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Immaginare l'immigrazione con un'altra sensibilità. “Gaijin” di Maximiliano Matayoshi

Immaginare l'immigrazione con un'altra sensibilità. “Gaijin” di Maximiliano MatayoshiQuesta estate, per Funambolo Edizioni, è stato pubblicato Gaijin di Maximiliano Matayoshi, tradotto a cura di Ilia Pessoa, primo libro della nuova collana Vertigo che la casa editrice reatina dedica alla narrativa contemporanea.

Kitaro, un ragazzino di undici anni, in seguito alle conseguenze della Seconda guerra mondiale si trova a dover lasciare il Giappone e i suoi affetti più cari: la mamma e la sorella Yumie.

La madre, grazie al denaro risparmiato, riesce a comperare a Kitaro un biglietto di terza classe a bordo della Ruys e un documento di identità valido per l'espatrio. Ed è con spirito di diffidenza che il ragazzo in solitudine abbandonerà la sua isola di Okinawa dirigendosi verso l'Argentina. Il padre muore durante la guerra senza avere il tempo di insegnargli i valori della vita:

«Non avevo mai fumato prima, fatte salve le rare volte in cui chiedevo a papà di offrirmi la pipa. Lo ricordo sussurrarmi all'orecchio che se mamma ci avesse visto saremmo stati entrambi in seri guai. Mi avvicinava la pipa che, diceva, era appartenuta a suo nonno, e la sosteneva mentre fumavo. Durante uno dei trasferimenti, minacciati com'eravamo dalle bombe, mi incaricò di prendermene cura. Mamma stringeva Yumie ancora piccola, lui appesantito dalle borse e le sacche, io a reggere quella pipa con tutt’e due le mani. Vicini al porto dal quale ci saremmo imbarcati per una delle isole vicine, papà mi ordinò di camminare più velocemente. Cercai di obbedire, ma con le mani occupate inciampai, ruppi la pipa nel cadere a terra. Non mi consentì di raccoglierla, disse che ormai era rotta che non ci si poteva fermare. Più tardi la stessa notte, nel vedermi piangere e osservando le vicine esplosioni e gli incendi, disse di non preoccuparmi, che ne avremmo fatto una nuova, che l'avrei poi regalata a mio figlio. Morì prima di potermi insegnare come costruirne una.»

 

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Kitaro è un gaijin ovvero uno straniero visto con pregiudizio e disprezzo. Ed è con questo appellativo che grava sulle sue spalle che il narratore conduce questo romanzo di formazione.

L'esperienza della navigazione sarà toccante per il protagonista che avrà a che fare con altri ricchi e potenti gaijin cinesi, un equipaggio pieno di corrotti gaijin europei, maltrattati schiavi africani che lacereranno a fondo il giovane cuore di Kitaro:

«Sul molo, uomini dalla pelle scura, i primi che vidi invita mia, si affrettavano a muovere casse e caricarle sulla nostra nave. Erano a torso nudo con delle catene alle caviglie e lunghe cicatrici sulla schiena. Avevo sentito parlare della schiavitù già nella mia isola: sembrava qualcosa di lontano, appartenente ad un'altra epoca e di cui parlare soltanto dopo le lezioni di storia.»

Immaginare l'immigrazione con un'altra sensibilità. “Gaijin” di Maximiliano Matayoshi

Matayoshi ci fornisce un modo alternativo per comprendere la migrazione e con periodi brevi e uno stile descrittivo asciutto e dai tratti visionari ci racconta la grande varietà degli stili di vita di tre continenti.

Poi l'arrivo in Argentina e il definitivo frantumarsi dell'identità dell'adolescente che diviene non più solo gaijin per il mondo ma anche per se stesso. Qui entra in campo la forte e attuale tematica dell'identità culturale descritta bene dall'autore anche con suggestioni stilistiche: immagini cariche di poesia e fortemente evocative. Si evince dalle descrizioni come ogni popolo dei tre continenti che l'autore cita sviluppi una propria peculiarità formativa ovvero un modo particolare di considerare la vita e il mondo. Tale identità è costituita da una serie di fattori civili, religiosi e legati ai molteplici aspetti degli stili di vita. L'antropologo Claude Levi-Strauss sosteneva che la vera ricchezza dell'umanità si trovi proprio nella diversità sia dal punto di vista materiale che intellettuale. Per l'immigrato non è sempre facile mantenere la propria ermeneutica esistenziale, e Kitaro è alla costante ricerca di un punto di equilibrio tra le identità culturali che ancora non hanno potuto manifestarsi veramente.

Immaginare l'immigrazione con un'altra sensibilità. “Gaijin” di Maximiliano Matayoshi

Gaijin di Maximiliano Matayoshi è sicuramente un romanzo che scruta le differenze antropologiche attraverso gli occhi di un ragazzino che ne definisce i tratti.

Per come l'autore tratta in modo acuto la problematica dell'essere e del suo significato siamo di fronte a un romanzo che potrebbe essere definito a suo modo neorealista. Il personaggio principale è alla ricerca costante di se stesso in terre straniere e nel volto di chi incontra lungo il suo cammino è pieno di dubbi esistenziali più o meno esplicitati ma percepibili e annientato dalle tragedie storiche. Solo con la forza della fantasia Kitaro può tornare «...nella sua isola, in una spiaggia, sopra una roccia, felice».

 

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C'è da chiedersi a volte se i personaggi dei romanzi non riflettano in parte le angosce degli scrittori. Un romanzo da leggere per provare a immaginare l'immigrazione con un'altra sensibilità.


Per la prima foto, copyright: Kyle Glenn su Unsplash.

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