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Il Teatro degli Orrori e Pierpaolo Capovilla

Teatro degli Orrori

Un “anno a sangue freddo” con i nuovi poeti del rock italiano

É stato benzinaio, cameriere, cuoco e grafico pubblicitario. Ora è decantato come poeta e attivista politico. Pierpaolo Capovilla è stato uno dei protagonisti della scena culturale italiana del 2010. I cultori del rock undeground lo conoscono come il frontman degli One Dimensional Man e il fondatore del Teatro degli Orrori. Con questi ultimi egli si è trasformato in oratore e moderno poeta che, alla maniera dei futuristi russi degli anni Venti, declama a parole e musica i disagi degli emarginati, poiché raccontare degli emarginati “significa raccontare anche di noi stessi”(Capovilla, RSI 2011).

Il Teatro degli Orrori è un sunto di delle influenze letterarie e artistiche del cantante, volte a sensibilizzare il pubblico alla realtà sociale e politica che lo circonda, sostituendo alla protesta e le provocazioni reali esempi della miseria umana. Capovilla definisce il Teatro come “un quartetto rock bello classico, con una gran voglia di suonare della musica potente ma intrigante, violenta ma dai contenuti romantici, ignorante ma colta”. Temi forti e impegnati, come quelli che trattarono nel 2009, collaborando alla compilation “Afterhours presentano: il paese è reale (diciannove artisti per un paese migliore?)” con una canzone dal titolo “Refusenik”, ispirata al caso degli obiettori di coscienza israeliani che rifiutarono di imbracciare le armi per protestare contro l'occupazione dei territori palestinesi.

Nell’ultimo album “A sangue freddo” sono presenti inoltre espliciti richiami alle opere di Baudelaire, Majakovskij e Ken Saro Wiwa. La canzone “Majakovskij” è difatti una libera interpretazione della sua poesia “All’amato se stesso”, declamata pochi anni prima dall’attore Carmelo Bene. Majakovskij come poeta dell’insurrezione del verso e della rivoluzione, al quale Capovilla ha dedicato una serie di reading accompagnati dalle musiche dell’amico Giulio Favero.

 

Altra importante figura è presente nella title-track “A sangue Freddo”: Ken Saro Wiwa fu poeta ed attivista nigeriano, impiccato nel 1995 a causa della sua attività nel MOSOP (Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni). Nell’album è inoltre presente “Padre Nostro”, una canzone dal contenuto apparentemente controverso. Paolo Perezzolo di “Famiglia Cristiana” scrive riguardo all’album “Pierpaolo Capovilla e soci non fanno canzonette, ma affrontano di petto la vita, con tutti i suoi spigoli, le sue insensatezze, le sue infinite ipocrisie” affermando inoltre che il loro “Padre Nostro” non è affatto blasfemo, bensì una critica vasta e generica alla società.

Lo stile del Teatro degli Orrori oscilla tra le sonorità punk-rock e uno spoken word ereditato dal grande cantautorato italiano, al quale la band stessa ammette di ispirarsi. Come De Gregori, Bennato e De Andrè negli anni ’70, si predispongono l’obiettivo di dare alla loro musica un valore progressivo parlando del paese e delle sue contraddizioni per diventare parte di una società viva, più politicamente impegnata.

Il potere della parola, nella poesia quanto nella musica, sta nel poter urlare il proprio dissenso per provare a cambiare le cose, come fece lo stesso Saro Wiwa. Come Capovilla ha ammesso “la poesia ci salva dalla mediocrità delle nostre esistenze” e la musica ha la possibilità di fare altrettanto, concorrendo alla formazione dell’immaginario collettivo. La musica italiana si sta facendo più impegnata, critica e sociale nella prospettiva di un incontro con il pubblico, come accade nei già leggendari live del Teatro degli Orrori.

L’inizio di una nuova pagina della musica italiana? É ancora presto per dirlo, godiamoci intanto la musica del Teatro degli Orrori in attesa del primo annunciato libro di Capovilla, previsto per fine 2011 sul modello del “J’accuse”di Emile Zola.

“Vorrei immaginare Il Teatro degli Orrori come un essere bifronte; da un lato una terribile macchina rock, dall’altro una dolce creatura di poesia. Due facce di un medesimo progetto la cui ambizione più grande è fare cultura, proprio in un ambito, quello della musica popolare, che si è trasformato negli ultimi anni in un mercanteggiar canzonette che nulla hanno a che vedere con la vita delle persone reali. Perché la musica è importante, entra nelle nostre esistenze e ci accompagna, fra piccole sventure e grandi inconvenienti, e ci rende più forti, determinati, coscienti, in una parola: più belli. Tutto il contrario della musica leggera oggi, che ci impoverisce, allontanandoci l’un l’altro, in questa vertigine di individualismo e superficialità nella quale cade in trappola, tutta intera, la società italiana.”

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