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Il suicidio di Cesare Pavese nel commovente ricordo di Natalia Ginzburg

Il suicidio di Cesare Pavese nel commovente ricordo di Natalia GinzburgIl suicidio di Cesare Pavese rappresenta nell’ambito della storia della letteratura italiana un momento topico, sia perché è oggetto spesso di grande attenzione da parte di lettori più o meno professionisti sia perché Pavese è forse uno degli scrittori italiani del Novecento letti e amati come pochi altri.

È il 27 agosto 1950 quando, a Torino presso l’albergo Roma di Piazza Carlo Felice, Pavese ingerì più di dieci bustine di sonnifero e attese la morte sdraiato sul letto della sua camera.

Nonostante le volontà dello scrittore, implicite nella richiesta contenuta nel biglietto di addio ritrovato accanto al corpo ormai esangue, il suo suicidio è stato al centro di molte riflessioni e memorie da parte di amici prima ed estimatori poi dello scrittore.

Tra gli amici figura senz’altro Natalia Ginzburg che con lui aveva condiviso il lavoro all’Einaudi, «la casa editrice» come viene indicata in Lessico famigliare.

 

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Ed è proprio qui che Natalia offre un ritratto accorato e un ricordo commovente di Cesare, collega e amico che amava incontrare a casa di Felice Balbo, allora consulente della Einaudi. Poche pagine in cui a distanza di tredici anni dalla morte di Pavese (Lessico famigliare è stato pubblicato per la prima volta nel 1963, proprio da Einaudi) il senso dell’amicizia perduta è ancora tanto forte che, tra le righe, si possono leggere la sofferenza e il rimprovero all’amico che ha deciso di andarsene lasciandola con un dolore troppo solido da sopportare in silenzio.

 

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Natalia non parla subito del suicidio, ma ricorda le serate passate insieme a Pavese a casa di Balbo e i loro discorsi che culminavano in alcune critiche di Balbo al modo di scrivere di Natalia e Cesare

Balbo, quando smetteva un momento di discutere con quei suoi amici, esponeva a Pavese e a me le sue idee sul nostro modo di scrivere.

Il suicidio di Cesare Pavese nel commovente ricordo di Natalia Ginzburg

Si sente subito però che il vero centro di questo ricordo di Natalia è Pavese perché immediatamente dopo l’attenzione si sposta sulla sua reazione alle critiche di Balbo:

Pavese lo ascoltava seduto in poltrona, sotto il lume, fumando la pipa, con un sorriso maligno: e di tutte le cose che Balbo gli diceva, lui diceva che già le sapeva da lunghissimo tempo. Ascoltava, tuttavia, con vivo piacere.

 

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Ed è quest’atteggiamento di Pavese tipico del suo modo di relazionarsi agli amici, che Ginzburg ricorda così:

Aveva sempre, nei rapporti con i suoi amici, un fondo ironico, e usava, noi suoi amici, commentarci e conoscerci con ironia; e questa ironia, che era forse tra le cose più belle che aveva, non sapeva mai portarla nelle cose che più gli stavano a cuore, non nei suoi rapporti con le donne di cui s’innamorava, e non nei suoi libri: la portava soltanto nell’amicizia, perché l’amicizia era, in lui, un sentimento naturale e in qualche modo sbadato. Nell’amore, e anche nello scrivere, si buttava con tale stato d’animo di febbre e di calcolo, da non saperne mai ridere, e da non essere mai per intero se stesso…

 

Proprio l’ironia di Cesare, il suo «maligno sorriso», a Natalia manca particolarmente:

«[…] e a volte, quando io ora penso a lui, la sua ironia è la cosa di lui che più ricordo e piango, perché non esiste più: non ce n’è ombra nei suoi libri, e non è dato ritrovarla altrove che nel baleno di quel suo maligno sorriso».

 

Il suicidio di Cesare Pavese però non è ancora introdotto, quasi come se Natalia Ginzburg non volesse ancora ricordare e dunque si sofferma prima su altri aspetti che permettono anche a noi lettori di seguire la sua ricostruzione e di comprendere il dolore e dunque questo lento approssimarsi della sua scrittura al tema centrale.

 

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Dall’affetto per l’ironia di Pavese questa bella pagina di Natalia si sposta ora sul carattere dello scrittore, come ovviamente lei aveva potuto conoscerlo negli anni in cui s’erano frequentati a Torino. Sono quattro le caratteristiche che Natalia riconosce come proprie del carattere di Cesare: la prudenza, il calcolo, l’astuzia e l’intelligenza.

Pavese commetteva errori più gravi dei nostri. Perché i nostri errori erano generati da impulso, imprudenza, stupidità e candore; e invece gli errori di Pavese nascevano dalla prudenza, dall’astuzia, dal calcolo, e dall’intelligenza.

