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Perché scrivere? Le ragioni di George Orwell

Hai perso la voglia di leggere? 7 modi per farla tornare

Intervista ad Andrea Tomat, Presidente del Comitato di Gestione

Impantanati nell’inferno on line

[Sesto Girone della Rubrica All’Inferno, scrittore esordiente!]

Jan Van der Straet, Giovanni Stradano, Inferno, Canto VIIIDiverse cose dovrebbero farvi rizzare le orecchie:

«Pubblichiamo nuovi autori, anche raccolte poetiche, saremo lieti di leggere il vostro materiale, ci faremo vivi in tempi brevi».

Solitamente il banner è accattivante e compare in ogni pagina in cui sia presente il tag “esordiente”, parolina magica che identifica un sognatore pronto a essere infarinato e fritto. Insomma, vi stanno chiedendo dei soldi.
Inutile dire che alcuni raccontastorie a portafoglio aperto vi faranno credere che la pratica è non solo usuale, ma del tutto corretta. Qualcuno, infatti, cercherà di spiegarvi che i libri a pagamento valgono quanto quelli editi in maniera gratuita.
Il profumo della creatività ce lo rivela — incurante del nostro stupore —, raccontandoci che «spesso si crede che chi è riuscito a pubblicare senza sborsare mai nessun centesimo sia davvero un talento e che ogni sua opera, pertanto, meriti considerazione in quanto di grande valore, per il solo fatto di esser stata incentivata dalla casa editrice di turno piuttosto che dall’autore».
Se le cose stanno così, allora molti di questi autori avrebbero dovuto aderire con convinzione alla lista dei pagautori, andata invece deserta.

Questo dire e non dire, questa velata abitudine alla rottura del salvadanaio, genera qualche incomprensione. Capita di trovarsi davanti al dubbio di uno scrittore in erba che si chiede se sia lecita la richiesta di qualche migliaio d'euro per la pubblicazione di un manoscritto: «E' normale che chiedano una cifra di questa entità oppure mi stanno rifilando una truffa?». Il copia-incolla è fedele e verace, il quesito è autentico ed è quello di molti. Ribadiamolo, quindi:

pubblicare a pagamento significa stampare,

cosa che potete fare dal vostro tipografo a costi più contenuti.

A questo punto qualcuno dirà che un libro privo di ISBN non va da nessuna parte, forse scordando che anche un libro con la targa, ma senza promozione, fa la stessa fine: «Ogni giorno un libro muore», assieme ai sogni di gloria del suo autore.
Il compito dell’editoria a pagamento è far contento uno scrittore — pagante — che può finalmente sfoggiare tale titolo onorifico, ma senza esagerare. Difatti nessuno, dedito alla vanity press, si dimostrerà tanto fiero dell’investimento cartaceo da aggiungere tale hobby ai suoi dati Facebook per sbandierarlo ai quattro venti. Anzi, siamo sinceri, a volte si cercherà persino di scordare questa vicenda, ché avere in curriculum tale esperienza potrebbe abbruttire una promettente carriera, come il buon vecchio Marcello Simoni
Ovviamente, ognuno ha la propria opinione in materia. Quella di Pensieri d’Inchiostro è che «non c’è comunque niente di male a pagare per pubblicare anche un libro che appartiene a un genere letterario commerciale [...]. Se uno è semplicemente soddisfatto dal raccontare in giro che ha pubblicato un libro e di regalarlo o venderlo alle persone che conosce, ha tutto il diritto di farlo [...]».
È bello sapere che la diplomazia non è morta, ma preferisco l’opinione di Vertigoz: «Il fatto che pubblichiate un libro a pagamento equivale a far sapere al mondo, come se ci fosse scritto in copertina in corpo 36, che il vostro manoscritto è stato rifiutato da 5000 case editrici».

