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ilSaggiatore festeggia il millesimo volume della collana “La Cultura”

ilSaggiatore festeggia il millesimo volume della collana “La Cultura”La Cultura-numero1000  è un volume molto particolare che la casa editrice ilSaggiatore ha ideato per celebrare degnamente la millesima uscita nella sua collana editoriale più significativa, “La Cultura” appunto, che dal 1959 a oggi ha fatto conoscere ai lettori opere fondamentali di autori italiani e stranieri. Si tratta di un’antologia di testi raggruppati sotto tre voci essenziali: “Volti e corpi”, “Costellazioni”, “Domande e risposte”. Come è sottolineato nella presentazione iniziale di Luca Formenton, presidente della casa editrice, «le sequenze in cui i testi sono presentati possono sembrare a prima vista sorprendenti (una per tutte: Virginia Woolf-John Steinbeck-Stephen Jay Gould-François Truffaut), ma, riaffermando la commistione di generi tipica della collana, promuovono un dialogo reciproco e sono le parti che formano quel macrotesto che è la casa editrice».

Fondata da Alberto Mondadori, figlio del grande Arnoldo, nel 1958, la casa editrice ilSaggiatore ha vissuto negli anni alterne vicende e cambi di proprietà, ma ha mantenuto sempre una linea editoriale che la rende inconfondibile nel panorama culturale italiano, pubblicando prevalentemente saggistica, ma anche narrativa di alta qualità. Per celebrare questo millesimo e particolare volume antologico, nel corso di sei incontri ospitati dalla Triennale di Milano a partire dal 17 maggio, autori differenti discuteranno di “Che cos’è la cultura” all’interno di vari ambiti: si parlerà di storia con Ernesto Galli della Loggia, di televisione con Aldo Grasso, di futuro scientifico con Roberto Cingolani, di musica con Paolo Fresu, di poesia con Milo De Angelis e di economia con Vladimiro Giacché (il programma è consultabile qui).

Luca Formenton, figlio di Mario Formenton e Cristina Mondadori, presiede ilSaggiatore dal 1993 e ha curato l’uscita di quest’antologia insieme ad Andrea Gentile, direttore editoriale, e Andrea Morstabilini, editor. Insieme, i tre curatori hanno gentilmente risposto ad alcune domande su quest’opera, e più in generale sul mondo editoriale che rappresentano.

 

A proposito di questo numero 1000, vorrei sapere per prima cosa quando è nata l’idea di fare questa antologia, ma soprattutto come avete stabilito i criteri di selezione dei testi.

Formenton: Inizio a rispondere io alla prima parte della domanda. L’idea è nata semplicemente poco più di un anno fa, mentre si avvicinava la data di pubblicazione del millesimo volume di quella che è la collana centrale della casa editrice, che è uscita senza soluzione di continuità per quasi sessant’anni, per cui ci sembrava giusto celebrare questo traguardo. Il direttore editoriale Andrea Gentile e l’editor Andrea Morstabilini hanno compiuto materialmente tutto il lavoro, da cui io sono stato lasciato fuori quasi del tutto, a parte qualche aggiustamento finale.

Gentile: L’idea di fondo è stata quella di evitare l’oggetto celebrativo, ma di lavorare sul testo visto come organismo vivente e quindi, partendo da questa ipotesi, accostando autori che costituiscono una specie di canone novecentesco secondo la casa editrice, una visione del mondo contemporaneo, un’opera che sia aperta e propositiva.

Morstabilini: Se può interessare un aspetto operativo, noi siamo partiti dal catalogo storico, dal 1958 al 2015, con un numero di titoli sterminato da cui, per scelte successive, una scrematura dopo l’altra siamo andati nella direzione di ottenere, come ha detto Andrea, il nostro canone novecentesco, lasciando che fossero anche un po’ i testi a scegliersi vicendevolmente, nei vari accostamenti per suggestioni, suoni, metafore.

 

Quanto tempo ha richiesto il lavoro?

Morstabilini: Abbiamo anche postato delle foto sui social che ci ritraggono durante la fase di cernita. Il processo è iniziato più di un anno fa, ed è entrato nel vivo la scorsa estate con la prima ampia selezione, mentre le fasi finali sono state concentrate in autunno, tra settembre e dicembre, seguite a gennaio dall’elaborazione del processo grafico.

Formenton: Ogni tanto, quando andavo a dare un’occhiata, trovavo lo studio di Gentile stipato da tonnellate di libri, uno spettacolo incredibile…

 

Nel redigere il volume non vi siete sentiti un po’ come degli enciclopedisti, alla ricerca di una classificazione perfetta del sapere?