 

Proprio a partire da questi errori Natalia intravede la causa (o una delle cause) che avrebbe portato Pavese al suicidio, e forse proprio con un senso di analisi ex post esprime su di loro un giudizio molto netto:

Nulla è pericoloso come questa sorta di errori. Possono essere, come lo furono per lui, mortali; perché dalle strade che si sbagliano per astuzia, è difficile ritornare. Gli errori che si commettono per astuzia, ci avviluppano strettamente: l’astuzia mette in noi radici più ferme che non l’avventatezza o l’imprudenza: come sciogliersi da quei legami così tenaci, così stretti, così profondi? La prudenza, il calcolo, l’astuzia hanno il volto della ragione: il volto, la voce amara della ragione, che argomenta con i suoi argomenti infallibili, ai quali non c’è nulla da rispondere, non c’è che acconsentire.

Il suicidio di Cesare Pavese nel commovente ricordo di Natalia Ginzburg

Ora non resta che dirselo e scrivercelo esplicitamente:

Pavese si uccise un’estate che non c’era, a Torino, nessuno di noi.

 

La frase è semplice e diretta, breve ed essenziale, come il dolore che è arrivato improvviso alla notizia del suicidio dell’amico Cesare, che Natalia continua a raccontare così:

Aveva preparato e calcolato le circostanze che riguardavano la sua morte, come uno che prepara e predispone il corso d’una passeggiata o d’una serata.

Il suicidio di Cesare Pavese nel commovente ricordo di Natalia Ginzburg

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Questo che può sembrare un giudizio frettoloso e molto duro deriva in realtà da una conoscenza profonda delle abitudini di Pavese e del suo modo di relazionarsi agli altri e alla vita:

Non amava vi fosse, nelle passeggiate e nelle serate, nulla d’imprevisto o di casuale. Quando andavamo lui, io, i Balbo e l’editore, a far passeggiate in collina, s’irritava moltissimo se qualcosa deviava il corso da lui predisposto, se qualcuno arrivava tardi all’appuntamento, se cambiavamo all’improvviso il programma, se si aggiungeva a noi una persona imprevista, se una circostanza fortuita ci portava a mangiare, invece che nella trattoria che lui aveva prescelto, nella casa di qualche conoscente incontrato inaspettatamente per strada. L’imprevisto lo metteva a disagio. Non amava esser colto di sorpresa.

 

E poi ce l’altra domanda, quella più brutale di tutte e che tutti si pongono: possibile che nessuno ne abbia mai avuto sentore? Possibile che non ne abbia mai parlato con nessuno? Anche in questo caso, Ginzburg si fa spietata con se stessa e con gli altri:

Aveva parlato, per anni, di uccidersi. Nessuno gli credette mai.

 

Ma la domanda più crudele, quella che resta dentro come un tarlo, è: perché? Anche qui la risposta di Natalia non nasconde una qualche sofferenza:

Non aveva, in fondo, per uccidersi alcun motivo reale. Ma compose insieme più motivi e ne calcolò la somma, con precisione fulminea, e ancora li compose insieme e ancora vide, assentendo col suo sorriso maligno, che il risultato era identico e quindi esatto.

 

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Subito dopo Natalia ci offre alcune righe che ci permettono di comprendere il senso del biglietto di addio lasciato da Pavese ((«Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi»):

Guardò anche oltre la sua vita, nei nostri giorni futuri, guardò come si sarebbe comportata la gente, nei confronti dei suoi libri e della sua memoria. Guardò oltre la morte, come quelli che amano la vita e non sanno staccarsene, e pur pensando alla morte vanno immaginando non la morte, ma la vita.

 

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Eppure, chiosa Natalia:

Lui tuttavia non amava la vita, e quel suo guardare oltre non era amore per la vita, ma un pronto calcolo di circostanze, perché nulla, nemmeno dopo morto, potesse coglierlo di sorpresa.

 

Forse proprio per questo ne Le piccole virtù, edito poco prima di Lessico famigliare, Natalia aveva scritto in un ritratto accorato di Pavese:

Aveva immaginato la sua morte in una poesia antica, di molti e molti anni prima:

Non sarà necessario lasciare il letto.

Solo l’alba entrerà nella stanza vuota.

Basterà la finestra a vestire ogni cosa

D’un chiarore tranquillo, quasi una luce.

Poserà un’ombra scarna sul volto supino

I ricordi saranno dei grumi d’ombra

Appiattati così come vecchia brace

Nel camino: Il ricordo sarà la vampa

Che ancor ieri mordeva negli occhi spenti.

 

Ci rendiamo conto che alcune parole di Natalia Ginzburg possano apparire eccessivamente dure ma consideriamo che la ferita lasciata aperta dal suicidio di Cesare Pavese traspare ancora in tutta la sua potenza in questo commovente ricordo.

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