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Il tragico scontro tra cultura africana e cultura dei colonizzatori europei

Il tragico scontro tra cultura africana e cultura dei colonizzatori europeiLa freccia di Dio è un romanzo del nigeriano Chinua Achebe, nato nel 1930 e morto nel 2013, tra i più grandi scrittori africani in lingua inglese di sempre, il primo ad avere indagato il rapporto colonizzati-colonizzatori dal punto di vista degli africani, con sottigliezza di analisi e grande onestà intellettuale. Docente universitario e autore di raccolte poetiche e saggi, oltre che di varie opere di narrativa, il pluripremiato Achebe, definito da Nelson Mandela lo “scrittore in compagnia del quale i muri delle prigioni cadono”, è sempre stato molto impegnato sul fronte della necessaria assunzione di consapevolezza, da parte dei popoli africani, della propria identità culturale e storica, come necessaria precondizione per il recupero della propria dignità.

Il romanzo, pubblicato da La nave di Teseo nella traduzione di Alberto Pezzotta e ritenuto da molti la più articolata e compiuta opera dell’autore, completa la trilogia Dove batte la pioggia, iniziata con Il crollo – considerato uno dei grandi romanzi del Novecento e, tra quelli africani, il più conosciuto in assoluto, di tale successo internazionale di pubblico e critica da meritare ad Achebe l’appellativo di “padre della letteratura africana” –, e dedicata al disgregarsi delle tradizioni africane sotto i colpi della colonizzazione.Rispetto al secondo step del ciclo narrativo (il cui titolo è dovuto a un proverbio particolarmente caro all’autore, «un uomo che non sa dire dove la pioggia lo ha colpito non sa neppure dove il suo corpo si è asciugato. Lo scrittore deve dire alla gente dove la pioggia lo ha colpito»), il romanzo Ormai a disagio, l’autore qui va oltre, proiettando il figlio che il protagonista – il Sommo Sacerdote Ezeulu – invia presso i bianchi, non più in un irrisolto limbo ma sulla strada di non ritorno di chi abiura mondo tribale e animismo per abbracciare la religione cristiana, mentre il tentativo di Ezeulu di scendere a patti coi nuovi dominatori, dopo il suo rifiuto di diventare strumento del loro progetto politico, è destinato a un tragico epilogo. Un epilogo che vede chiudersi il confronto tra civiltà africana e civiltà europea con la scontata vittoria dei più forti, ma anche con l’appendice della perdita di unità identitaria dei più deboli, rappresentati dai sei villaggi, riuniti sotto il nome di Umuaro e il culto del dio Ulu, in cui si svolge il romanzo, abbruttiti dalla fame e privati dei tradizionali punti di riferimento, a iniziare da colui che del patrimonio valoriale tradizionale e della coesione umuarese era il simbolo vivente.

 

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Tra usanze ancestrali e memorie di riti sacrificali, riunioni dei saggi dei villaggi e fallimentari confronti coi nuovi colonizzatori, insulti lavati nel sangue e pericolose rivalità, si snoda la vicenda umana del sommo sacerdote del culto del «grande incantesimo che chiamarono Ulu». Malgrado il ruolo ricoperto, che agli occhi dei bianchi lo rende poco più che uno stregone, Ezeulu è molto lucido, tanto da volerne conoscere da vicino la religione, tramite il figlio cui chiede di essere il suo “occhio e orecchio”, per poter gestire al meglio il rapporto con loro. «Il mondo è una maschera che danza, per vederla bene non si può rimanere fermi nello stesso luogo». Ciò che però Ezeulu non sa prevedere sono gli effetti che l’incontro con il Cristianesimo avrà sul ragazzoe, a seguire, in un’inarrestabile concatenazione di eventi, sul futuro suo e di tutta Umuaro.

Il tragico scontro tra cultura africana e cultura dei colonizzatori europei

Tra bianchi intelligenti e consapevoli come Clarke, altri che si comportano come nuovi schiavisti pronti a umiliare e frustare chiunque osi ribellarsi, altri ancora rigidi e intrisi di pregiudizi come il capitano Winterbottom, comandante del distretto britannico in cui rientra Umuaro, che non si rende conto di come i difetti da lui attribuiti alla razza indigena siano diffusi anche tra i bianchi («Appena possono si mettono a tiranneggiare la propria gente. Deve essere un tratto tipico del carattere dei negri.»), Ezeulu cerca di portare contemporaneamente avanti l’orgogliosa rivendicazione dell’identità africana e l’adattamento al nuovo che avanza rappresentato dai primi. Ma proprio Clarke, emblema della consapevolezza della necessità di non sottoporre i colonizzati a crudeli e controproducenti vessazioni/rinunce alla propria identità («occorreva una mostruosa mancanza di sensibilità per profanare un rito religioso altrui») mostra tutti i limiti della capacità dei due mondi di comprendersi l’un l’altro, infuriandosi davanti al rifiuto da parte di Ezeulu di amministrare Umuaro in nome dell’impero britannico. Né d’altro canto il vecchio sacerdote riesce a comprendere l’“onore concessogli con tale proposta e le possibili implicazioni del suo diniego.

