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Impara a diffidare della scrittura, anzi no. Intervista a Pierre Lemaitre

Impara a diffidare della scrittura, anzi no. Intervista a Pierre LemaitreQuattro anni dopo il grande successo di Ci rivediamo lassù (Mondadori, 2014 – trad. di Stefania Ricciardi) Pierre Lemaitre presenta l’atteso seguito I colori dell'incendio (Mondadori, 2018 – trad. di Elena Cappellini), seconda puntata di una trilogia che accompagnerà i suoi personaggi dalla prima alla seconda Guerra Mondiale.

Se nel primo romanzo Lemaitre ci aveva raccontato il difficile dopoguerra francese negli anni Venti, nel secondo ci ritroviamo ancora a Parigi al principio del decennio successivo. Madéleine Péricourt deve assumere il controllo dell'impero finanziario ereditato dal padre, il banchiere Marcel, ma non è stata preparata a quel compito ed è già abbastanza impegnata ad assistere il figlio Paul, ancora bambino, rimasto menomato dopo un gesto inspiegabile. Delegando la gestione del patrimonio ad altri, si ritrova ben presto sul lastrico per colpa delle persone in cui aveva riposto la sua fiducia, ma riuscirà a risalire la china e ad avere la sua vendetta, mentre sull'Europa si addensano le ombre sinistre del nazismo in ascesa.

Dopo aver ottenuto il successo con una serie di noir molto avvincenti, Pierre Lemaitre ha cambiato rotta, realizzando una felice contaminazione tra romanzo storico e noir, in cui non mancano tocchi comici e la presenza sapiente di un narratore di tipo ottocentesco, che si rivolge direttamente al lettore come in molti grandi classici. Ne risulta una lettura sempre avvincente, nonostante la complessità della trama e il ragguardevole numero di personaggi coinvolti.

Già definitto "il nuovo Simenon" grazie ai numerosi premi vinti in Francia e all'estero, Pierre Lemaitre ha incontrato i blogger a Milano, presentando la versione italiana del romanzo.

 

Cominciamo a dire qualcosa di Madeleine, questa donna diversa dalle donne del suo tempo?

Mi permetto di dissentire, perché Madeleine per me è proprio una donna del suo tempo: una privilegiata, che ha accettato senza discutere la sua condizione femminile sottomessa, ma che a parte la ricchezza è una donna in realtà molto comune. Per un romanziere è meglio scegliere come personaggio una donna comune, perché ha un margine di progresso importante: è più facile partire da una persona ordinaria e renderla un personaggio straordinario. Se voi partite già da un donna straordinaria, cosa potete farne? Farla diventare Cat Woman?

 

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L'epoca del romanzo mi è sembrata cupa, cattiva, caratterizzata da una certa freddezza nei sentimenti e nelle emozioni. È così?

Non vorrei iniziare tutte le mie risposte dicendo di no, ma devo dissentire ancora: sono d'accordo con lei sul fatto che sia un'epoca grigia, ma non dal punto di vista emozionale, perché le persone vivevano, si amavano, si odiavano. Non lo definirei un periodo "freddo" ma "grigio", dominato dall'incertezza: cosa diventerà l'Europa, cosa diventerà la Francia, dove andremo? Sono queste le domande che caratterizzano gli anni del romanzo. Alla fine della prima guerra mondiale tutti sembravano avere un'idea su dove stessero andando. L'idea generale era "mai più una guerra", ma è esattamente questa volontà che porterà al conflitto successivo. Ho tentato quindi di scrivere un libro sull'incertezza di quel periodo.

 

Sia in questo romanzo, sia nel precedente, ho trovato qualche paradosso positivo: per esempio, nella figura di Paul, il figlio di Madeleine, che si trova svantaggiato dal punto di vista fisico e della comunicazione verbale, ma diventa un genio del marketing, cioè della comunicazione pura. È una scelta voluta?

