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In India alla ricerca delle proprie origini. “La cacciatrice di storie perdute” di Sejal Badani

In India alla ricerca delle proprie origini. “La cacciatrice di storie perdute” di Sejal BadaniLeggendo il romanzo di Sejal Badani La cacciatrice di storie perdute (Newton Compton, traduzione di Valentina Legnani e Valentina Lombardi), viene in mente ciò che disse Gombrowicz a proposito del bisogno dello scrittore di “sporcare la pagina”. Nel testo della Badani invece tutto è pulito, ordinato, dettagliato, al punto che le parole obbediscono a una sorta di galateo descrittivo finendo coll'eccedere nelle “buone maniere”. Il lettore è tenuto buono al suo posto (anticamera di dentista, scompartimento di treno, sala d'aspetto...), corrisposto dalla prevedibilità e inoffensività della narrazione. Niente balzi dalla sedia, tutto tenuto sotto controllo e farcito con spezie familiari, nonostante l'esotismo dell'India. Probabilmente un romanzo che piacerà a molti, proprio per la sua omologazione agli stereotipi della rappresentazione dei sentimenti. Spesso la protagonista parlando in prima persona dice “la giornalista che è in me”. Il giornalismo non nuocerebbe, se a rimetterci non fosse il tessuto narrativo troppo impegnato a confezionare con tanto di nastrino rosa.

India galeotta. La protagonista di origini indiane, affranta dal dolore di non poter essere mamma dopo ripetuti aborti, stressata da un matrimonio con un uomo che non partecipa o partecipa poco al dolore della moglie, decide di partire per l'India.

 

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Lo schema è classico; ritrovare le proprie origini e una dimensione interiore che possa alleviare il tormento del fallimento esistenziale. Altrettanto noto è il topos di un mistero familiare che sollecita la ricerca della verità: la madre negli Usa ostacola la partenza della figlia, senza spiegare il preciso motivo del suo ostracismo, facendo capire che l'India per lei è un ricordo doloroso. Ma niente frena la partenza della figlia.

In India alla ricerca delle proprie origini. “La cacciatrice di storie perdute” di Sejal Badani

Dunque l'India. Se nel prologo, la figura della mancata madre e insoddisfatta moglie regge l'empatia della lettura, una volta che entra presto in scena l'India, lirismo e spiritualità si sprecano. Ne consegue una scrittura caramellosa che stanca (sono decisamente troppe le 450 pagine del romanzo), senza che la fatica del lettore venga compensata da qualche aspetto originale della dimensione umana della protagonista.

Le storie citate dal titolo riflettono la nuova vita della protagonista. Da principio sono narrate da un vecchio servitore semicieco (più filosofo che servitore) appartenente alla stirpe tanto vituperata degli Intoccabili e hanno per protagonista la vita (la storia) della nonna della giornalista, andata sposa a quindici anni e impegnata segretamente come scrittrice di altre storie che a loro volta si incroceranno con altre storie, scritte dagli allievi di una scuola retta dagli inglesi occupanti. Se l'incrocio può essere di stimolo ad associazioni e a evocare sviluppi narrativi di degno risalto, la cosa non è sorretta dalla prosa che si ostina nelle “belle maniere” e nel desiderio di accalappiare il cuore del lettore, il quale invece accusa sempre più stanchezza. Non mancano disquisizioni socio-politiche sullo stato dell'India occupata dagli inglesi, così come non mancano tentativi filosofeggianti, ma frasi del tipo «Le rose hanno bisogno delle spine, altrimenti sarebbero troppo perfette», o «il suono del suo cuore scalpitante le echeggiava nelle orecchie», o mani che «premono sulla sua pelle, nella speranza di toccare la sua anima», non contribuiscono, tra effluvi di bastoncini d'incenso al gelsomino, a rendere meno stucchevole la narrazione.

In India alla ricerca delle proprie origini. “La cacciatrice di storie perdute” di Sejal Badani

Il contrappunto di una donna angosciata dal non poter aver figli, e la storia di un'antenata madre di più figli di cui uno avuto da un amore clandestino (poco patriottico), poteva pure funzionare, se la prosa di Badani fosse stata un'altra, attenta a indagare situazioni e psicologie anziché inzuccherarsi nella melassa del romanzo d'appendice. 

Troppo telenovela. Dramma, famiglia, amore, tutto ridotto a cioccolatino. Più che storie sono calcomanie di storie quelle che Badani racconta. Cattiva emulatrice di Shahrazad. Più che cacciatrice, il titolo del romanzo dovrebbe citare ricamatrice. Sembra proprio che l'autrice non abbia voluto rinunciare alla confezione regalo anche quando parla di cose tra le più serie. Se non manca l'istanza femminile del soggiogamento della donna indiana alle imposizioni dell'uomo, la problematica viene redatta su registri agrodolci che annullano qualsiasi tensione.

 

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Un romanzo che è una strizzatina d'occhioa chi chiede a un libro di non impegnarlo troppo. È così che si usa per far colpo sul salotto (o l'anticamera del dentista o lo scompartimento di un treno...).



Per la prima foto, copyright: Adityan Ramkumar su Unsplash.

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