Secondo Affaritaliani.it, siamo un popolo di santi, navigatori e scrittori a pagamento. Meglio allora fare un salto alla lista EAP — sta per editori a pagamento — e a doppio binario sul blog di Loredana Lipperini.  
Breve spiegazione sul doppio binario: uno di quei treni che si prendono al volo... per poi accorgersi che il biglietto bisogna pagarlo; no, non sempre, lo decide il controllore caso per caso.
Da cosa nasca il doppio binario ve lo potranno spiegare solo le case editrici che praticano l'arte della morra cinese applicata all'editoria, solitamente sul sito di questi imprenditori trovate scritto qualcosa del genere: «Gli autori delle opere che saranno ritenute idonee per la pubblicazione riceveranno una proposta editoriale, che potrà prevedere o meno una co-produzione». Insomma, vi lasciano il gusto della sorpresa, e non è detto che riescano a sbalordirvi in tempi rapidi.
Prossimi a una pubblicazione free, potreste trovarvi a ricevere un’e-mail che recita: «Abbiamo ricevuto i dati delle prenotazioni delle librerie dopo il giro dei rappresentanti RCS. Sono purtroppo molto basse, il che ci rende veramente difficoltoso procedere nella pubblicazione perché siamo praticamente certi di rimetterci del denaro. Quello che possiamo proporle, a questo punto, è una forma di contribuzione al progetto, o tramite un acquisto copie da parte sua, o tramite un contributo alle spese di stampa. In sostanza dovremmo riuscire a raccogliere duemila euro».
Sono costretta ad ammettere che ci fa una figura migliore la casa editrice che si presenta come a pagamento, senza fare troppe storie. O no?

Dite che non esiste un editore a pagamento così cortese da palesarsi in tali termini? Ebbene, sono lieta di presentarvi la TA.TI. Edizioni, che è a sua volta lieta di presentarsi come «casa editrice a pagamento che si propone di pubblicare autori esordienti e non; che hanno argomenti validi da comunicare da un punto di vista contenutistico; scrittori e poeti che parlano con l'anima, evitando inutili ricercatezze stilistiche».
Non è il genere di pubblicazione che prediligo, ma ho un debole per chi non si nasconde dietro un dito.

Ci sono alcuni trucchi che vi eviteranno di spedire carta e pdf alle case editrici che proprio non fanno al caso vostro. Il primo è certamente consultare le liste degli editori scartando immediatamente quelli che vi chiedono soldi.
Qualcuno vi dirà di evitare le grandi case editrici per passare immediatamente a quelle piccole, ma certo dipende da quanto pesa il vostro ego. Mentre scartate i grandi e passate ai fratelli minori, ricordatevi di dare un’occhiata alle collane editoriali, un hardboiled non troverà mai spazio alle Paoline.
Vi diranno anche di preferire il telefono all’e-mail, ma, se riuscite a contattare Mondadori, vuol dire che avete scovato online gli orari in cui farlo, oppure avete avuto una fortuna sfacciata.

Così consiglia un utente di Yahoo Answers: «Devi provare a chiamare tra le 9:00 e le 10:30. Se chiami alle 9:29 o alle 10:31, ti dicono che è presto o tardi, a seconda. Per riuscire a metterti in contatto con loro dovrai provare a chiamare parecchie volte, perché il numero lo troverai spesso occupato. Comunque prima o poi troverai libero e ti risponderanno. Sono abbastanza gentili e non hanno fretta di chiudere il telefono».

Sappiate che i tempi di lettura sono lunghi e che non sempre — il mai pare brutto — vi verrà detto perché il vostro lavoro è stato rifiutato. Il consiglio che scovate in rete è quello di mandare il vostro manoscritto a più editori contemporaneamente.