Sì, perché questo libro è stato concepito come una sorta di variazione sulla resilienza. Ci sono molti personaggi destinati a raggiungere il successo malgrado le loro cadute. La riuscita di Paul è un esempio di resilienza: tutti credevano che sarebbe morto, invece sopravvive e ottiene pure il successo. La resilienza si trova anche in Madeleine, in Vladi, la ragazza che arriva dalla Polonia senza parlare una sola parola di francese ma riesce a emergere in un Paese sconosciuto, in Solange, che diventa una diva internazionale.

Con questi ritratti femminili mi sono divertito a presentare immagini diverse della donna degli anni Trenta oltre a delle figure di resilienza: questo era il doppio progetto del romanzo.

Impara a diffidare della scrittura, anzi no. Intervista a Pierre Lemaitre

Questo è il secondo volume di una futura trilogia. Trattandosi però di romanzi molto complessi e molto corposi, aveva già in mente una trilogia nel momento in cui ha iniziato a scrivere il primo, oppure l'idea è arrivata dopo?

No, la trilogia è nata quando ho iniziato a pensare a questo secondo libro. Ero partito dall'idea di scrivere un seguito del primo romanzo, ma nel momento in cui mi sono chiesto che tipo di seguito volessi dargli mi sono reso conto che potevo realizzare una specie di fotografia del periodo tra le due guerre. Ma la cosa che m'interessa di più della sua domanda è il riferimento alla complessità: mi rendo conto di creare storie molto complicate, io stesso a volte vengo preso dal panico di fronte alla loro complessità. Tutto il mio lavoro consiste nel rendere di facile comprensione una storia intricata.

Lo dico perché possiate capire il livello di angoscia che può raggiungere un autore mettendosi davanti a un progetto di questo genere. Un'ottima soluzione sarebbe scrivere delle storie semplici, ma io non ne sono capace.

 

Lei è spesso cattivo nel modo in cui descrive il rapporto tra i personaggi e il denaro come strumento di potere: l'uomo che ce l'ha lo perde, suo fratello che lo vorrebbe non lo ottiene, la donna non ha gli strumenti per gestirlo.

Io ho la reputazione di essere uno scrittore cattivo verso i suoi personaggi ed è una reputazione meritata. A volte li metto in situazioni così difficili e crudeli che è impossibile non simpatizzare con loro, anche se magari non lo meriterebbero.

 

Quando inizia a scrivere ha già in mente tutta la storia nella sua complessità oppure si lascia guidare un po' dai personaggi?

Il capo sono io e il personaggio fa quello che gli dico io, perché voglio essere padrone a casa mia. Ho letto un'intervista a Fred Vargas in cui lei parlava dei personaggi che le sfuggivano di mano: per me non è possibile. Non è perché io pensi di essere Emmanuel Macron, ma perché il personaggio è lo strumento di una storia. Io so dove va la mia storia e cosa racconta, il mio lavoro è fare in modo che i personaggi raccontino "quella" storia. Se i personaggi mi sfuggissero di mano, io non saprei più che storia raccontare. Forse potrebbero produrre lo stesso qualcosa d'interessante, ma per l'idea che ho del mio mestiere preferisco decidere io il destino dei personaggi e della storia.

Riguardo a ciò che so e non so quando inizio un libro, ho due massime: la prima è "diffida della scrittura" e la seconda è "fidati della scrittura".

"Diffida della scrittura" vuol dire non cominciare un libro se non conosci bene la trama, altrimenti non sai cosa scriverai, perché di fatto non padroneggi l'argomento. Non inizio una storia se non conosco almeno la situazione di partenza, la fine e i principali avvenimenti, cioè la sua colonna vertebrale.

"Fidati della scrittura" significa però non prevedere un piano troppo dettagliato, perché se ci sono dei vuoti puoi fare affidamento sulla scrittura per far emergere delle cose nuove che li colmeranno. C'è quindi un equilibrio tra la creazione di una struttura e la fiducia nel fatto che la scrittura porterà i dettagli.

