cosa vorrebbe prendere e cosa darebbe a un quindicenne di oggi?
A un quindicenne prenderei sicuramente l’abilità digitale, mentre vorrei dargli la voglia di sognare un futuro migliore, cosa che noi avevamo e che oggi sembra mancare.

L’aver vissuto l’adolescenza negli anni di piombo ha influito sulle sue scelte successive, soprattutto su quella di fare il magistrato?
No, per niente. In realtà, mi sono iscritto a Giurisprudenza perché fino all’ultimo non avevo idea di che facoltà scegliere, e anche il concorso per entrare in magistratura l’ho fatto per caso insieme ad un amico. Poi però quel lavoro mi è piaciuto moltissimo.

Cosa resta, secondo lei, degli anni di piombo?
Dal punto di vista individuale salvo tantissimo perché erano gli anni della mia adolescenza, anche se era senza dubbio un periodo in chiaroscuro. Il terrorismo è stato una malattia, ma nel debellarlo qui in Italia si è rispettato lo stato di diritto, mentre in altri Paesi è successo di tutto.

Era più facile farsi coinvolgere a quindici anni?
Non so rispondere, perché allora stavo per i fatti miei, ma è certo che molta gente è andata vicino a farsi del male o a fare cose di cui pentirsi. A me, che pure ero di sinistra, dava sui nervi il pensiero unico, perciò facevo apposta a entrare a scuola quando c’erano scioperi e picchetti.

Come ha scelto le voci del libro, dove il passato è in terza e il presente in seconda persona?
L’alternanza fra un “io” e un “tu” consente sia di immedesimarsi, sia di distaccarsi dai personaggi. Avevo iniziato a raccontare il presente usando “io”, poi un giorno, casualmente, ho scritto delle frasi col “tu” che mi sono piaciute, anche se in principio il mio editor ha avuto un momento di puro panico … Nei romanzi italiani il “tu” non esiste, a parte il Calvino di Se una notte d’inverno un viaggiatore. Credo di aver pensato a Le mille luci di New York di Jay McInerney. Il personaggio si parla perché è scisso da se stesso, e prova rabbia e amarezza per aver assaggiato il successo senza averlo potuto mantenere: con il “tu” si può essere molto più cattivi. Enrico ragazzo è, invece, identificato con se stesso, e quindi usa l’“io” senza problemi. La riunificazione del personaggio avverrà solo dopo il finale, e non è descritta.

Una domanda che si faceva mia nonna riguardo alle storie: e poi? Cosa succede dopo?
Questo è un tema che unisce lettori elementari e sofisticati, e ha a che fare con la natura stessa delle storie. Ne ho parlato anni fa in una Intervista impossibile a Tex Willer, personaggio che rappresenta bene l’ideale maschile del fare a botte di cui parlavamo prima, in cui gli chiedevo quale fosse il suo rapporto con il sesso: la risposta era che le strisce bianche tra una vignetta e l’altra ospitavano tutte le storie non raccontate, sesso incluso.

[I servizi di Sul Romanzo Agenzia Letteraria: Editoriali, Web ed Eventi.

Seguiteci su Facebook, Twitter, Google+, Issuu e Pinterest]

Gianrico CarofiglioProverebbe a dissuadere figli che volessero fare gli scrittori?
Scrivere è una questione delicata. Ho conosciuto persone di altissimo livello nei loro campi che hanno voluto provare a scrivere, restandone ossessionati e con risultati deludenti. Occorre saper riconoscere e accettare i propri limiti.

La voglia della nonna di sapere cosa succede dopo potrebbe essere soddisfatta da interazioni in rete? Ad esempio, su siti dove approfondire i caratteri dei personaggi?
Non credo che quel tipo di bisogno possa essere soddisfatto così. Le storie non raccontate restano interne alla narrazione, perché il rischio è che la magia del mondo raccontato si possa sbriciolare.

È più facile ambientare un romanzo nella propria città o no?
Scrivere è sempre una cosa difficile, a volte anche molto difficile. Per me, è una cosa penosa, e invidio chi consegna all’editore praticamente la prima stesura senza ripensamenti. Può essere pericoloso scrivere di luoghi familiari perché si rischia di descriverli in modo piatto e scontato, mentre bisogna saper vedere anche l’arcinoto con occhi nuovi. Io mi diverto a inventare locali che non esistono, ma collocandoli in posti precisi e reali: è il mio modo di creare porte d’accesso tra realismo e invenzione narrativa.

