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Il volto umano di Virginia Woolf nei ricordi di T.S. Eliot e Vita Sackville West

Il volto umano di Virginia Woolf nei ricordi di T.S. Eliot e Vita Sackville WestVirginia Woolf e i suoi contemporanei. S’intitola così un saggio appena uscito per i tipi de Il Saggiatore con la curatela di Liliana Rampello e la traduzione di Lucia Gunella.

Si tratta di una raccolta di ricordi, impressioni, saggi critici su Virginia Woolf scritti da una serie di illustri contemporanei, alcuni dei quali ebbero modo di conoscerla personalmente e dunque ne offrono un ritratto insieme letterario e umano.

Come scrive Liliana Rampello nel saggio introduttivo al volume:

«Tredici donne e quattordici uomini sono stati convocati1 per restituire un ricordo personale di Virginia Woolf – zia, cognata, amica, moglie, sorella, editrice –, anni dopo il suo suicidio, quella morte che sembra aver steso sulla scrittrice e sull’opera un velo nero, cupo, che fa rivedere tutto alla disperata luce di quell’ultimo gesto».

 

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Qui di seguito vi riportiamo alcuni estratti da due degli interventi proposti nel volume.

Il volto umano di Virginia Woolf nei ricordi di T.S. Eliot e Vita Sackville West

Il primo è di T.S. Eliot che, oltre ad ammirare la scrittrice Woolf, intrattenne un rapporto amicale con Virginia, al punto da conoscere alcuni aspetti privati del suo carattere. E proprio di questi Eliot parla nel suo saggio:

Il futuro arriverà a una valutazione definitiva del posto dei romanzi di Virginia Woolf nella storia della letteratura inglese ed esso verrà corredato da documenti sufficienti a far capire quello che la sua opera ha significato per i suoi contemporanei. Attraverso le lettere e le memorie, ne ricaverà anche più d’una occhiata fuggevole alla sua personalità. Certamente senza la sua eccellenza come scrittrice e la sua eccellenza per il tipo particolare di scrittrice che è stata, non avrebbe occupato la posizione personale che ha fra i contemporanei; ma non l’avrebbe mantenuta solo in quanto scrittrice – in quest’ultimo caso si tratterebbe soltanto della fine di un lavoro che qui darebbe motivo di rammarico. Nel cercare di enumerare le qualità e le circostanze che ha contribuito a determinare, si può, dapprima, dare la falsa impressione di «vantaggi casuali», che hanno concorso a rafforzarne il genio immaginativo e il senso di uno stile che non può essere contestato, a trasformarla nel simbolo, quasi nel mito, che lei è diventata per coloro che non la conoscevano e l’epicentro sociale che è stata per coloro che l’hanno conosciuta. Alcuni di questi vantaggi possono aver contribuito a spianare la strada verso la fama – sebbene una volta stabilita una reputazione letteraria le persone dimentichino velocemente quanto tempo c’è voluto a farla crescere –, ma quella stessa fama ha fondamenta abbastanza solide nelle opere. E queste qualità di fascino e distinzione personali, di gentilezza e intelligenza, di curiosità per gli esseri umani e il particolare vantaggio di una specie di posizione ereditaria nelle lettere inglesi (con il beneficio contingente e casuale che quella posizione concede) una volta enumerate non raccontano l’intera storia: si combinano a formare un tutto che è più della somma delle parti. […]

Il volto umano di Virginia Woolf nei ricordi di T.S. Eliot e Vita Sackville West

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Con la morte di Virginia Woolf si è infranto un intero modello culturale: da un certo punto di vista può essere solo un simbolo di questo, ma non lo sarebbe se non ne fosse stata, più di chiunque al suo tempo, la custode.

La sua opera rimarrà; qualcosa della sua personalità verrà ricordato: ma come può la sua posizione nella vita del suo stesso tempo essere compresa da coloro per i quali la sua epoca sarà così remota da non poter sapere neppure quanto non riescano a comprenderla? Quanto a noi – l’on sait ce que l’on perd. On ne sait jamais ce que l’on rattrapera.