Tutto ciò permette di leggere La freccia di Dio come una struggente parabola, quanto mai tragicamente attuale, sulla difficoltà di creare ponti tra mondi culturali e valoriali diversi, oltre che sul fragile equilibrio tra governanti e governati, esercizio del potere e reazione da parte di chi a tale potere è sottoposto.

Ma La freccia di Dio è anche l’epopea della graduale quanto inarrestabile disgregazione del patrimonio culturale africano, in chiusura di un ciclo narrativo partito con «l’inizio della fine» dell’identità africana sotto l’avanzare del colonialismo, proseguito con la rappresentazione del profondo disagio di un’identità vacillante tra mondo tribale, che i giovani “contaminati” dalla frequentazione dei bianchi non hanno più la forza/voglia di difendere, e mondo dei colonizzatori in cui pure non sanno riconoscersi, sino a chiudersi con la dolorosa presa d’atto dell’impossibilità di una felice coesistenza, almeno sino a che non muterà la mentalità di entrambe le parti. Perché la conditio sine qua non, suggerisce Achebe, per rendere possibile una convivenza interculturale pacifica e reciprocamente arricchente è che ciascuna parte rinunci alla presuntuosa convinzione della propria superiorità.

La sconcertante forza del messaggio achebiano nascenon tanto dall’osservare la storia dal punto di vista degli africani colonizzati quanto dal rifiutare qualunque gerarchizzazione tra universi valoriali, a favore di uno sguardo aperto al riconoscimento/valorizzazione di ogni identità etnica.

Il tragico scontro tra cultura africana e cultura dei colonizzatori europei

Degli Ibo della Nigeria orientale degli anni Venti tra i quali il romanzo è ambientato Achebe ci racconta, con una dovizia di particolari dal sapore talora documentaristico che rende la narrazione di grande interesse antropologico, piccoli gesti quotidiani e ancestrali usanze tribali, comprese le origini sacrificali del culto del dio Ulu, che ha cementato i villaggi di Umuaro. L’autore si mostra capace di far entrare il lettore occidentale in un mondo totalmente “altro” rispetto al proprio ma che, terminata la lettura del libro, ha la sensazione sia diventato un po’ anche suo, tanto ha imparato a conoscerne abitudini, rituali e piccoli grandi segreti. Un insieme che, lungi dall’apparire un mero orpello folcloristico, mostra tutta la propria centralità nella vita quotidiana degli Ibo a iniziare dai simboli materiali dell’ospitalità, che vanno dalle noci di cola ai gessi con cui l’ospite traccia a terra linee di amicizia e pace, dal vino di palma al tabacco da fiuto, sino allo scambio di frasi augurali che affermano concetti nella nostra civiltà spesso pensati ma mai esplicitati:

«lunga vita a te e alla tua gente. Lunga vita anche a me e alla mia gente. Ma la vita da sola non basta. Che tutti noi possiamo avere le cose che servono per vivere bene. Poiché la vita che logora è peggio della morte. […] Che il bene possa riversarsi sull’uomo in cima e sull’uomo in basso. Ma che chi vuole essere nella posizione di un altro si strozzi nella sua invidia.»

 

Lo stile è di una nitida potenza visiva, rafforzata dall’uso di molte parole originali della lingua ibu, sia nelle descrizioni della vita quotidiana di Umuaro sia in quelle della natura africana.

«Nel corso della giornata, il sole aveva vomitato fiamme come al solito, prostrando il mondo intero. Gli uccelli avevano smesso di cantare. L’aria era immobile e vibrava per il caldo; i rami degli alberi erano accasciati. Poi, senza preavviso, si alzò un gran vento e il cielo si oscurò. L’aria era piena di polvere e di foglie secche. Le palme ondeggiavano con tutto il loro fusto, e con le loro fronde sembravano giganti in fuga contro il vento, con la chioma che svolazzava sulle loro spalle.»

 

Sul piano delle complesse tematiche affrontate, risulta particolarmente illuminante la discussione tra i giovani costretti a lavorare gratis per la strada dei bianchi, in cui serpeggia una sorta di primo embrione di “coscienza di classe”:

 «So che molti di noi vogliono combattere l’uomo bianco. Ma solo un idiota affronta il leopardo a mani nude. […] Quando si ha a che fare con uno che pensa che sei uno stupido, a volte è bene ricordargli che sai quello che pensa, ma che hai deciso di sembrare stupido per quieto vivere. L’uomo bianco pensa che siamo stupidi, così gli faremo una sola domanda. […] Ho sentito che in tutto il paese degli olu e in quello degli igbo l’uomo bianco paga chi fa questo lavoro. Perché noi dovremmo essere diversi?»

 

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Per quanto attiene ai personaggi, Achebe ritrae con maestria tanto i nativi, a cominciare da Ezeulu e dai suoi difficili rapporti coi figli, quanto gli europei, nel cui complesso e contraddittorio rapporto col mondo africano mostra di sapersi addentrare con grande perspicacia e oggettività.

La freccia di Dio: il tragico scontro tra cultura africana e cultura dei colonizzatori europei, narrato attraverso l’intensa storia di un uomo che cerca invano la via di una felice coesistenza.


Per la prima foto, copyright: Oshomah Abubakar su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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