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“In lode della Guerra Fredda” di Sergio Romano

“In lode della Guerra Fredda” di Sergio RomanoIn lode della guerra fredda di Sergio Romano, uscito per Longanesi, è un testo denso di riflessioni e di incitamenti a ripensare la storia del secondo Novecento con gli occhi dell’oggi.

Va rimarcata una certa nostalgia, presente nel testo come nella società europea, verso la complessità di questa guerra: non fu soltanto un periodo di strategia efficace o di altissima tensione nervosa internazionale, ma una galassia di pressioni talvolta male indirizzate o a risposta tardiva.

Dall’Europa dell’Est, uscita sconfitta e martoriata, fino a Cuba e al Vietnam, passando per la primavera di Praga, la Guerra Fredda descritta da Romano ci consegna due forme di imperialismo – quello statunitense e quello sovietico – in un quadro di “regolamentazione” internazionale, pattuita e stabilita con accordi tra i due blocchi.

Imperialismi ed errori, come la cattiva interpretazione politica alla base dell’inizio del conflitto afgano dell’Urss. Tutto non si risolve se non nel farsi della dimensione storica, dei fatti e degli eventi che hanno catturato l’attenzione occidentale e orientale per più di mezzo secolo.

Queste dimensioni acute lasciano finalmente intravedere una storia differente, più puntuale, meno netta, e ci fanno riflettere sulla necessità di guardare alle sfumature della Guerra Fredda per carpirne segreti, limiti, natura e sostanza. Davvero molto interessante, a tal proposito, il capitolo dedicato ai mutamenti sociali: qui si rivela la vecchiezza di due regimi inadeguati al cambiamento, al nuovo Novecento, alle accelerazioni globali dentro il secolo breve. I regimi si sono fronteggiati più o meno apertamente, ma facendo questo hanno dimenticato un altro mondo, più complicato, che emergeva e che ora, finita la Guerra Fredda, si propone come protagonista sulla scena geo-politica mondiale.

“In lode della Guerra Fredda” di Sergio Romano

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Nel tempo, l’obsolescenza dei vecchi regimi portò al crollo definitivo del comunismo europeo e all’apertura conflittuale, in Jugoslavia, di una nuova idea di Nato e di egemonia statunitense. Nell’interpretazione di Romano, infatti, negli anni Novanta – alla fine del secolo breve – si rivede l’impianto politico della Nato e gli Usa diventano potenza libera da vincoli e da patti con gli (ex)avversari (post)sovietici, fino all’apertura della Nato, al Patriot Act e agli interventi in Medio Oriente.

Tutto questo mentre la fine dell’Urss, il fallimento della perestrojka e l’aumento della conflittualità politica interna all’ex Urss – in seguito alla Russia, fino alla recentissima crisi Ucraina – hanno indebolito l’egemonia mondiale ex sovietica. Le conseguenze sono evidenti in tutti i continenti, e riguardano prevalentemente la forma degli Stati, la loro divisione/unione, il loro schieramento politico ondivago. Sono (e)saltate le frontiere ideologiche, i patti di non belligeranza, e l’evocazione di un conflitto atomico torna come uno spettro ad aggirarsi per il mondo.

“In lode della Guerra Fredda” di Sergio Romano

La centralità della politica estera, dice Romano, è sempre lì, presente, ma non trova nell’Ue una forza capace di cucire una cerniera tra la vecchia storia – la Guerra Fredda – e la storia che sarà. E allora, si può biasimare il relativo rimpianto e la lode della guerra fredda, vivendo in una melassa terrificante che lascia spazio a forze spurie di intraprendere nuovi, piccoli imperialismi nel mondo globalizzato? Non si può e non si deve, perché la centralità europea, anche solo geografica, è un dato oggettivo nella contemporaneità: non se ne può prescindere. E dunque, in lode della Guerra Fredda, l’Europa esca dall’impasse.

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