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Il viaggio antropologico nel Salento atavico di “Murene”

Il viaggio antropologico nel Salento atavico di “Murene”Murene è il primo romanzo della giovane Manuela Antonucci, uscito da poco per l’editore Italo Svevo, nella collana Incursioni. Da subito il romanzo porta il lettore in un turbine di eventi mostrando la precarietà della vita con Tonino, giovane orfano di padre pescatore scomparso in mare. Per il ragazzino – in quel giorno rimasto a casa a causa della febbre – c’è la perenne necessità di fare qualcosa (diventare un abile pescatore di murene) per compensare la perdita dell’amato genitore. Nel corso della narrazione accanto a lui compaiono piccole vite che vengono al mondo e che sono già messe a dura prova, come a dimostrate che nascere e crescere, in quel Salento post bellico narrato nel romanzo e ripescato dalla realtà, è una lotta alla sopravvivenza fin dalla venuta al mondo. Curiosa la figura di Nino alle prese con un falò enorme da costruire e poi la Pietra, che per credenza popolare del sud era la maciara, cioè colei che toglieva o metteva “l’affascino” (il malocchio per intenderci). Ci sono poi i giovani Salvatore, Maria e Liberata, e Anna. Quest’ultima un giorno sparirà lasciando un vuoto inaspettato. L’autrice è chiara da subito, perché in una nota all’inizio ci dice:

«Qualche malalingua potrebbe insinuare che questo romanzo sia frutto di pura immaginazione, ma si sbaglierebbe di grosso: le vicende raccontate si ispirano a fatti realmente accaduti. Invece per i nomi propri di persone e santi – imprecati o invocati, a seconda delle necessità –, riti e tradizioni, storie di amore e odio, l’autrice ammette di averci messo del suo, sperando di non avere esagerato».

 

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Il viaggio antropologico nel Salento atavico di “Murene”

Murene è un libro travolgente che porta il lettore alla scoperta di un’Italia magari non sempre nota. Scena dell’ambientazione narrativa è il Salento nel quale si muove un’umanità alla ricerca di ciò che garantisce il restare vivi in modo degno, ma che è ancora ben lontana dal boom economico della metà del XX secolo che dilagherà un po’ in tutta la penisola. Non a caso il luogo dove si muovono i personaggi è l’Arneo, quella zona del Salento dove ci furono ben due momenti di protesta dei contadini. Il primo nell’immediato dopoguerra, tra il 947 e il 1948, il secondo – più vicino alla narrazione – fu quello dei primi anni Cinquanta (1950-51), quando si fa riferimento all’Occupazione dell’Arneo. Sì, ma cosa fu tale evento? L’Occupazione dell’Arneo, che tocca da vicino anche i personaggi del romanzo della Antonucci, fu una occupazione dei campi da coltivare nell’omonima zona che andava da Nardò a Veglie. Una protesta attuata dai contadini stanchi delle loro condizioni di vita precarie e della presenza costante del latifondo.

Il romanzo di Manuela Antonucci è una storia dal ritmo veloce e cinematografico dato da capitoli brevi che si sommano l’uno con l’altro come se fossero le sequenze di un film. Altro aspetto interessante è che nella trama il lettore si imbatte in alcuni personaggi, li segue nel loro agire, fare e dire, ma poi ci si rende conto che il libro è corale, poiché in esso l’autrice, classe 1983, rende protagonista un mondo atavico, a tratti primordiale e legato all’agire istintuale che caratterizza i personaggi presenti. Altri aspetti che accomunano i diversi protagonisti , ma anche all’Italia di quegli anni, sono l’analfabetismo, l’utilizzo di termini dialettali che avvicinano chi legge a lessico e alle radici culturali del Salento, il forte legame alle tradizioni, ai saperi popolari della propria terra, il credere nelle superstizioni, il voler mutare il proprio stato sociale per cambiare le cose confrontandosi con la politica e, allo stesso tempo, una sorta di impossibilità a compiere il salto completo verso la trasformazione, perché legati in modo profondo alla propria terra e ai valori folclorici che la caratterizzano.

Il viaggio antropologico nel Salento atavico di “Murene”

Una delle cose che colpiscono in Murene è il fatto che i protagonisti si muovano tra dimensione privata e pubblica, nel senso che ognuna delle creature letterarie presenti ha delle vicende personali, ma spesso esse vengono condivise dalla comunità. Evidente manifestazione di questo è quello che accade ad Anna, che a un certo punto uscirà in campagna e scomparirà. Il suo mancato ritorno sarà un dramma individuale che però andrà a investire l’intero paese, a dimostrazione che sì le vite sono singole, ma il vivere assieme, in comunità è quell’elemento che rende ogni esperienza e sentimento (gioia, dolore, felicità e rabbia) parte del tutto e di tutti.

Leggendo Murene della Antonucci e le avventure dei diversi protagonisti ho avuto come la sensazione di incontrare i personaggi delle novelle di Giovanni Verga e di Fontamara di Ignazio Silone o di Cristo di è fermato a Eboli di Carlo Levi. L’impressione percepita nel corso della lettura è quella di una narrazione antropologica che presenta un’umanità molto provata dalla vita, che vive in condizioni di perenne precarietà, dove il cambiamento verso ciò che potrebbe essere un miglioramento del vivere sembra assomigliare a un lontano miraggio, più che a una possibilità concreta.

 

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Certo è che lo scenario narrativo d’esordio messo in campo letterario dall’autrice nata a Copertino è un mondo fatto di tradizioni, usi e costumi popolari che è andato appannandosi e sparendo con quell’industrializzazione che ha cambiato in modo radicale il rapporto dei contadini con la terra e tra le persone (giovani e vecchi, genitori e figli), ma Manuela Antonucci con il suo Murene riesce a far rivivere un mondo atavico e primordiale forse scomparso per i più, ma vivo nell’animo dei salentini.


Per la prima foto, copyright: Mattia Bericchia su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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