 

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Il ricordo di Vita Sackville West è invece affidato a una lettera inviata a un’amica comune. Nella prima parte Vita difende Virginia da alcune definizioni che provano a incasellarla, tra cui quella di Arnold Bennett:

Cara Elizabeth,

sono sicura che condividi la mia irritazione per le etichette che vengono così costantemente appiccicate a Virginia. Uno dei primi responsabili credo sia stato Arnold Bennett: «Regina di Bloomsbury», «Regina degli intellettuali», e così via. È quindi con rabbia che prendo la penna per protestare contro l’incasellamento così rigido di una personalità tanto fluida. Perché il termine intellettuale di solito non è un complimento. Con esso non si intende definire un gusto giustamente esigente, ma piuttosto suggerire un atteggiamento mentale limitato e pedante; una società di mutua ammirazione tipica di un gruppo chiuso; una prospettiva debole che esclude un’umanità più calda. […]

Il volto umano di Virginia Woolf nei ricordi di T.S. Eliot e Vita Sackville West

No, coloro che brandiscono giudizi rozzi come Arnold Bennett e i lettori della corrispondenza sul Times farebbero meglio a distinguere fra intellettuale e intellettuale. È il falso intellettuale che ha dato una cattiva nomea a quello autentico e con te non occorre proprio che sottolinei che Virginia era del tutto autentica. Qualsiasi insinuazione di affettazione (una parola cruda e sconsiderata da buttare addosso a chiunque, comunque) diventa ridicola se associata a una persona così tanto integra. Non era neppure necessario conoscerla intimamente per accorgersi che non poteva essere altro rispetto a ciò che era. Bastava ricevere una cartolina in cui si metteva d’accordo o confermava un appuntamento, per vedere che lì c’era una mente con un’inclinazione del tutto personale; sempre una battuta di spirito o una frase inaspettata.

 

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E a partire da The Bromide Book, Vita si spinge a definire sulfurea la personalità di Woolf:

Arrivo a pensare che forse ricordi una pubblicazione di molti anni fa, un libro intitolato The Bromide Book. È fuori catalogo e dimenticato ora, ma dovrebbe essere resuscitato (forse come un Penguin o uno dei nuovi Guild Books) come salutare correttivo per tutti quelli che accettano opinioni di seconda mano. La classificazione distingue fra i bromuri e i solfuri: i corpi fiacchi e i cavetti vitali. Chi ha applicato il test a una delle sue conoscenze, o ad amici, ha scoperto che vi corrispondevano tanto prontamente quanto una pila risponde al contatto del positivo e del negativo. Non c’era via di mezzo. Virginia, persino nella cartolina più breve, era sulfurea. Era sempre se stessa; mai qualcun altro di seconda mano.

[…]

Una piccola folla di aggettivi si affacciano: raffinata, esigente – appartengono tutti alla stessa famiglia. Vi era un’unità nell’intera sua personalità che suggeriva istantaneamente tali definizioni. È abbastanza naturale pensare che il suo stesso nome sembrava fatto per lei: Virginia Woolf. Non avrebbe potuto essere chiamata meglio ed è stata fortunata sia da bambina, nel battesimo, sia nel matrimonio. Nel suo nome di battesimo c’era esilità e purezza, nell’altro un’allusione alla zanna.

Ma non è su questi aspetti della nostra non comune amica che intendo soffermarmi. Potrebbero essere tutti sviluppati da qualsiasi lettore intelligente. Piuttosto desidero richiamare alla tua memoria, a te che l’hai conosciuta, e rivelare se possibile a chi l’ha conosciuta solo come personaggio pubblico, il suo enorme senso del divertimento (di tipo particolare, certamente, come tutto in lei) e il godimento vivacissimo che traeva dalle cose semplici.

 

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Tra le caratteristiche peculiari di Virginia, Vita individua quella che definisce come “eccitazione mentale”:

Nelle avventure della mente era un’instancabile cercatrice di tesori, sia che estraesse i contenuti della sua stessa immaginazione come da un baule elisabettiano, sia che scavasse nei recessi delle inclinazioni di un altro. (Che talento aveva nel farlo! Una critica consueta ai suoi romanzi era che «non sapeva ritrarre gli esseri umani» e in effetti riusciva a tessere arazzi favolosi con la particolare visione dei suoi amici, ma allo stesso tempo ho sempre pensato che il suo genio la portasse, attraverso qualche scorciatoia, a un punto essenziale che tutti gli altri avevano mancato. Non ci arrivava camminando: ci arrivava con un balzo.)

Se ammetti che l’eccitazione mentale era la nota chiave della sua vita, con tutte le implicazioni e in tutte le forme, semplice e complicata, così lontana dal concetto popolare dell’intellettuale languida e distruttiva, sarai anche d’accordo che ha vissuto costantemente come un poeta sull’unico piano in cui può mettersi in grado di fare poesia. Uno stato mentale assolutamente raro e poco frequente, come ti dirà ogni poeta. Ma Virginia sembrava capace di sostenerlo nella vita quotidiana. Tecnicamente parlando, come mezzo espressivo scelse la prosa, non la poesia, ma certo per caso; un romanzo come Le onde è pura poesia, salvo per il fatto che, per caso, è scritto in prosa. […] Inoltre, come probabilmente ti ha detto spesso, l’idea di scrivere poesie la tentava; l’idea di combinare poesia e narrativa l’ha sempre affascinata; e un lettore attento può scoprire una versificazione sepolta in forma non ortodossa in almeno una delle sue opere.