Altri partiranno dall'abc, consigliandovi di scrivere il testo al computer — sono pochi gli autori che si affidano alla stilografica (uno di questi è Pinketts), voi usate Word e non sentitevi sminuiti dal mezzo —, ricordandovi di rileggerlo, stamparlo e rilegarlo. A quanto già detto, si aggiunga di scrutare con attenzione il sito di ogni editore, lì troverete scritto se la lettura di un manoscritto gli procura problemi di stomaco.
Dovessero chiedervi un curriculum, vale la regola del bravo ma breve: tutto quello che può sembrarvi superfluo lo è di certo. In quella scarna paginetta — non andate oltre, non ci crederebbe nessuno — inserite anche i premi vinti ai concorsi letterari.
Concorsi letterariPartecipare ai concorsi è utile, come ci spiega un sito che si chiama proprio Concorsi Letterari: «per avere conferme della bontà della propria opera, per dare visibilità alla propria opera per arrivare primo e battere tutti gli altri autori, per vincere un eventuale premio in denaro per vincere un eventuale premio in pubblicazione, per “confrontarsi” con altri autori, per “esercitarsi”, per passare il tempo divertendosi».
Molte di queste risposte si adattano anche a Giochi senza Frontiere. Togliete tutto quello che vi puzza di estrema sportività e avrete i motivi reali per cui la gente si iscrive a un concorso letterario: voglio sapere d’aver scritto una cannonata e, possibilmente, intascarmi il premio. Ecco, sì, diciamolo chiaro e tondo, di confronto è rimasto solo quello all'americana e lì nessuno vorrebbe arrivare primo.
Anche Sololibri.net dà la sua visione dei fatti e aggiunge: «Spesso si crede che un concorso letterario gratuito sia necessariamente meno serio di un concorso letterario a pagamento ma non è assolutamente così». La cosa vi ha spiazzati? Bene, allora siete sulla via della guarigione. Succede che anche i concorsi letterari con quota d'iscrizione non siano poi così affidabili, o che quelli con votazione online facciano sorgere dubbi tra i lettori.
Ewrite aggiunge qualche altra nota al nostro calderone: informatevi sugli organizzatori, scegliendo «quei concorsi banditi da comuni, province, regioni o realtà imprenditoriali importanti che offrono una maggiore garanzia nella correttezza dello svolgimento» — così spiega il sito in questione —, «partecipate a concorsi letterari gratuiti, ossia che non prevedono il pagamento di una somma, o meglio, di una quota o l’obbligo di acquisto di eventuali antologie del premio». Insomma, controllate che non ci siano gabelle, ma tenete presente che ormai non esistono più concorsi completamente gratuiti: è una moda che si è spenta da alcuni anni. Ci sono anche ottimi motivi per non partecipare, ma di questo vi dirò nel prossimo girone.

Un’ultima chicca: il bando dovrebbe togliervi ogni dubbio ma a volte non succede; passate oltre e rideteci sopra, a volte anche Mamma Rai toppa alla grande.


Il Settimo Girone della Rubrica All’Inferno, scrittore esordiente! sarà on line il 14/04/2012.

Parleremo di lit-blog, faremo un viaggio nel mondo di Premiopoli e incontreremo i VIP dell'Inferno on line, Loredana Lipperini, i blogger conservativi, i blogger castigamatti (per vocazione e a cottimo), Gamberi Fantasy e Personalità confusa, Gianni Falconieri, Giuseppe Iannozzi, Lucio Angelini, Paolo Ferrucci, Tiziano Terzani, Sebastiano Vassalli, Andrea De Carlo, Erri De Luca, Ozoz.

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Commenti

Il segreto degli scrittori

Uno scrittore ignora il meccanismo che dà modo alla sua mente di tradurre in parole la misteriosa ispirazione che lo assale. Lo ignora perché l'ispirazione non è generata da un meccanismo. Si trattasse di un insieme di rotelle e ingranaggi si potrebbe sempre smontare il tutto per poi ricomporlo, una volta svelati gli intimi segreti del suo funzionamento. L'ispirazione è, per lo scrittore, quello che il punto privo di dimensione rappresenta per la geometria: un mistero attraverso il quale un punto non esteso si trasforma nell'estensione che dà modo, alla distanza tra due punti, di essere una retta orientata nello spazio la quale, a propria volta, costituisce il contorno del piano che acquista solidità nella forma che ci caratterizza. Forma che è contorno di un limite, tanto da poter affermare che la stessa esistenza è l'espressione della moltiplicazione di limiti che ostacolano la libertà. È in questa somma di ostacoli limitanti che s'innesta la creatività di chi immagina di poter scovare, attraverso la misteriosa e non estesa ispirazione, la ragione d'essere di tutte le limitazioni possibili: la consapevolezza del valore della Libertà.

