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Il sottile gioco tra realtà e allucinazione. “L’assassinio del commendatore” di Haruki Murakami

Il sottile gioco tra realtà e allucinazione. “L’assassinio del commendatore” di Haruki Murakami«Spesso non capiamo bene dove passa il confine tra ciò che è reale e ciò che non lo è. Pensiamo che la linea di demarcazione tra ciò che esiste e ciò che non esiste sia mobile, come una frontiera che si sposta di sua volontà.»

 

Realtà o allucinazione? Il lembo che separa questi due enti, paralleli e impalpabili, è il cuore della narrazione dell’ultimo romanzo di Haruki Murakami L’assassinio del commendatore, di cui Idee che affiorano è il primo volume edito da Einaudi lo scorso 16 ottobre nella traduzione di A. Pastore (la seconda parte uscirà il 29 gennaio 2019).  

Il velo dell’incertezza, ancora una volta, è sollevato e oltrepassato da un protagonista senza nome: un ritrattista di quarant’anni, che ha il talento di trasferire nella sua pittura un livello empatico notevole e coinvolgente, tanto da isolare l’animo del soggetto semplicemente parlandovi qualche minuto, così parole, gesti e sguardi iniziano a fossilizzare il colore sulla tela: «Quello di cui avevo bisogno, più che l’uomo in carne e ossa davanti a me, era il suo ricordo […]. Il ricordo di lui e dell’atmosfera che generava».

 

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Se il tema dell’allucinazione non sembra più essere una coincidenza, ma una vera e propria cifra tematica dell’autore giapponese – da quando ha trovato consacrazione in Kafka sulla spiaggia (Einaudi, 2008) –, in questo primo capitolo della duologia, vi sono molteplici elementi legati ad alcune sue narrazioni precedenti, in un intreccio molto più insistente del solito. Su tutti, la separazione del ritrattista dalla moglie, che era il motore diegetico anche de L’uccello che girava le viti del mondo (Einaudi, 2007). Ne L’assassinio, gli elementi di Kafka e di Toru Okada(il protagonista del romanzo del 2007) si mescolano in una narrazione realisticamente allucinata, tormentata dal turbinio immortale del passato, che in questo romanzo è anzitutto identificato nel ricordo ossessivo della sorella del ritrattista morta a soli tredici anni. È per questo che «Me lo devo fare amico il tempo».

 

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Se Kafka scappa di casa, il nostro protagonista scappa dalla sua vita precedente, isolandosi tra le montagne giapponesi (altro topos paesaggistico ormai caro a Murakami) nella casa del celebre pittore nihonga Amada Tomohiko. Una sequela incalzante di eventi si scatena a partire dal momento in cui è riportato alla luce un dipinto misterioso di Tomohiko – L’assassinio del commendatore, appunto –, che sarà onnipresente sullo sfondo della narrazione, suggerendo una soluzione tangibile ma non ancora comprensibile.

Il sottile gioco tra realtà e allucinazione. “L’assassinio del commendatore” di Haruki Murakami

Con la comparsa di Menshiki (letteralmente sfuggire dal colore), da un lato ritorna un altro stratagemma utilizzato da Murakami in uno dei suoi romanzi più recenti – L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio (Einaudi, 2013) –, ossia quello del significato del nome, e dall’altro, invece, fa capolino la passione (e la conoscenza) della letteratura oltreoceano di Murakami – già testimoniata ne Il mestiere dello scrittore (Einaudi, 2016) e nella traduzione in giapponese nel 2006 di The Great Gatsby. Menshiki, infatti, pare a tutti gli effetti un nuovo Gatsby, che si nasconde nel mistero di un uomo dalle ricchezze ingenti e dal fascino misterioso e incomprensibile, dalle origini sconosciute e dal passato confuso, le cui paure e debolezze sembrano pronte a esplodere – sfugge al colore e a ogni interpretazione o conclusione.

 

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Il ritrattista, Amada e Menshiki sono complici della perdita delle loro donne: le mogli e una figlia. Inquieti e incompleti procedono a tentoni in balia di una forza onirica che sembra provenire dal passato di ognuno, collegandoli. Il suono antico di una campanella rompe il silenzio, perfino gli insetti tacciono, e i personaggi ne sono trascinati ineluttabilmente. Forgiati. Sopra una colonna sonora più classica del solito – dalle note del primo atto del Don Giovanni di Mozart (che dà nome al dipinto e al libro stesso) a Der Rosenkavalier di Richard Strauss, fino alla Rosamunde di Schubert – l’io narrante, parallelamente al lettore, conosce ciò che nell’arte non mostra:

«Perché sono un pittore. Potrei raffigurare fedelmente tutti i piatti che sono stati serviti [..], ma non saprei descriverne il gusto. Forse uno scrittore saprebbe farlo».

 

Allo stesso modo il senso intrinseco e primordiale dell’essere stesso, della disperata ricerca di definire chi siamo, risulta imprendibile:

«Riflettendoci, può  esprimere»..

 

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Ancora una volta ciò che è certo è inutile; Murakami tesse la sua trama evocando un passato più presente che mai, intrappolandovi i personaggi, influenzandone le idee e immobilizzandoli nei ricordi – improvvisazioni che si confondono continuamente con la realtà. Il Commendatore incarna plasticamente la dicotomia realtà/allucinazione, mutuata da quella dello stregatto nel sogno di Alice:

«Alice esiste davvero. [..] Alice, il Bianconiglio, lo Stregatto, il Tricheco, l’esercito di carte da gioco… ci sono davvero. Esistono tutti veramente, in questo mondo qui».

Il sottile gioco tra realtà e allucinazione. “L’assassinio del commendatore” di Haruki Murakami

Ma questo primo volume è anche un’ode alla bellezza dell’arte e alla verità che vi risiede, immortale e che rende immortali, come Keats decantava la sua urna greca –la bellezza è verità, la verità bellezza –, così il processo creativo dell’artista, vissuto in prima persona da Murakami stesso, può portare al concretizzarsi di quell’istante:

«L’istante in cui ciò che esiste e ciò che non esiste si confondono».

 

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L’assassinio del commendatore è capace di bilanciare e reinventare nuovamente le due anime dello scrittore nipponico: l’una realistica, introspettiva e toccante di Norwegian Wood (Feltrinelli,1993) o di A sud del confine, ad ovest del sole (Feltrinelli,2000); l’altra eccentrica, stravagante, spesso culminante in episodi paranormali che si connaturano reali. In attesa di Metafore che si trasformano, Murakami lascia un quadro appena abbozzato, gioca con la ricerca interminabile di un’identità che ci definisca, la tangibilità dei sogni e la reminiscenza di quei trascorsi mai somatizzati dall’animo umano. Che continua a rielaborare, rendendoli parte integrante del presente. «Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato».


Per la prima foto, copyright: Michael Aleo su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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