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Il trauma è solo una serie televisiva?

Trauma, foto di Hartwig HKDChe ruolo ha oggi il trauma in una società che sembra non averne? O meglio, che sembra viversi i traumi solo sotto forma di serie televisiva?

Walter Benjamin già ce l’aveva detto, l’esperienza è in crisi. E così, in questo modo, si riducono in maniera drastica le possibilità, che da essa conseguono, di subire un trauma. A oggi, l’esperienza è stata requisita quasi per intero dai nuovi media che la impastano e la modellano. Come affermava Lash negli anni Settanta, siamo gettati in un vortice di immagini visive e sonore «che arrestano l’esperienza e la riproducono al rallentatore». Ogni cosa è messa in moviola e rivista millevolte, cambiando così la propria naturale conformazione. Siamo intrappolati in un mondo in cui sembra impossibile fare esperienza intesa come quel momento profondo di contatto con la vita, al punto da cambiare le sorti e le dinamiche di un’esistenza. Perdendo l’imprevedibilità dell’esperienza, si è allontanato notevolmente il rischio del trauma che ne può derivare. È questa la società dei senza trauma, una grande bolla in cuile leggi dellacomodità e godimento imperano categoriche. Mai come oggi il livello di benessere è stato tanto alto, mai come oggi si è spinta la morte tanto in avanti, mai come oggi la vita è stata tanto curata dai suoi mali e sedata nei suoi istinti violenti. Il mondo crudele esiste, lo sappiamo. Ma passa attraverso i pixel dei teleschermi che lo rimettono nelle case come un ronzio sinistro di sottofondo. Quando ci stanca, basta premere off e ritorna la pace. La guerra è altrove, altrove è il disagio così come «il dolore degli altri» (Susan Sontag).

L’esperienza della sofferenza ha la forma rettangolare dei nostri screen, in cui ai morti ammazzati dall’Isis seguono le pubblicità della Coca-Cola. Il calderone mediatico rallegra, deprime, diverte, sconcerta: vive per noi tutto quello che è sempre stato vissuto e che ora ci basta guardare. Il patto stretto col benessere in cambio della comodità prevedeva, per sua natura, un allontanamento della fatica:il mondo odierno prepara tutto su misura hic etnunc, il godimento – che al contrario del desiderio non ammette tempi d’attesa – s’impone come valore etico che non può sottostare a nessun altro valore.Insomma, per farla breve e generale, tutto bene qui da noi. Ovviamente ci sono la crisi, l’euroinstabile, l’incertezza sul futuroetc., però c’èda ammettere che non si è mai visto tantoagio. Il diritto alla felicità, oramai un dovere, ha preso corpoal puntoda far sì che l’infelice faccia scalpore. La grassa società dei consumi ha vestito la gente di jeans esorrisi, la famiglia perfetta stile mulino bianco sièdiradataa modello standarde non eccezionale, come avrebbe potuto essere in passato.Il trauma, nell’era dell’esperienza filtrata, sembra non mordere più.

Valentina - 01, foto di Racchio

Eppure non si parla che di traumi. La società dei senza trauma è ossessionatada quel che le manca. Come ben scrive Daniele Giglioli nel libro Senza trauma. Scrittura dell’estremo e narrativa del nuovo millenio (Quodlibet, 2011), in cui si sofferma nell’analisi di questa tendenza prima, approdando allo studio della letteratura poi, «{l}’idea di trauma gode oggi di una fortuna senza precedenti. Risuona ovunque. Nella comunicazione corrente, nel linguaggio giornalistico, negli studi umanistici e nelle scienze sociali. Del trauma si occupano letterati, psicologi, sociologi, politologi e filosofi. Al trauma si intitolano riviste e convegni, monografie e dipartimenti universitari, e perfino una neonata disciplina come iTrauma Studies». Sembra che il criterio di autorevolezza si basi sull’effettività di un trauma. Solo chi haavuto per davvero qualcosa può permettersi di alzare la mano e parlare. La condizione della vittima diventa il modo d’essere necessario per poter essere ascoltati. Visto che ho avuto quello, allora posso dire questo. Sembra che chi non sia passato attraverso un trauma non abbia più niente di rilevante da dire o degno di essere ascoltato. Ma perché?