E se manca l'ispirazione, c'è sempre l'aspirazione ad averla comunque.
Tutti possono scrivere e questa è una bella fortuna, ma anche no. :)

Io proverei a diffidare degli automatismi. Un libro pubblicato da un grande editore è un grande libro? Un libro pubblicato da editore a pagamento, o peggio, stampato in proprio da un tipografo di Canicattì, è necessariamente una schifezza? Se il grande editore rifiutasse soltanto i libri-schifezza come fa un libro rifiutato (Il gattopardo) a divenire, dopo qualche anno, "il libro più amato dagli italiani"? Forse che durante alcuni mesi o, come si diceva, qualche anno, gli italiani hanno cambiato gusti o son diventati scimuniti? Per me è errore giudicare i libri dalla copertina. Uno dei libri più coinvolgenti che ho letto è nato su carta dove prima era stato avvolto del formaggio (Fucik, Scritto sotto la forca),
l'ho comprato in una bancarella e non aveva copertina.

Ciao Carmelo, hai ragione, niente automatismi. Non è detto che un grande editore faccia arrivare sugli scaffali roba degna d'essere letta. Anzi, siamo sinceri, ultimamente la robaccia supera in quantità il leggibile, il mediamente leggibile e il leggibile senza moti di stizza.
E i libri editi a pagamento o semplicemente stampati in proprio? No, non credo siano sempre da cacciare nella differenziata, ma certo l'editore a pagamento e il tipografo non sono soliti fare l'editing di quanto stampano. Non escludo possa accadere in qualche occasione o in universo parallelo, ma diciamo che lo trovo improbabile.
Già questo non rende un buon servizio a ciò scrive un autore, sempre non si voglia immaginare che il tale sia pure un ottimo editor. Altra cosa rara, soprattutto quando è ora di raddrizzare, tagliuzzare, ricucire il frutto del proprio lavoro. In questo tendiamo sempre a essere magnanimi. Suvvia, solo un ritocchino, abbiamo scritto con tanta grazia che di certo non ci sono errori madornali da sistemare. Davvero? Be', ecco, se ci sono errori non li vediamo, o ci sembrano licenze poetiche. Frutto del nostro ingegno, carne della nostra carne, ogni scarrafone ha una mamma che lo trova carino.
C'è poi da tener presente che l'editore a pagamento e il tipografo, semmai dovessero davvero leggere il manoscritto in questione, tenderanno a fare poche storie. Se paghi, nessuno verrà a romperti le scatole. Basta che paghi.

E "Il Gattopardo"? Ah, ma quanti gatti, gattopardi e gattofili scriventi potranno mai esserci in giro? Saranno tutti rifiutati dall'editore? Ma come? L'editore non fiuta il vendibile? Almeno dovrebbe, questo è sicuro. Ognuno fa il proprio mestiere, e se l'editorone non è lì per scoprire talenti, è certamente lì per incassare talenti.
Potrebbe essere troppo semplice pensare che l'editore a pagamento sia l'ultima spiaggia per un capolavoro che non trova sbocchi. Sono più propensa a credere sia la via più facile per vedere il proprio nome in copertina e poter poi dire "hanno rifiutato il mio gattopardo, sono stato costretto a pagare". Naturalmente potrei sbagliarmi, qualche gattino e gattopardo si annidano in un cassetto e Mondadori non lo sa, o magari non lo vuole sapere.
Si perseveri, quindi. Se un esordiente cova un gattopardo, perché dovrebbe darlo poi in pasto a un editore a pagamento? A volte non emergono i più bravi, ma solo quelli col pelo sullo stomaco e la perseveranza necessaria. L'editoria è fatta così, la letteratura è cosa diversa e la lasciamo ai grandi.

http://blog.libero.it/gattoneroMI/8259967.html

Scritto sotto la forca (zip 780kb)

È naturale che un sito che offra servizio di editing consideri lo stesso come una inderogabile necessità, allo stesso modo di un muratore convinto che senza essere muratori professionisti sia impossibile tirar su un muro che sia perfettamente verticale, eppure... eppure c'è chi, sputando dall'alto delle proprie, pregiate, possibilità, trova il modo, attraverso lo sputazzo, di tracciare una perfetta verticale da seguire... per raggiungere il tetto delle proprie, indefinite prima di allora, capacità. L'essenziale è accertarsi che non ci sia nessuno sotto... quando si sputa :D

Massimo, tanto per chiarire, io non offro editing.