 

La lettera di Vita però vira verso la fine in un ricordo più personale e intimo, offrendoci un’immagine tenera di una Virginia alle prese con i viaggi:

Era solita raggiungermi in un vecchio cottage di campagna, dove le travi erano già sbilenche. Le davo un bicchiere di vino spagnolo color rosso ambra e lei, dopo averlo bevuto, faceva finta che le travi fossero persino più sbilenche. Vedere le cose di sghembo, piuttosto che noiosamente dritte, calzava a pennello alla sua immaginazione.

Questo l’allontanava dal suo stesso ambiente, l’ambiente di Londra e del cosiddetto «Bloomsbury»; persino dallo sfondo di Monk’s House e dalla vita che nutriva veramente le sue radici. Così finalmente arrivo alla Virginia di cui volevo scriverti, la Virginia con cui sono andata da sola in Francia.

Il volto umano di Virginia Woolf nei ricordi di T.S. Eliot e Vita Sackville West

Amava viaggiare. Era eccitata come una scolaretta al nostro arrivo a Parigi. Andammo fuori a cena e trovammo una libreria aperta, e lei si sedette su uno sgabello a parlare di Proust con il vecchio libraio. Il giorno successivo andammo a sud, in Borgogna. Là si dimenticò del tutto di Proust, divertendosi semplicemente con le cose che incontravamo. Una fiera di paese, giostre, tiro a segno, leoni e zingari che davano spettacolo insieme, banchetti con cose in vendita; tutto era puro divertimento. Comprammo dei coltelli e dei cappotti verdi di velluto a coste con bottoni a forma di lepri, fagiani, pernici. Dovevano essere cappotti da guardiacaccia, ma Virginia preferiva pensare che fossero di bracconieri. Il bracconiere naturalmente le piaceva più del guardiacaccia.

Poi dal paese andammo nelle piccole città, Avallon, Auxerre, dove guardammo la cattedrale con i suoi vetri istoriati o la bottega dell’antiquario con le sue cianfrusaglie e lei scoprì qualcosa in entrambi. Non ho mai saputo quale preferisse, penso che entrambe abbiano soddisfatto un suo bisogno mentale, la bellezza caleidoscopica delle vetrate istoriate con i suoi blu notte, gialli, rossi e il disordine del negozio del rigattiere dove, per pochi franchi, si possono trovare una toletta o una Semaine sainte squisitamente rilegata in pelle, con lo stemma di Philippe d’Orléans.

Continuammo fino a Vézelay e ci fermammo lì. Tu sai tutto di Vézelay; ne ha scritto Pater. È troppo verboso, come al solito, troppo elaborato; ma quando chiama Vézelay «questo luogo ferreo» e ne descrive la chiesa come «un lungo torace massiccio che pesa sopra di te», si avvicina in qualche modo all’immagine vera. Siamo state in questo luogo ferreo, che sovrasta le vigne e la valle della Cure. A Virginia piaceva stare seduta fra le vigne o passeggiare per i poco familiari viottoli francesi, ma il ricordo più vivido è quello di una notte, quando su Vézelay scoppiò una superba tempesta e sedemmo nell’oscurità con i lampi che a tratti le illuminavano il viso. Era, credo, un po’ spaventata e questo la spinse a parlare, con una serietà più profonda di quanto fosse mai successo prima, dell’immortalità e della sopravvivenza della persona dopo la morte.

 

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Ma è sul finire della lettera che Vita apre il suo ricordo all’immagine di una Virginia teneramente impegnata con l’apprendimento del francese:

Aggiungerò un’annotazione per mostrare ancora una volta quanto fosse umana. Il suo francese non era buono, anche se lo sapeva leggere facilmente e tante volte aveva camminato attorno a Tavistock Square, esercitandosi a voce alta nella conversazione che stava imparando dai dischi. In Francia con me si era rifiutata di pronunciare una parola e la sola frase che mi è mai giunta all’orecchio fu casuale. Accadde sul battello da Dieppe a Newhaven. Con un po’ d’apprensione si avvicinò a un marinaio e gli chiese: «Est ce que la mer est brusque?».

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