Formenton: No, anche se per noi del Saggiatore sentirci definire “enciclopedisti” è un complimento. L’idea che i testi si possano in qualche modo attrarre tra loro, come dicevamo prima, ci aveva già fatto realizzare opere di questo genere in passato. Ad esempio, abbiamo pubblicato volumi dedicati a famosi giornalisti, come Gianni Mura e Natalia Aspesi, partendo dal corpus dei loro articoli, senza voler scegliere “il meglio di” o farne un mero elenco cronologico. Partendo dai testi stessi, è stata messa a punto una modalità di scelta che non privilegiava i canoni estetici e non teneva nemmeno conto del parere degli autori, ma li ricreava in un certo senso per partenogenesi.

Gentile: Si è trattato di un lavoro di scavo, per scoprire gemme nascoste, oppure già note ma che accostate ad altre assumevano nuovi significati, come un corto circuito che generasse altri spunti nel lettore.

Formenton: Come ho scritto nell’introduzione, alcune sequenze di testi possono sembrare sorprendenti se guardiamo solo i nomi degli autori, ma andandole a leggere si comprendono i loro collegamenti.

 

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Nella presentazione al lettore, lei, Formenton, ha scritto: «Interpretare il tempo presente facendo programmaticamente saltare le tradizionali categorie di saggistica e narrativa, con la convinzione che il libro sia comunque e sempre uno strumento di conoscenza». Mi può chiarire questo concetto?

Formenton: Io sostengo questo da anni e lo dico anche ai miei studenti perché, avendo una concezione strumentale e illuministica del libro, il fatto che sia un romanzo o un saggio è indifferente. Si tratta sempre di uno strumento di conoscenza. Leggere narrativa non serve per diventare intellettuali, ma per vivere meglio, perché la grande letteratura insegna a conoscere il mondo e ti fornisce un arricchimento personale per affrontarlo. C’è poi una questione più strettamente stilistica, che vige in casa editrice, per cui nella collana “La Cultura” ci sono sia testi di saggistica che di narrativa. Tra l’altro, anche per quanto riguarda i saggi, noi teniamo in gran conto l’aspetto della scrittura, così come la narrativa non viene considerata un semplice svago, ma un altro modo di incrementare la conoscenza del reale.

 

Nel manifesto della casa editrice si legge che uno dei suoi obiettivi è «progettare libri più che trovarli o subirli dal mercato». Come si decide di progettare libri? Quali sono i vostri criteri di pubblicazione?

Gentile: L’idea di fondo è che la casa editrice è come un unico grande testo, che assume la forma di una struttura in cui ogni titolo risponde a una logica poetica, può essere un enjambement, una frase di narrativa, magari anche un po’ sciatta, non necessariamente un verso di Dante Alighieri, ma sempre con l’idea che in questo Paese sia necessaria un’identità molto forte e chiara. Il lettore non sempre riuscirà a intercettare tutte queste poetiche, ma gli arriveranno dei segnali, delle vibrazioni.

La progettazione vige in questo senso: nel momento in cui ci serve un elemento preciso per fare funzionare questa poetica, non possiamo aspettare che qualcuno lo produca, ma siamo noi a chiederlo. Il novanta per cento dei libri italiani che pubblichiamo nasce da un’esigenza della casa editrice.

 

Quindi proponete voi agli autori di scrivere un libro su un determinato argomento?

Gentile: Sì, la forma finale del libro è il risultato di un percorso sinergico con l’autore.

Formenton: Anche quando la proposta viene dall’autore, noi instauriamo con lui un dialogo per far sì che il libro rientri nel nostro canone generale. Qualunque tipo di testo che arriva qui subisce un’elaborazione in accordo con i principi della casa editrice.

Gentile: Questo coincide anche con una costruzione dell’autore, perché spesso la casa editrice valuta due o tre libri di un singolo autore ma la loro pubblicazione avviene secondo i nostri criteri.

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ilSaggiatore festeggia il millesimo volume della collana “La Cultura”Nell’editoria contemporanea si affermano spesso delle mode, soprattutto per quanto riguarda la narrativa: abbiamo raffiche di titoli di romanzi quasi indistinguibili uno dall’altro e copertine visibilmente copiate, che spesso, esposte una accanto all’altra, disorientano il potenziale acquirente di un libro. Esiste qualcosa del genere anche in ambito saggistico?

Morstabilini: Al di là del fatto che noi non pubblichiamo solo saggistica, ma anche narrativa a trecentosessanta gradi, direi che anche i nostri romanzi italiani e stranieri dimostrano che noi non cerchiamo l’uniformità, neanche per quanto riguarda la grafica. Il “bianco” del Saggiatore è una “gabbia” che, anche a livello visivo, va nella direzione di una riconoscibilità assoluta e di una distinzione dalla maggior parte delle offerte.