Non lo offri, certo, ma sei ospite di chi lo offre... o no? :D

E questo vorrebbe dire che "sono tenuta" a fare uno spot a quanto offre il sito? Stai prendendo un granchio, Massimo. Lo stai prendendo nei confronti della direzione, e pure nei miei. Sul Romanzo non funziona in questa maniera, ma puoi sempre chiedere in giro, eh?

Nel tuo commentare asserisci che l'editoria a pagamento non offre il servizio di editing, ma da molti autori, quelli che considerano quel servizio un'indesiderata intrusione, è considerata un'assenza da ritenersi auspicabile. Io, per citare a casaccio, mai permetterei ad alcuno di mettere le mani su ciò che scrivo, nemmeno se giudicassi convenienti i miglioramenti apportati. Per le stesse ragioni evito di truccarmi il viso, e di lucidarmi le scarpe da tennis, quando non vado a messa... :D

Sarò sincera, i miei articoli si avvalgono dell'editing di una gran persona. Forse sì, è vero, non vorrei che altri ci mettessero le mani - è un amico, ma prima di tutto il mio editor è un grande editor, diventato un amico editing dopo editing -, ma me ne farei comunque una ragione: l'editing, per quanto mi riguarda, migliora il risultato.
Piccolo o grande che sia l'intervento, volta dopo volta imparo qualcosa. Avrò avuto la fortuna d'incappare nel signor G. (le mie fortune le ammetto sempre), ma ho comunque un grande rispetto per la categoria.

Ah, già, nemmeno io mi trucco mai, ma la mia è solo pigrizia.

Per chi, come me, vive sotto un ponte, l'editing non è disonorevole, ma solo uno spreco di denaro che non possiedo, questo senza voler considerare che le cose importanti da me scritte generalmente non sono alla portata di comprensione di chi fa editing senza la necessità di rovistare nelle pattumiere... :D

Massimo... ssss... non dirlo a nessuno... l'editing ai miei articoli viene via gratis. :D

Ma Gaia... ti faresti correggere persino nel redigere commenti? È follia pura, perché un autore così facendo si mette nella condizione tipica che è propria degli insicuri di sé. Non sarebbe più naturale comprarsi una grammatica della lingua italiana e rimettersi a studiare? Cosa potrebbe scrivere d'interessante un autore non in grado di correggersi? Cosa riuscirebbe a scrivere un correttore non in grado di creare? Infine... un individuo che al posto di scrivere corregge gli scritti di altri autori con che autorevolezza potrebbe scodinzolare nell'universo dei creativi?

E da dove salta fuori l'idea che io mi faccia correggere i commenti? Te l'ha suggerita la fatina dei denti o l'orco degli editor?
Quindi - correggimi se ho inteso male -, avvalersi di un editor è cosa da insicuri. Basta ripassarsi la grammatica italiana: stessa cosa, uguali risultati. Ho capito bene?
Poi, visto che si siamo, ci cacciamo dentro anche il fatto che un editor - "un individuo che al posto di scrivere corregge gli scritti di altri autori" - abbia davvero ben poco da dire, non è un creativo, è solo uno che ha ripassato la grammatica. Ho riportato correttamente quanto intendevi dire?
Bene, la mia impressione è che tu non abbia mai avuto modo di studiare da vicino cosa combina un editor. Credo tu ne abbia una pessima opinione senza aver toccato con mano. Dico bene? Sto sbagliando? Hai conosciuto un editor ma l'hai beccato a rubare nelle borse delle anziane signore che hanno scambiato l'editing per uno schema di ricamo?
E i libri che finiscono sugli scaffali? Lì non c'è la mano di un editor? Direi di sì, tu cosa diresti? Che sì e allora sono tutti scrittori che hanno smarrito la grammatica, che no, e allora è gente sicura dei propri scritti, così sicura da convincere una casa editrice a non mettere il naso in cose che non la riguardano.
Ovviamente non sono un editor, la categoria può fare senza di me perché il libro di grammatica l'ho smarrito in soffitta e sono costretta a fare con quel poco che ricordo. Però mi spiace quando una figura del genere - e ribadisco: non faccio editing, non lavoro per chi lo fa, non becco un quattrino a parlare della faccenda e per convincermi a dire una cosa che non penso bisognerebbe puntarmi contro una pistola... e anche lì dovrei pensarci - viene presa così sottogamba. Sembra quasi che per qualcuno l'editor sia una figura truffaldina, mentre l'editore a pagamento - che l'editing certamente non lo fa - sia una brava persona che capisce il valore di uno scritto altrui e quindi, di buona grazia, per quel motivo e quello soltanto, decida di non cambiare una virgola.

