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Il volto privato dei carnefici della Shoah. Intervista a Daniela Palumbo

Il volto privato dei carnefici della Shoah. Intervista a Daniela PalumboCon A un passo da un mondo perfetto (Piemme, Il Battello a vapore), Daniela Palumbo, già autrice con Liliana Segre di Fino a quando la mia stella brillerà (Piemme), ritorna a occuparsi della Shoah in un libro per ragazzi intenso e profondo. La protagonista è Iris, figlia di un ufficiale delle SS, che vive con la famiglia in una villa attigua a un capo di concentramento. Qui conosce Ivano, prigioniero del campo che ogni mattina si reca presso la villa della famiglia di Iris per prendersi cura del giardino. Tra i due nascerà gradualmente una profonda amicizia.

Proprio da questi due elementi siamo voluti per partire per la nostra chiacchierata con Daniela Palumbo.

 

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Il suo è uno dei pochi libri per ragazzi che parla della Shoah ponendo al centro della narrazione una bambina non ebrea ma tedesca e figlia di un ufficiale delle SS. Per quale ragione ha optato per questo punto di vista?

Mi interessava capire e indagare il punto di vista di chi guarda fuori e si affaccia al mondo, accanto a un carnefice. I nazisti erano spesso persone amorevoli in famiglia, erano amati, e amavano i loro cari. Le azioni che hanno prodotto nella Storia rappresentano il Male assoluto, un male che ha sconvolto il Novecento. Eppure, non erano mostri, non nel senso che siamo abituati a pensare. Amavano ed erano amati. Mi è sempre sembrata inconciliabile questa valenza umana. Ma non lo è. Forse è anche quest’aspetto a spiegarci quanto la storia della Shoah riguarda non solo due popoli, ma tutti noi esseri umani. Iris parte in salita, la sua adolescenza è difficile perché c'è la guerra. Le bombe. La paura che le persone care perdano la vita. Ma dentro quella dimensione lei ha solo certezze. I suoi genitori, prima di tutto. Quando quelle certezze mostreranno le prime crepe, lei non potrà più fare a meno di guardare dietro il muro che nasconde una realtà diversa da quella raccontata dalle persone che ama.

Il volto privato dei carnefici della Shoah. Intervista a Daniela Palumbo

Nel romanzo si racconta anche dell’amicizia a distanza che nasce tra la piccola Iris e l’uomo ebreo che tutti i giorni si prende cura del giardino della casa dei genitori della bambina. Cosa vuole raccontare ai ragazzi attraverso quest’amicizia?

Semplicemente quanto sia importante lasciarsi guidare da se stessi nelle scelte che ci distinguono, come esseri umani. Di dare attenzione alla voce di dentro, che a volte ci fa paura ascoltare. I dubbi di Iris sono la nostra salvezza come esseri umani. Le sue crepe sono strumento di esplorazione fuori e dentro di sè. Le crepe sono, altresì, un segno di intelligenza perché il dubbio è sempre in cerca. Ma per Iris rappresenteranno anche una guida entro la quale è inscritto un sentimento fondamentale come quello della pietà, della compassione. Liliana Segre ripete spesso che ciò che le è mancato di più nella sua esperienza di perseguitata è stata proprio la compassione. Qualcuno che vedendola, in quei giorni assurdi, sentisse su di sé la sua sofferenza. In fondo, qualcuno che la “vedesse” nella sua dimensione di essere umano. Iris vede Ivano, inizia a osservarlo. E man mano che lo conosce nelle sue abitudini e nel suo lavoro, lei scopre anche la compassione. Per un essere umano che gli altri non vogliono vedere, e neppure tollerare. L'amicizia, soprattutto per un'adolescente, è il luogo ideale dove essere se stessi, nascosti al mondo e alle interferenze del “dover essere”. L'amicizia è un luogo di libertà, di complicità, dove ci si incontra solo se l'altro ci interessa, se sentiamo di avere con lui/lei qualcosa in comune. Per questo è capace di abbattere i pregiudizi, perché l'amicizia è davvero senza confini.

 

Qualche anno fa ha lavorato a un libro insieme a Liliana Segre che ha ripercorso così la sua storia. Qual è per i più giovani il valore della testimonianza?

Il valore della testimonianza di Liliana Segre, in particolare, è grandissimo. Lei racconta la sua storia dentro la Shoah perché sa di non raccontare una memoria personale. La sua è memoria comune, appartiene al mondo, all'umanità. Questa dimensione collettiva della testimonianza dei sopravvissuti allo sterminio nazista è visibile, in effetti, soprattutto in Liliana Segre perché la senatrice a vita ha una predilezione per i giovani. Lei vuole raccontare e parlare a loro. Perché sa che sono il futuro. Il futuro dell'umanità tutta. Il valore della testimonianza per i ragazzi è anche e soprattutto quello di acquisire gli strumenti per interpretare i segni che la storia racconta a chi sa guardare. Le cose non accadono mai all'improvviso. Ma maturano piano. Ci sono segnali che in una società devono diventare campanelli di allarme: ciò che è accaduto, può riaccadere. Non è un caso che lo scrivesse Primo Levi. Anche se con accenti e protagonisti diversi.

Il volto privato dei carnefici della Shoah. Intervista a Daniela Palumbo

Cosa può fare la letteratura per tenere alta l’attenzione dei ragazzi su questi temi?

La letteratura fa già abbastanza da un punto di vista delle pubblicazioni, mediamente di buona e sincera qualità. Non è, dunque, la sollecitazione alla memoria che manca. Non sempre però i sentieri che si percorrono dentro queste sollecitazioni sono, a mio avviso, adeguati. Perché spesso i ragazzi e le ragazze sono inseriti in percorsi di celebrazioni, più o meno ufficiali, che finiscono per essere pura teoria. Retorica vuota. E anche il ricorso all'empatia, per sentirsi vicini agli ebrei della Shoah, non è più sufficiente. Il processo empatico ha un senso solo se genera un cambiamento forte nel modo di guardare all'altro da sé. La letteratura a mio parere è buona letteratura quando riesce a scuotere e cambiare, e magari ad aprire crepe dentro se stessi.

 

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È di qualche anno fa la diffusione di una serie di selfie sorridenti scattati nel Memoriale dell’Olocausto e posti al centro di una provocazione di un artista israeliano. Da dove nasce questa mancanza di sensibilità. È solo ignoranza della storia?

La superficialità nasce, in effetti, dall'ignoranza. Ma la scuola non può arrivare dappertutto. Non può essere indicata come l'unica responsabile quando le maglie della formazione delle coscienze sembrano non tenere, come in quel caso. I presìdi educativi in una società complessa come la nostra sono tanti e interagiscono fra loro, molto più che nelle generazioni precedenti. Questo rende la formazione dei ragazzi e delle ragazzi più difficile. E le contraddizioni della nostra società adulta non aiutano. L'invocata alleanza fra scuola e famiglia è diventata sempre più improbabile. E allora? Io auspico un momento in cui nella scuola ci si renda conto che la Memoria la devono raccontare anche loro, i ragazzi. Dopo un periodo di formazione, naturalmente. Ma la parola deve essergli data. Non possiamo sempre solo farli sentire spettatori. Il tempo dell'apprendere gli deve anche servire per mettere in campo loro stessi, le proprie conoscenze e l'autoformazione. L'attesa responsabilizzazione di questi ragazzi, spesso fragili, può diventare (anche) uno strumento di trasmissione dei saperi fra pari. È tempo che la Memoria e la Storia trovino anche strade nuove per essere comprese e interiorizzate dai nostri ragazzi.


Per la terza foto, la fonte è qui.

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