 

In un'intervista lei ha detto che in Francia ci sono solo tre cose che possono cambiare la vita di uno scrittore: un colpo di fulmine, un infarto e vincere il Premio Goncourt. Com'è stato riprendere una storia che le aveva dato così tanto, e cos'è cambiato nelle sue abitudini?

Colpo di fulmine e Goncourt li ho passati, mi resta solo l'infarto, di cui mi ero dimenticato... È difficile, in effetti, rimettersi a scrivere dopo un grande successo ma è così per tutti gli scrittori. Ti chiedi se hai ancora qualcosa da dire, quanti lettori perderai, se farai fatica a pagare le tasse. Al tempo stesso, auguro a tutti il grande successo che ho avuto io, perché le paure che vengono dopo sono in fondo paure da ricchi.

Resto uno scrittore privilegiato e non voglio certo lamentarmi della mia situazione, ma serve tempo per digerire il successo e anche un po' di coraggio per rimettersi al lavoro.

 

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La voce narrante a volte strizza l'occhio al lettore, a volte scompare. C'è un motivo particolare nella scelta di farla parlare in un momento più che in un altro?

Ci sono due livelli diversi. Un primo livello è solo letterario: nei romanzi ottocenteschi, come in Dumas, adoravo il momento in cui il narratore si rivolge al lettore, per cui il mio è un omaggio alla letteratura di quell'epoca. Il secondo livello è politico: io sono un autore un po' brechtiano e Brecht voleva che il pubblico non dimenticasse mai di trovarsi in un teatro, perché dimenticando la propria condizione ci si fa fregare dal sistema. Voleva degli spettatori lucidi e consapevoli, perciò io ricordo al lettore che questa è solo una storia e non deve farsi fregare.

 

Perchè ha scelto una protagonista femminile? Si è ispirato a qualche figura reale?

La scelta era dettata dal libro precedente, dove erano morti parecchi personaggi. Non credo di essermi ispirato a nessuna donna reale, però ho scritto questo romanzo mentre si stava girando il film tratto dal precedente, per cui avevo in mente l'attrice che impersonava Madeleine. Siccome io ho bisogno d'immaginarmi fisicamente i personaggi, credo di essermi ispirato a lei, almeno per l'aspetto esteriore.

Del resto, quasi tutti i personaggi sono banali, non hanno fatto nulla di straordinario e corrispondono a quest'idea che mi piace molto: "Il romanzo è un momento in cui accadono cose straordinarie a persone comuni".

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Il narratore se la prende spesso con i giornalisti, che bacchetta in molti modi. Cosa le hanno fatto i giornalisti?

Rispetto una massima molto semplice per le persone che hanno un ruolo pubblico: è molto prudente considerare i giornalisti come nemici, perché questo consente di essere padroni del rapporto che si ha con loro. I giornalisti fanno un lavoro indispensabile, ma siamo in una società molto mediatica e se in un incontro io dico una sola cavolata so che sarà quella che verrà ricordata di più.

Io sono una persona spontanea e naturale, mi può capitare ad esempio di fare una battuta maschilista, ma ciò che può far ridere tra amici che si conoscono può diventare una condanna terribile nel contesto professionale, per cui il mio rapporto coi giornalisti è molto attento.

Il secondo livello riguarda il giornalismo negli anni Trenta, che era comprato dalla grande industria. Non ho affatto inventato la storia del giornalista che si avvicina a una persona importante dicendogli "ho una notizia brutta su di voi ma penso di potervela vendere", era un ricatto tipico dell'epoca: rendeva di più vendere un'informazione che pubblicarla.

 

Sta già lavorando al terzo volume della trilogia?

Il piano del libro è già deciso e ho iniziato a scriverlo: a mia moglie piace, per cui ci sono già tutte le condizioni ottimali, soprattutto la terza che per me è fondamentale.


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Per la prima foto, copyright: Brent Gorwin.

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