L'editor offre una prestazione adatta a coloro che non sanno scrivere ma che, raramente, hanno interessanti cose da dire. Uno scrittore preparato e consapevole non ha bisogno di editing, allo stesso modo di un cardiochirurgo che non vuole l'imposizione della mano di un infermiere per attenuare il tremore delle proprie dita, quelle stesse che, impugnando il bisturi, mai dovrebbero chiedersi quale sia la direzione da prendere.

Meno un lavoro è necessario... più deve essere ammantato perché sembri esserlo... in modo da poter essere poi venduto. :D :D :D

Cara Gaia, Di quanti torti son fatte le nostre ragioni. Chi scrive, non v'è ombra di dubbio, si trova a scegliere tra baroni e masnadieri. Dei 5000 editori che hanno rifiutato un libro - secondo i tuoi calcoli - finito tra le fauci dell'editore a pagamento, quanti lo avranno letto? Quanti lo avranno rifiutato perché l'autore non godeva di visibilità? Quanti al piccolo gattopardo o gattorogna dell'autore "invisibile" gli avrebbero preferito i capolavori di Bruno Vespa, le operette morali di Maurizio Costanzo o la prosa pensosa di Iva Zanicchi? Si tratta di gente vista e stravista sino alla nausea, questo ne fa dei saggisti, dei narratori o dei poeti? Non c'è anche in tali scelte un calcolo meschino di bottegai. quello di cui fai addebito alla editoria minore?
Ora io non penso di fare di tutta l'erba un fascio (e sarà magari perché i fasci non mi piacciono) né ritengo che la grande editoria rifiuti Gattopardi ogni mattina, ma è accaduto. Mi dirai che le ragioni erano ideologiche, ed è vero: Ma gli altri editori - quelli della piccola editoria che superano i cinquemila- dovremo classificarli per forza tra i masnadieri, gente che pubblica tutto purché tu paghi? Non ti risulta che qualche grosso nome della letteratura, agli esordi abbia pagato? Io, ad esempio so di un piccolo editore col pallino della poesia che ha stampato pochi libri ed ha detto più no che sì. Nemmeno questo accade tutti i giorni, ma accade. - Un cordiale saluto.

Ciao Carmelo, forse ho perso un passaggio - e potrebbe essere, le feste mi fanno un pessimo effetto -, ma siamo passati dall'editorone che rifiuta i gattopardi degli esordienti alle piccole case editrici che - ho capito male? - finiscono nel calderone degli editori a pagamento. Non è così, non sempre, la piccola e media editoria non campa soltanto - e sempre - di polli da spennare. C'è anche gente seria, e quella gente lì la roba che pubblica la legge per forza, o così o fallisce in tre giorni.
La poesia? Purtroppo i poeti sono quasi costretti a pagare qualcosa, lo dico con gli occhi lucidi, sperando passi qualche poeta a dirmi che le cose stanno cambiando. Mica tutti sono la signorina Vento, che scrive poesiole e finisce per pubblicarle con l'editorone! Sia detto, non credo esistano poeti che vorrebbero essere la Vento, ma certamente essere lei ha qualche vantaggio. Purtroppo.
Quindi, tornando ai nostri gattopardi, cose ottime pubblicate a pagamento, posso capire che sia accaduto (quando? è passata una vita? è successo ieri?) ma non credo sia questa la via da seguire. E allora? Sbattiamo il grugno contro gli editoroni o paghiamo gli editorini? E se cominciassimo prima a valutare i piccoli e medi editori che non chiedono quattrini? Potrebbe essere una scelta valida.
Detesto gli editori a pagamento, ma non mi stanno simpatici nemmeno gli autori che pagano. Se poi vanno in giro a dirsi "costretti", e poveri loro e il loro gattopardo... be', un po' mi scappa da ridere. Tutto qui.