Qual è stato il suo percorso di scrittura per pubblicare questo romanzo?
Poco disciplinato, come sempre. Parto da un’idea e inizio a scrivere, ma per poco tempo e con molte pause. Avvicinandosi la data di consegna fissata con l’editore, vengo preso dal panico e mi butto a scrivere in modo disordinato, ma nelle ultime settimane va tutto a posto. In realtà, mi piace scrivere nel casino: dopo il primo libro, mi ero preso uno studio a Bari, un monolocale tranquillo vista mare, e non ci ho mai scritto neppure una riga. Invece, ho scritto molto in viaggio, o nelle lunghe e noiose sedute in Senato.

Il mestiere serve?
Per me, la scrittura deve essere faticosa, addirittura penosa. Se è divertente, non ne vale la pena. Non sono capace di scrivere con facilità, le mie prime stesure sono sempre piene di errori. Credo che altri scrittori siano molto più sicuri di sé di quanto lo sia io: anche scrivere i pezzi brevi da consegnare in fretta, che mi chiedono a volte, mi mette in difficoltà, per cui non potrei mai lavorare per un quotidiano. Però, mi piace scrivere onestamente e senza fare trucchi.

Suggestioni narrative?
Sicuramente Le mille luci di New York che ho letto mentre scrivevo. Alcuni non leggono nulla mentre scrivono perché temono le contaminazioni, mentre io voglio essere contaminato!
Ne Il passato è una terra straniera ci sono una quindicina di pagine chiaramente influenzate da On the Road. Anche gli influssi di roba mediocre possono servire, come spiega nel romanzo la professoressa di filosofia di Enrico mostrando un quadro di Pollock che dipingeva sui rifiuti del pavimento, inglobandoli nella sua opera.
Il titolo è un verso di Robert Browning, ma in origine avevo pensato a La sorte del bufalo, ispirandomi alla canzone Buffalo Bill di De Gregori. Titolo sfortunato, perché l’avevo già pensato per un altro libro e scartato: ho anche la copertina studiata per un libro mai uscito, mentre in un romanzo del 2006 ho citato La manomissione delle parole che sarebbe uscito solo nel 2010, ed era quindi in quel momento un libro inesistente.

Il prossimo libro sarà un saggio o un romanzo?
Per me è più facile scrivere saggi che romanzi. I saggi si scrivono a proposito di ciò che si è capito, mentre un romanzo, spesso, si scrive per chiarire qualcosa che non si è capito.

Jacopo Fo ha appena pubblicato il diario scritto da sua madre, Franca Rame, a proposito della sua deludente esperienza da senatrice. Lei come giudica la sua esperienza parlamentare?
Non mi ero creato molte aspettative perciò non ne sono rimasto deluso: è un mondo mediocre dove brillano alcune individualità. Comunque, pensavo di aver partecipato alla peggiore legislatura in assoluto, ma mi sbagliavo: alla luce dei fatti odierni, si può andare anche oltre il peggio.

Il tuo voto: Nessuno Media: 3.5 (2 voti)
Tag:

Commenti

Invia nuovo commento

Image CAPTCHA
Se il codice inserito non è corretto, viene segnalato un errore (box rosso). Se il codice inserito è corretto e il tuo commento viene segnalato lo stesso come spam non ti preoccupare, non riscriverlo; la redazione lo pubblicherà al più presto.

Il Blog

Il blog Sul Romanzo nasce nell’aprile del 2009 e nell’ottobre del medesimo anno diventa collettivo. Decine i collaboratori da tutta Italia. Numerose le iniziative e le partecipazioni a eventi culturali. Un progetto che crede nella forza delle parole e della letteratura. Uno sguardo continuo sul mondo contemporaneo dell’editoria e sulla qualità letteraria, la convinzione che la lettura sia un modo per sentirsi anzitutto cittadini liberi di scegliere con maggior consapevolezza.

La Webzine

La webzine Sul Romanzo nasce all’inizio del 2010, fra tante telefonate, mail e folli progetti, solo in parte finora realizzati. Scrivono oggi nella rivista alcune delle migliori penne del blog, donando una vista ampia e profonda a temi di letteratura, editoria e scrittura. Sono affrontati anche altri aspetti della cultura in generale, con un occhio critico verso la società contemporanea. Per ora la webzine rimane nei bit informatici, l’obiettivo è migliorarla prima di ulteriori sviluppi.

L’agenzia letteraria

L’agenzia letteraria Sul Romanzo nasce nel dicembre del 2010 per fornire a privati e aziende numerosi servizi, divisi in tre sezioni: editoria, web ed eventi. Un team di professionisti del settore che affianca studi ed esperienze strutturate nel tempo, in grado di garantire qualità e prezzi vantaggiosi nel mercato. Un ponte fra autori, case editrici e lettori, perché la strada del successo d’un libro si scrive in primo luogo con una strategia di percorso, come la scelta di affidarsi agli addetti ai lavori.