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Il viaggio di Carlo Rovelli alla scoperta dell’ordine del tempo

Il viaggio di Carlo Rovelli alla scoperta dell’ordine del tempoL’ordine del tempo è l’ultimo libro scritto dal fisico teorico Carlo Rovelli e pubblicato da Adelphi, che vuole raccontare, in un viaggio tra letterature, culture e scienza, le nuove scoperte e le nuove teorie emergenti nel mondo della fisica teorica.

Provehimur portu terraeque urbesque recedunt (Eneide, liber III): così un antico verso virgiliano ci restituisce un’immagine insolita del movimento… a suo avviso a muoversi non è la barca ma sono le terre e le città. Newton e Galilei, coscienti della relatività della velocità, sorriderebbero di fronte a questa affermazione ma, centinaia di anni dopo, Albert Einstein sconvolge la panoramica del mondo scientifico, abolendo l’osservatore privilegiato nella descrizione del moto, mettendo in discussione il grande polso cosmico che regola gli eventi, dando vita a numerosi studi sulla fisica relativistica.

 

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È curioso come il lavoro dello scienziato tedesco si fondi tutto su due postulati semplici, ovvero sulla validità delle leggi e dei principi della fisica – compresi quelli riguardanti l’elettromagnetismo – in tutti i sistemi di riferimento inerziali e sul principio di invarianza della luce. Essa infatti gode, indipendentemente del moto del sistema stesso o dalla sorgente da cui è emessa, di una velocità propria, molto grande ma non infinita. Non occorre essere dei geni in fisica: Rovelli infatti, al pari di Lucrezio, mitigherà con il dolce miele della Musa le dirette conseguenze dell’abolizione dell’immagine, ormai sedimentata nella collettività, di un ticchettio universale immutabile. Innanzitutto scopriamo come lo scorrere del tempo rallenti in prossimità di una massa notevole o all’aumentare della velocità con la quale ci muoviamo, come dimostrato peraltro dal gedankenexperiment del paradosso dei gemelli, ma poi vengono passate in rassegna anche le nozioni stesse di presente, passato e futuro.

Il viaggio di Carlo Rovelli alla scoperta dell’ordine del tempo

Già nel Carpe diem oraziano e successivamente nell’ode 9 risalta il filtrare metaforicamente la vita (vina liques) dalle emozioni, dalla parte del vissuto inutile, sganciandosi dall’ansia del futuro, sapendo discernere i petali che compongono la corolla della vita. E se Seneca nel De brevitate vitae divide la vita in tre tempi – per l’appunto passato, presente e futuro – e ammette che la fortuna ha perso la sua autorità nelle azioni passate, altrettanto non accadrà in Agostino, per il quale tutto è solo ed esclusivamente rapportabile al presente. Effettivamente dobbiamo riconoscere al filosofo d’Ippona il merito di aver anticipato concettualmente la nozione locale e non globale del presente: noi percepiamo il tempo solo rispetto a qualcosa, portando al dissolvimento, nella grammatica elementare del mondo, dello spazio-tempo; il messaggio del libro è inequivocabile: il grande palco senza gli attori, la gelatina in cui viviamo incastrati non trova spazio nei processi che trasformano quantità fisiche le une nelle altre, di cui possiamo calcolare solo probabilità e relazioni. Effettivamente anche altri filosofi a lui posteriori sembrano, abbracciando a tratti il “presentismo”, aver chiaro che il tempo e lo spazio si misurino solo attraverso il coesistere nel e con il mondo. Ockham, ad esempio, «sostiene nella sua Philosophia Naturalis sia i moti del cielo che quelli in sé», Husserl distinguerà il tempo fisico dalla percezione interna di esso e Heidegger concluderà che «il tempo si temporalizza sono nella misura in cui ci sono esseri umani. Anche per lui tempo è il tempo dell’uomo, il tempo per fare, per ciò di cui l’uomo si prende cura […] e finisce di per identificare la coscienza interna del tempo come l’orizzonte stesso dell’essere».

 

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Ulteriori tentativi di dare un’immagine a questo nuovo modo di percepire l’universo in termini di avvenimenti e non di blocchi di cose, in cui la traccia del passato è scandita in un’orientazione reale ma prospettica dal futuro da una variazione di entropia rispetto a noi, sono stati forniti da Bergson e Proust. Il filosofo francese, nonostante tenda a privilegiare l’esperienza effettiva su quella concettuale einsteiniana, afferma inequivocabilmente che il tempo ha una dimensione puramente psicologica, e il tempo della scienza diviene una mera costruzione formale di tipo fisico-matematico, mentre lo scorrere dei secondi che ognuno di noi percepisce corrisponde a una durata e assume sembianze concrete, come quelle di un gomitolo che, intrecciandosi molteplici volte, si rannicchia su se stesso. Certamente Rovelli rimprovera a quest’ultimo di aver costruito cattedrali filosofiche, adorando quasi la durata. Per questo più incisiva e aderente è l’immagine dello scrittore parigino in cui il protagonista di Alla ricerca del tempo perduto riesce a rievocare immagini del passato a partire da una madeleine, frantumando il tempo universale in una miriade di tempi propri e a farlo fluttuare e conglomerare intorno a dei granuli che percepiamo come passati in quanto nel “presente” e ci troviamo in un nuovo stato per noi ordinato.

Il viaggio di Carlo Rovelli alla scoperta dell’ordine del tempo

«L’assenza del tempo non significa quindi che tutto sia gelato o immoto, significa che l’incessante accadere che affatica il mondo non è ordinato da una linea del tempo […] è una sterminata rete di eventi quantistici» afferma Rovelli, assimilando il mondo a un insieme di eventi. Non a caso in molte parole che usiamo quotidianamente è presente quella che i filosofi definiscono “indicalità”, tutti gli elementi deittici del discorso fanno riferimento a un contesto esplicito, a un punto di vista e al variare di questo varia anche il significato intrinseco della nostra azione comunicativa: il cambiamento non è ridotto a illusione, semplicemente non avviene nell’ordine del globale.

 

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Ma qui sorge spontanea la domanda su quale possa essere effettivamente una definizione di tempo. L’uomo ha per necessità connaturate l’esigenza di canoni precisi di pensiero, in realtà però se cerchiamo in questo libro una definizione univoca e certa non la troveremo. Il tempo viene raffigurato come il canto di un violino che vibra tra le corde di pura bellezza, assoluta disperazione e felicità. Il tempo è paragonabile a un canto che si produce sempre dall’interazione di più note che, rimanendo sospese in aria permangono nell’orecchio. Talvolta è anche un grido, un grido di incapacità di mettere in ordine e di avere la certezza che quest’ordine lasci sempre qualcosa fuori, «forse l’emozione del tempo è precisamente ciò che per noi è il tempo».

Sarebbe inutile nascondere che alcuni passaggi del libro potrebbero essere difficili da digerire per chi con la fisica non ha dimestichezza o ne ha poca, bisogna però ammirare come diverse componenti del sapere, umanistico, scientifico e religioso, si risolvono nel libro in un’unità di contenuti che corroborano l’introduzione di nuovi concetti lungo tutta la narrazione. Ma forse è più una sfida: sforzare la mente ai limiti del pensabile, facendola crogiolare nel dubbio delle non-certezze. È un invito a sganciarsi da realtà e modelli di pensiero preconfezionati, a saper rinnovare e ritrovare nuclei fondamentali di armonie in sospensione aerea all’interno di un mondo marchiato dal relativismo, è un invito a scoprire il (non) ordine del tempo.


Per la prima foto, copyright: Youssef Sarhan.

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