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“Incontri e agguati” di Milo De Angelis

“Incontri e agguati” di Milo De AngelisIncontri e agguati: l’ultima raccolta poetica di Milo De Angelis porta nel titolo il segno di un dialogo cercato, poi allontanato, poi rincorso ancora. Qual è l’oggetto del discorso e chi ne è interlocutore privilegiato? «Questa morte è un’officina/ ci lavoro da anni e anni/ […] Vieni, amico mio, ti faccio vedere,/ ti racconto», recita la poesia d’esordio che apre la prima delle tre sezioni (Guerra di trincea, Incontri e agguati, Alta sorveglianza) di questo volumetto edito per la collana Lo specchio di casa Mondadori.

Classe 1951, il milanese Milo De Angelis (non) si forma negli anni della militanza politica: fuori c’è l’impegno, la manifestazione e l’occupazione; in via Rosales De Angelis e pochi altri si radunano per leggere poesia, affatto inclini al dialogo con gli estremismi di quegli anni veloci. Nel ’76 esordisce nella poesia con Somiglianze, nel ’78 è antologizzato ne La parola innamorata di Pontiggia e Di Mauro, cui seguono le raccolte Millimetri (1983), Terra del viso (1985), Distante un padre (1989), Biografia sommaria (1999), Tema dell’addio (2005), Quell’andarsene nel buio dei cortili (2010); nel 2011 viene ripubblicato il racconto La corsa dei mantelli (1979).

Pure giovanissimo, De Angelis lega lo spirito del suo tempo al poetare lirico classico, e nell’ultima raccolta di versi sembra intatto il gusto per l’elemento neoromantico, per la centralità del soggetto lirico. Le memorie fanciullesche della voce poetante,le improvvise epifanie di una vita che in principio era una “giovinezza di frutteti” ed ora piuttosto un “pietrame triturato”, e l’angoscia di una presenza asfissiante e oscura, il sentore della morte, il peso del tempo e l’ineluttabilità di una fine tracciano una parabola che principia col compleanno di un bambino, una cameretta, ecco le candeline, e si esaurisce nel presente storico in cui l’Io poetico scrive: il presente del carcere di massima sicurezza di Opera, dove De Angelis insegna ai detenuti da diversi anni.

L’ultima sezione della raccolta, allora, è dedicata a una storia vera di amore sangue penitenza; l’epigrafe di Alta sorveglianza recita, infatti, «Professore, forse un giorno riuscirò a parlarvi della/ mia giovane sposa e del mio delitto […]». Ancora la morte, di nuovo una fissità temporale: se nelle prime due sezioni il passato e il futuro sembrano acquisire pari dignità di fronte alla prospettiva dell’oblio («vicino alla morte tutto è presente/ non c’è infanzia né paradiso»), in carcere parimenti «non è prevista la stagione dei dodici raccolti».

Incontri, agguati: gli agguati degl’incubi che quasi generano una spirale di ricordi e parole; gli incontri col passato, dove il segno pare farsi esorcismo del «buio primitivo» che avanza e riduce il poeta a «povero fiore di fiume» rifugiatosi nella poesia. Ecco che si ritrova qualcuno «nel tintinnio delle colline»; ecco un profilo che avanza e dice «Ti ricordi di me?», in stazione, al binario ventidue; ecco il Liceo Gonzaga e le voci dei compagni, il cortile e le maglie numerate, le partite di calcio. In un’intervista a cura di Claudia Crocco uscita sul numero LI di Semicerchio e sul sito Le parole e le cose, l’autore parla di «tutti i pomeriggi, tutti i giorni dell’anno, passati a giocare a pallone, a formare le squadre, a ideare nuove finte, tiri, dribbling, traversoni, rovesciate, colpi di tacco […]».

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“Incontri e agguati” di Milo De AngelisI minuti decisivi della vita si confondono col sentimento del gioco, le grandi occasioni sono i tiri che entrano «in una galleria di anni e domeniche piovose», e il dato emotivo investito nello sport si colloca con coerenza nella schiera degli oggetti lirici (già a partire da Saba), così come il termine “telefono”, spogliato di ogni ruvidità e meccanicità, a confermare l’incanto di una poesia retta da immagini forti.

E sono immagini fortissime quelle che raccontano «l’uragano della donna sterminata», quel femminicidio crudele e improvviso: la storia di un detenuto di Opera e del suo delitto efferato registrata con nitore, coraggio e rispetto, disperazione e commozione per il «minuto esteso della morte»; la ricerca di una redenzione, di un sollievo che forse le parole possono recare, forse no. Virginia Woolf riconosceva la necessità di avere una stanza tutta per sé, per scrivere. C’è una stanza, qui, ci sono le mura della cella; ma questo è un «destino che nessun diario/ raccoglie», è la storia di una «estate che precipitò nella notte». Nell’intervista sopracitata, De Angelis racconta: «Questo detenuto, dopo aver taciuto per mesi, è riuscito finalmente a raccontarmi in un tema qualcosa della sua vicenda. […] Tutto questo mi è stato detto a frammenti e filamenti, ritagli di una storia enigmatica e prorompente, fatta di gelosia tenebrosa e di totale possesso reciproco, fatta di sangue intravisto, dedizione febbrile, promesse travolte, pause di piena armonia, incanti stupefatti e buio nella mente».

L’ultima fatica poetica di Milo De Angelis, dopo un periodo di gestazione lungo e discontinuo, vede la luce per ricordarci dell’attimo presente, dei tasselli del passato che lo rivestono e delle ombre che lo incalzano, dei meccanismi di difesa della memoria e di quelli cechi del furore; vede la luce per raccontarci di imprevedibili Incontri e agguati.

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