Il mondo contemporaneo è il mondo degli specchi e degli schermi: siamo attorniati da mezzi che rimettono costantemente all’immagine di sé, contribuendo a costruirla. La socializzazione passa prima attraverso la creazione di un profilo che ci presenti. Già Cristopher Lash notava una nuova “cultura del narcisismo”,per la quale gli individui si trovavano a proiettare un’immagine attraente di sé (come conferma l’immagine dell’uomo tipo odierno, cioè il manager aziendale, che dev’essere “vincente” e “si deve far da solo”) per avere successo. In psicoanalisi, Recalcati parla di figlio Narciso subentrato al figlio Edipo, per il quale il senso di colpa lascia il posto a un'ansia di successo. Il figlio Narciso, al contrario del figlio Edipo, non ha rotture traumatiche con il padre che anzi lo tutela e lo sostiene nel diritto alla felicità quasi come un amico; trova nei nuovi media degli importanti strumenti per rispecchiarsi e auto-identificarsi, dando vita all’oramai universale cultura del selfie.

Project 50 - Day #6 (Midnight), foto di Sean McGrath

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In un’epoca in cui ognuno cerca di farsi mettere addosso gli occhi – non a caso Calvino nelle Lezioni americane considera la visibilità come un valore del nuovo millennio –, il trauma è la rottura con l’ordinario che ne permette il distacco e, di conseguenza, il risalto. Chi più urla, più si fa sentireChi più si fa sentire, più soddisfa il bisogno narcisista intrinseco della società odierna. Visibilità a ogni costo, passando attraverso l’eccesso, “senza vergogna” – direbbe Belpoliti.  Si pensi ai video dei Jackass o a tutti i tanti altri in cui dei ragazzi commettono qualcosa di estremo per assicurarsi visualizzazioni e, di conseguenza, successo. La condizione della vittima garantisce automaticamente audience, cosicché la prima cosa da fare dopo un incidente stradale è un tweet dall’ambulanza. In televisione sfilano consacrate le vittime che si commuovono e fanno commuovere, mentre si scannano per decidere chi ha sofferto di più.

the walls are coming down, foto di Emily

Ma congedare la forte tendenza alla ricerca dell’esperienza, e del trauma che ne consegue, come un semplice impulso autoreferenziale o come mero moltiplicatore di like, sarebbe superficiale e ingiusto. Questo è un lato della medaglia, di certo il più grottesco, che però rivela, come un sintomo, un istinto altro molto più profondo e strutturale. La globalizzazione, figlia della società capitalista, ha fatto del mondo una tavola informe capeggiata dagli alti quanto impenetrabili grattacieli della finanza. Aumenta «{l}a requisizione delle prerogative dell’agire da parte di agenzie sempre più impersonali, acefale, sistemiche» (D. Giglioli). La privatizzazione dell’esistenza riduce ogni possibilità di vita pubblica, l’individuo si chiude a riccio e lotta con gli altri individui per rimanere in corsa, sperduto com’è tra le vertiginose altezze delle nuove megalopoli. Forse questo io narciso non è che un meccanismo di difesa, o meglio di esistenza. Nonostante la fiumara della modernità liquida in cui tutto passa veloce e indifferente, io esisto, io ho una storia da raccontare (quanto vale oggil’avere una storia da raccontare?), io mi faccio sentire per non annegare nelle acque torbide dell’individuo mercificato.

Trauma of Psyche, foto di Hartwig HKD

Eccolo il trauma vero e proprio, che la ricerca del trauma – sebbene spesso grottesca – rivela. Si ricerca un minuscolo campo di esperienza in cui potersi muovere per costruire un io originale, diverso, non standardizzato. Il boom dei viaggi, degli scambi internazionali, della mobilità finanziata cos’è se non una conferma della fame di esperienza? Che nasce in seno all’abbuffata sensoriale della società dei consumi, in cui si è sempre in costante coma post digestione. In un mondo filtrato dai linguaggi convenzionali e dagli specchi elettronici, si punta la bussola verso il buco nel sistema, la falla che svela la carne cruda dell’esistenza reale, intesa come quella parte di vita che resiste a ogni tentativo di simbolizzazione. Il trauma – la sua ossessiva ricerca – è l’affilato coltello con cui si cerca di squarciare il velo della rappresentazione mediatica e aprire a orizzonti altri. Anche a costo di puntarsi la lama contro e crearsi un trauma che vada ben oltre una serie televisiva.

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