Cerchiamo di non rincorrere l’attualità, come era già chiaro negli intenti del fondatore, di non rincorrere le mode e di non pensare al tempo presente, ma al tempo contemporaneo, che è molto più lungo, e che paradossalmente può riguardare anche autori passati. Nelle materie più scientifiche non cerchiamo di acciuffare le mode: ad esempio, di certo non pubblicheremo un libro sulle onde gravitazionali…

 

Immagino che fare l’editor di saggistica sia ancora più complesso che di narrativa. Tra l’altro, non tutti i grandi studiosi di un argomento maneggiano la penna con disinvoltura, tant’è vero che a volte capita di trovarsi tra le mani dei saggi la cui leggibilità è abbastanza scarsa. Quali sono i criteri che seguite per aiutare l’autore di un saggio a dargli la forma più accessibile ai lettori?

Morstabilini: L’editore prima ricordava che per noi la scrittura è sempre importante, quindi è forse difficile che un saggista come uno scienziato o un economista, dalla penna molto grigia e rigidamente accademica, polverosa, arrivi a pubblicare con noi, nel senso che abbiamo fatto questa scelta: andiamo a cercare autori che, oltre a una forte conoscenza nell’ambito disciplinare di riferimento, abbiano anche una voce autoriale, che siano di fatto capaci di scrivere. Faccio due esempi su tutti: Roberto Cingolani, che oltre a essere uno dei più importanti scienziati mondiali è anche uno dei più grandi affabulatori con cui ci sia mai capitato di lavorare e, in un altro ambito, Viviano Domenici, un antropologo che ha dedicato una lunga vita allo studio delle scienze naturali e al giornalismo, e che pure alla prova di un libro corposo si è rivelato un autore con una certa fisionomia personale di scrittura.

A questo punto, il lavoro dell’editor, più che una correzione di punteggiatura o di vocaboli, che lasciamo a una seconda fase redazionale, diventa strutturale insieme all’autore, vertendo sul modo di organizzare nella maniera migliore i contenuti del libro. C’è un dialogo continuo tra autore ed editor per arrivare alla forma del testo più soddisfacente.

 

Qual è il limite di rispetto tra editor e autore? In altre parole, non si prova spesso la tentazione di riscrivere un testo secondo la propria visione personale? Parlando di lavoro dell’editor, si cita spesso il rapporto tra Raymond Carver e Gordon Lish, che come poi si è scoperto aveva in pratica riscritto i suoi racconti.

Morstabilini: Per me si stratta di due categorie ben distinte, perché un conto è cercare di migliorare un testo per la fruizione, un conto è sovrapporsi a esso.

Formenton: L’intervento di un bravo editor sostanzialmente non si deve vedere. Deve riuscire a realizzare le potenzialità dell’autore là dove l’autore stesso non sa di averle.

Morstabilini: Siamo tutti perfettamente consapevoli che il lavoro editoriale sia soprattutto di mediazione e di rispetto.

Formenton: Ci sono stati esempi storici di libri modificati dagli editor, a parte il celebre caso di Lish. In Italia, a me viene in mente la prima edizione di Ragazzi di vita di Pasolini, che venne pubblicato come lo voleva l’editore Garzanti. All’epoca, del resto, c’erano anche forti problemi di morale, non solo di stile. Il testo originale del romanzo, che si trova oggi nei Meridiani, è molto più aspro di quella prima edizione.

 

Ultimamente gli editori sembrano un po’ tutti a caccia di lettori nuovi, o non abituali, oppure anche “deboli” da far diventare “forti”. Ma quali sono, secondo voi, i sistemi per conquistare nuovi lettori? Non si rischia di abbassare la qualità delle pubblicazioni, finendo per deludere i veri lettori forti?

Formenton: Lei con questa domanda mi invita a nozze, perché questo punto è stato uno dei miei cavalli di battaglia in tutte le occasioni pubbliche in cui ho potuto esprimere le mie idee al riguardo. Si deve partire da un presupposto fondamentale: l’Italia è un Paese dove poca gente legge molto. Negli ultimi anni, noi abbiamo anche perso una parte di questi lettori forti, non solo per ovvi problemi di crisi economica e di minore disponibilità ad acquistare libri, ma anche per la ragione opposta. Per questa ossessione, che dura da vent’anni, di andare alla ricerca di “nuovi” lettori, che forse non esistono nemmeno, si sono perse di vista le priorità, per cui abbiamo finito per scontentare anche i lettori abituali.

Molte case editrici, per guadagnare lettori, hanno fatto sostanzialmente due operazioni: la prima è stata quella di abbassare i prezzi, la seconda quella di cercare modi alternativi per diffondere i libri. Ricordo, ad esempio, i libri allegati ai giornali, che avrebbero dovuto allargare la cerchia dei lettori, ma che in realtà venivano comunque acquistati da coloro che leggevano già, con l’unico risultato di provocare una crisi profonda nelle vendite dei libri economici già pubblicati dalle case editrici.

