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"Il silenzio coprì le sue tracce", uomo e natura secondo Matteo Caccia

I"Il silenzio coprì le sue tracce", uomo e natura secondo Matteo Caccial silenzio coprì le sue tracce (Baldini & Castoldi, 2017) è il secondo romanzo di Matteo Caccia, conduttore di fortunate trasmissioni radiofoniche, tutte basate sullo storytelling: AmnesiaVendo tuttoVoi siete quiPascal.

Scrivere romanzi era, molto probabilmente, una prova inevitabile per questo autore, che ogni primo lunedì del mese organizza in un locale milanese il fortunato story show Don't tell my mom (Non ditelo a mia madre), in cui invita gli spettatori a salire sul palco per raccontare un episodio particolare della propria vita, qualcosa che forse non si è mai confidato a nessuno prima di quel momento.

Il silenzio coprì le sue tracce ci parla di un argomento divenuto di stretta attualità dopo il terremoto che lo scorso mese di agosto ha devastato una vasta zona dell'Italia centrale: lo spopolamento dell'Appennino, sede un tempo di comunità montane dedite da secoli alla pastorizia e all'allevamento del bestiame, alle coltivazioni e alla fabbricazione di prodotti caseari, ma in tempi recenti progressivamente abbandonato dai suoi abitanti, che si trasferiscono in pianura e cercano altri lavori nelle città.

Zambo, il protagonista, percorre un lungo viaggio sulle montagne, dall'entroterra genovese fino alla Maremma, in compagnia del suo cane, per adempiere a un ultimo desiderio del padre, ex partigiano scomparso da poco. Si muove per valli e sentieri quasi sempre deserti, attraversando paesi abbandonati e sostando spesso in rifugi di fortuna, o addirittura pernottando all'aperto in una minuscola tenda che porta nello zaino.

 

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"Il silenzio coprì le sue tracce", uomo e natura secondo Matteo Caccia

Occasionalmente, Zambo incontra qualcuno di quei pochi che si ostinano a rimanere nelle loro vecchie case, oppure che hanno lasciato la pianura e le città per cambiare vita in modo radicale, restaurando edifici abbandonati e tornando a dedicarsi a mestieri quasi scomparsi.Dalle pagine di questo romanzo non esce però un inno al ritorno alla natura, perché l'ambiente che ci viene descritto è tutt'altro che idilliaco. Come dichiara senza mezzi termini uno dei personaggi «la favola del ritorno alla natura è una enorme cazzata inventata da chi non la conosce davvero. Questo posto può diventare un inferno e lo fa nel silenzio della neve che cade».

Abbiamo parlato con Matteo Caccia del suo romanzo nel corso di un incontro con i blogger che si è tenuto a Milano, nella sede della casa editrice Baldini&Castoldi.

 

Quando è nata la prima idea di questo libro?

Per caso tempo fa, durante una vacanza in Maremma in un agriturismo. Io ho un cane che definirei "da divano", nel senso che è il tipico cane che vive in un appartamento in città, ma che durante quella vacanza mi ha mostrato all’improvviso il suo lato selvaggio. In quel posto c'era un grande recinto con dei cavalli maremmani: un giorno, mentre li stavamo osservando, li abbiamo visti partire al galoppo, e mentre ci chiedevamo il perché, abbiamo visto che erano inseguiti dal mio cane, un minuscolo cosino arancione... Avevamo il terrore che finisse calpestato dagli zoccoli, ma per fortuna non è successo. Da lì ho iniziato a interessarmi al confine tra domestico e selvatico, che è il tema di fondo del libro.

Non sono un uomo di montagna ma di città, anzi di campagna, perché sono nato in un paese della bassa piemontese. Quando sono venuto a Milano a recitare ho incontrato solo persone che sembravano arrivare tutte da posti più interessanti del mio, dove ci sono solo umido, zanzare, nebbia e risaie. Ho cercato di fuggire da quel posto, prima a Milano e poi al mare, all'isola di Caprera dove sono andato per anni per la scuola di vela. A un certo punto, poi, la mia famiglia ha acquistato anche una casa in montagna, in Valsesia.

Ho sempre creduto poco al mito della fuga nella natura: conosco molte persone che l'hanno fatta, ma poi sono tornate sui loro passi, un po' per motivi economici e un po' perché la natura non è sempre una figata, ma ti interroga e ti mette alla prova di continuo.

 

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Conosce bene i luoghi in cui è ambientato il romanzo?

Sono tutti luoghi che esistono davvero, compresa la casa poderale nel cuore della Maremma profonda che il protagonista deve raggiungere, vicino ad Arcidosso, in provincia di Grosseto. In quella zona, sotto il monte Labbro, ci sono i resti del tempio giurasdavidico a cui si accenna nella storia.

Nel diciannovesimo secolo in quei luoghi ha vissuto Davide Lazzaretti, il fondatore di una specie di setta tra il religioso e l'anarchico, soprannominato "il Cristo dell'Amiata", che aveva creato una comunità di persone che vivevano secondo principi socialisti. Era un visionario, predicava cose che sarebbero arrivate decenni dopo, perciò questa setta era insidiosa per la Chiesa e per le istituzioni locali. Nel 1878 venne ucciso dai carabinieri durante una manifestazione, e possiamo chiamarlo il primo omicidio di stato della storia italiana.