Ciao Carmelo, un saluto!

Gentilissima Gaia,
Cose buone pubblicate a pagamento?
"Signorina Rosina" di Antonio Pizzuto prima che, trascorsi alcuni anni, lo scoprissero le edizioni Lerici che vantavano nella propria redazione Mario Luzi e Romano Bilenchi; In poesia abbiamo, tra gli altri "I servi" di Calogero Bonavia, pubblicato da L'Eroica (Milano 1926 o 27) che segnano un momento altissimo nella poesia religiosa. Anch'io detesto gli editori a pagamento e gli autori che pagano, ma per una questione economica: Non ho soldi. Ma non amo nemmeno la grande editoria (dovrei dire "grossa") chiusa in difesa e, quanto all'editing mi son sempre chiesto perché si vogliono scrivere dei libri quando non si sa scrivere? Qui ricordo con Massimo Vaj, Rostand che fa dire al suo Cirano che sente raggelarsi il sangue nelle vene al pensiero che qualcuno possa cambiare una virgola ai suoi scritti.
Dopo un così ricco scambio di opinioni non ti mando più un cordiale saluto: Ti abbraccio.

Caro Carmelo, l'abbraccio lo colgo al volo e lo ricambio con piacere.
Forse allora è colpa mia, nel senso che sono così poco affezionata ai miei scritti da consentire che altri ci mettano mano, senza farmene un problema. E dico colpa a ragion veduta perché mi conosco: non prendo mai niente sul serio, figuriamoci se posso dare credito a roba che scrivo io. Puaf! :)
Però mi piace sapere che c'è gente che ci tiene a quanto scrive, e mi piace sapere che Massimo non si farebbe mettere le mani addosso manco da un massaggiatore (della carta, eh?). La sensazione migliora ulteriormente quando vedo che se ne può discutere, sennò sarebbe piuttosto noioso. Non faccio l'editor, non sarei in grado di farlo, per carità, sarei una frana! Ma dal mio signor G. imparo molto, e per fortuna ha una tale pazienza... ;)

Confesso la mia totale ignoranza poetica - o come dico sempre "sono poetica come un copertone" - e mi segno il consiglio. Vuoi mai che mi faccia bene?

Continuate - Carmelo e Massimo - a darmi delle dritte. Vedrò di farne tesoro.

Nessuno meglio della vita stessa sa dare le giuste indicazioni. Certo è che, a volte, l'ordine naturale è parecchio crudele nel farlo, se decide di usare lo strumento chiamato dagli umani: "risultato"... Quest'ultimo, a peggiorare le cose, non è mai definitivo, perché la vita non è mai contenta degli insegnamenti dati. È per questo che i risultati maturati dal nostro agire possono essere a corto, medio e a lungo termine. Questi ultimi sono i più spaventosi, perché minacciano di coinvolgerci anche quando non ci saremo più.

Deve esserci un momento, nella vita di tutti, che riesca a esprimere l'equilibrio perfetto. Quando si è giovani si è stupidelli, da vecchi si è malaticci, ma queste due deprecabili situazioni si reggono sul fulcro equilibrato dell'unico momento roseo dell'esistenza, che corrisponde alla giornata perfetta che nessuno pare essersi accorto di avere avuto: il momento magico nel quale la stupidità si è trasformata in malattia... :D

Ah, Massimo, ciao. Ti avevo scordato qui ma vedo che nel frattempo ti sei risposto da solo.
Magari ci sentiamo domani, nella nuova puntata della rubrica.

Ciao ciao

Come spesso accade hai capito altro da ciò che volevo intendere, per il vezzo che coltivi di utilizzare le affermazioni altrui in modo da crearne di proprie che abbiano solo un legame, indiretto e laterale, con quelle da cui sono state precedute. Non mi sono risposto da solo, ma è così poco importante dirlo... da non valerne la pena

Già.

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