E poi sono arrivati i libri-fotocopia a cui lei accennava prima, con un abbassamento della qualità media, che hanno riempito gli scaffali delle librerie con tonnellate di copie di volumi, tra cui lo spaesato lettore “forte” non trova più ciò che gli interessa.

Il compito dell’editore, più che andare alla ricerca di nuovi lettori, è di crearli, questi nuovi lettori, il che è una cosa completamente diversa. Prima di tutto, è necessario trattenere quelli che ci sono già offrendo dei prodotti di qualità, perché anche i romanzi che consideriamo commerciali devono essere scritti bene: Ken Follett, rispetto ai romanzi del suo genere che escono ora, è un premio Nobel della letteratura.

La clonazione dei successi con libri analoghi spesso sfiora il ridicolo. Lei si ricorda che, due o tre anni fa, ebbe un successo incredibile Open, la biografia del tennista Agassi, che in realtà è la storia di un rapporto complesso tra padre e figlio? Bene, lei non ha idea della serie infinita di biografie di tennisti che successivamente sono spuntate dappertutto, e che sono state proposte dagli agenti letterari! Nessuno sembrava aver capito che la bellezza del libro di Agassi non c’entrava quasi nulla col fatto che il protagonista fosse un tennista.

 

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Un altro problema editoriale di oggi, che può scoraggiare i lettori, è l’aumento esponenziale di libri pubblicati. Questo, a fronte di un pubblico che non cresce, significa spesso “bruciare” dei libri che, se non vendono subito e in fretta, spariscono rapidamente dalle librerie per fare posto a nuovi arrivi. Ciò non rischia di sprecare talenti ed energie?

Formenton: L’economia dell’industria dei libri funziona in modo molto bizzarro, così che in periodi di fatturati bassi si tende a produrre più titoli per fare subito cassa. Peccato che poi, ovviamente, ci siano rese enormi e librerie intasate. Su settantamila novità annuali, almeno il venti per cento non vende neanche una copia, e siamo d’accordo sul fatto che lo spreco sia notevole.

 

E allora, di fronte a questa visione quantitativa dell’editoria, come immaginate il futuro del settore? Sarà possibile un riequilibrio in favore della qualità, oppure vincerà la pubblicazione di massa?

Gentile: Ogni editore seguirà la sua strada, ma non credo che in Italia si potrà affermare del tutto la lettura di massa. Bisognerà fare in modo che la qualità, in tutti i sensi, dai contenuti all’aspetto dei volumi, delle copertine o della carta impiegata, continui a garantire un valore dell’oggetto libro. E poi ci vorrebbe un sistema molto ampio, che non comprenda solo le aziende, ma anche le strutture sociali, le scuole, che possano agire in una missione coordinata, per generare lettori.

Morstabilini: Credo sia sotto gli occhi di tutti che la direzione in cui ci stiamo muovendo noi come casa editrice è sempre antitetica rispetto a quella di un’editoria di massa, che contiene già in sé il germe della sua autodistruzione.

 

Servirebbe quindi un’educazione alla lettura nelle scuole, fatta magari in maniera migliore di come è stata fatta finora, anche in anni recenti, con insegnanti che propongono ai ragazzi sempre le stesse liste di libri da leggere? Le case editrici non potrebbero, ad esempio, elaborare delle proposte per gli insegnanti?

Formenton: Certamente i nuovi lettori si trovano soprattutto lavorando molto con le nuove generazioni, e non facendo giornate “evento” che risultano del tutto inutili. Si possono incrementare le attività che già esistono nell’ambito di numerosi festival del libro, e cito ad esempio Bookcity, che compie un eccellente lavoro all’interno delle scuole. Non si tratta d’invitare persone a leggere libri agli studenti, ma d’interessare i ragazzi, nell’arco di alcuni mesi (il lavoro nelle scuole di Bookcity inizia a febbraio e termina a novembre), al mondo editoriale in quanto tale, facendoli lavorare, facendo capire cos’è in concreto un libro, facendo realizzare delle cose pratiche.

In occasione della prima edizione di Bookcity, per fare un esempio, due classi hanno realizzato una guida di Milano per una classe gemellata di un altro Paese, e l’hanno prodotta materialmente.

Anche il festival Pordenonelegge, che è uno dei migliori in Italia, gestisce da oltre vent’anni numerose attività nelle scuole: forse non sarà un caso, ma il Friuli è una delle regioni italiane in cui si legge di più. Solo un’attività di lungo e medio respiro con i ragazzi può garantire un futuro al mondo del libro, non certo gli eventi estemporanei come quello organizzato l’anno scorso dall’AIE, che mandava in giro volontari a mettere libri in mano alla gente così, per strada: per me, un’operazione del tutto inutile.

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