"Il silenzio coprì le sue tracce", uomo e natura secondo Matteo Caccia

Da dove nasce l'interesse per il lupo, che è uno dei protagonisti del romanzo?

Mi aveva interessato molto un libro di Mario Albino Ferrari, un giornalista naturalista che ora dirige «Meridiani Montagne» e che ha scritto La via del lupo, in cui ha seguito il percorso di ripopolamento del lupo italiano, che era stato sterminato nel periodo fascista per favorire gli allevatori. Resisteva solo in Abruzzo, mentre era praticamente sparito nell'Italia settentrionale.

Risalendo un corridoio selvaggio che la natura si è col tempo ripresa, a mezza costa lungo gli Appennini, dove ci sono anche i ruderi di molti villaggi abbandonati, il lupo italiano si è mescolato a esemplari di femmine provenienti dalla Slovenia e ha dato origine a un nuovo tipo. Poi ci sono gli ibridi, nati dall'unione di cani inselvatichiti e lupi, e che sono più cattivi: un lupo, se entra in un recinto di pecore, ne ammazza una per mangiarsela e poi se ne va, un ibrido è facile che faccia una strage anche se poi non potrebbe mai mangiare tutte le pecore che uccide.

Le leggende sul lupo sono in aumento costante, perché è un animale che incute paura e costituisce un problema per gli allevatori, ma non si ricordano aggressioni di lupi a esseri umani da almeno duecento anni: riguardo a questo, allora, è di sicuro più pericoloso il cinghiale, che aggredisce l'uomo.

Il WAC (Wolf Apennine Center) si occupa di studiare il lupo nell'Appenino, soprattutto per mezzo di fototrappole mimetizzate nei boschi, perchè è quasi impossibile incontrare un esemplare. Vengono anche catturati gli ibridi, che poi sono sterilizzati e muniti di radiocollare per poterli monitorare, perché gli etologi cercano di preservare la purezza del DNA del lupo. Se siete incuriositi, in rete trovate parecchi siti che mostrano le immagini degli animali selvatici catturate nei boschi dalle fototrappole.

 

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Qualche riferimento letterario oltre al libro di Ferrari?

Penso di avere un debito di riconoscenza nei confronti di Cormam McCarthy, sia per La strada, che poi, a dire la verità, mi è piaciuto meno di altri suoi libri, sia perOltre il confine, dove c'è un ragazzino che cerca di riportare in Messico una lupa, che non è né il lupo cattivo che fa paura, né il lupacchiotto da cartone animato. Credo comunque che nel mio romanzo ci sia un incrocio di tanti riferimenti letterari.

Ho anche un altro debito di riconoscenza, di cui parlo nei ringraziamenti che faccio in coda al libro, nei confronti del mio amico Pietro Gimelli, che mi ha raccontato molto della vita di suo padre, Giorgio Gimelli, un eroe partigiano che salì in montagna a diciotto anni e a venti partecipò alla liberazione di Genova. Un eroe, insomma, e anche una figura ingombrante: con un padre così, o ti fai di eroina o cerchi in qualche modo di assomigliargli. La moglie, tra l'altro, è stata una delle prime sindacaliste, e con due genitori così, Pietro da bambino le vacanze le faceva a Odessa coi Piccoli Pionieri... I suoi racconti mi hanno ispirato la figura del padre di Zambo.

 

La fuga verso la natura può nascere anche dalla paura? Per esempio adesso che il mondo occidentale è sotto il mirino dell'Isis?

No, scrivendo non pensavo all'Isis, ma non si può negare che il mondo ci vada sempre più stretto, soprattutto quando siamo bombardati da una mole di notizie a cui si fa fatica a star dietro. Mi riferisco a un abbandono del mondo domestico e non della civiltà, perché per me la civiltà è sempre da difendere. Il titolo che avevo scelto era La via selvatica, perché il protagonista traccia un percorso che non è solo geografico, ma include il desiderio di trovare la propria parte selvatica. Poi però è noto che in casa editrice ti cambiano sempre i titoli dei libri, non c'è niente da fare.

"Il silenzio coprì le sue tracce", uomo e natura secondo Matteo Caccia

C'è qualcosa di Into the Wilddel libro o del film, nel suo romanzo?

Di Into the Wild mi fa paura la morte del protagonista, perché in fondo è stupida e senza speranza. In America esiste il mito della wilderness, che nei loro spazi è anche comprensibile, ma che da noi rimane improbabile, perché qua anche il luogo in apparenza più selvaggio finisce per trovarsi, in realtà, a pochi chilometri dai luoghi abitati.

 

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La mia idea comunque è quella di andare in quei luoghi che erano stati dell'uomo e che oggi la natura si sta riprendendo, come i vecchi villaggi abbandonati dagli abitanti perché è diventato troppo difficile viverci.

Non ho assolutamente una visione romantica o idealizzata della natura. Per me un bosco non è un luogo magico, ma prima di tutto è un bosco di faggi, o di lecci, o di qualsiasi altra pianta insomma: quella che descrivo è, prima di tutto, natura "vera".


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