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Il Seicento nel volto di una donna. Intervista a Laura Pariani

Il Seicento nel volto di una donna. Intervista a Laura ParianiRaccontare il Seicento dal punto di vista di una voce femminile. È questo uno dei punti nodali di Il gioco di Santa Oca di Laura Pariani, edito da La nave di Teseo e tra i cinquantasette libri candidati al Premio Strega, che si contenderanno l’ingresso nella dozzina che sarà comunicata il prossimo 17 marzo.

A narrare la storia del ribelle Bonaventura Mangiaterra, capopolo che guida una rivolta antispagnola nella brughiera lombarda, è la cantastorie e camminante Pùlvara, anche lei nella banda di Mangiaterra, nella quale era riuscita a entrare travestendosi da uomo.

Proprio a partire da questi due elementi abbiamo voluto iniziare la nostra chiacchierata con Laura Pariani.

 

Dalla distopia del suo precedente romanzo, Di ferro e d’acciaio (NN Editore), al romanzo storico con Il gioco di Santa Oca (La nave di Teseo). Dopo lo sguardo rivolto al futuro, cosa l’ha spinta a guardare al passato?

Mi piace scrivere un libro diverso dal precedente: cambiare epoca, struttura del testo, ambientazione… Del resto non considero il passato come qualcosa di fisso che sta semplicemente lì dietro di noi, ma qualcosa che deve essere raccontato per diventare memoria.

Il Seicento nel volto di una donna. Intervista a Laura Pariani

Il Seicento è un periodo storico al centro di importanti romanzi italiani, da I promessi sposi al più recente La chimera di Sebastiano Vassalli. Cosa c’è di così affascinante in quel periodo storico? E come mai ha deciso di occuparsene?

Di sicuro c’entra la lettura di Manzoni che, ai tempi in cui frequentavo il liceo, cioè negli anni Sessanta, si leggeva per intero, capitolo dopo capitolo; e si studiavano a memoria per interi brani (“Addio monti”, “Scendeva dalla soglia” ecc). L’ambientazione del mio romanzo è lombarda e i tempi sono di poco posteriori a quelli manzoniani. Ma non è la prima volta per me; ho scritto già due romanzi storici ambientati in un periodo contiguo a quello dei Promessi sposi: La spada e la luna (Sellerio 1995), che si conclude nel 1616; La Signora dei porci (Rizzoli 1999), che racconta gli ultimi anni del Cinquecento in area milanese. E c’entra anche il mio amore per l’arte del Seicento. D’altra parte non potrebbe essere diversamente: vivo sulla collina del Sacro Monte di Orta, circondata da capolavori del barocco.

 

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Il romanzo ha due protagonisti. Uno è il capopopolo Bonaventura Mangiaterra che guida la rivolta dei pitòcch. Come ha lavorato per la costruzione del personaggio? A quali fonti si è ispirata?

Sono stata avvantaggiata dal fatto che la brughiera l’ho conosciuta bene, ci sono nata: conosco la cupezza della valle del Ticino a fine ottobre, e soprattutto ho ben presente la zona degli “incanti” che, quand’ero piccola, occupava grande spazio nelle storie che mi venivano narrate. Fin dal mio primo libro, Di corno o d’oro, ho usato posti che conoscevo. Sentivo in me una sorta di entusiasmo smarrito nel vedere le cose che mi avevano turbato per tutta l’infanzia presentarsi sotto una nuova forma su cui avevo imposto il mio controllo attraverso la scrittura... E tra le storie che da bambina mi venivano raccontate a fine ottobre, durante la rievocazione dei Morti, molte contenevano la memoria delle rivolte contro i nobili; in altre campeggiavano briganti crudeli ma giusti, oppure terrieri furbi che sfuggivano alle guardie. Ricordo una canzone con una ragazza che andava in guerra travestita da uomo, al posto del padre che aveva paura di morire… Sono dunque partita da questi ricordi. Poi è venuta la lettura di opere storiche riguardanti la Lombardia occupata dagli Spagnoli.

 

Non è la prima volta che lei si occupa di una rivolta e di un suo capo. Penso ad esempio al libro su Che Guevara. Ci sono delle caratteristiche comuni a tutti coloro che si pongono a capo di una rivolta? E quali sono quegli aspetti che ha potuto riscontrare come positivi? E quali invece deleteri per la buona riuscita della rivolta stessa?

Mi piace rappresentare i ribelli, i lottatori: non vincono il più delle volte, si fanno spaccare la testa, ma non perdono la faccia, si mettono in gioco, resistono. Mi piace immedesimarmi in loro, li sento vicini al midollo della mia identità. C’è un’espressione spagnola che mi piace molto: “Poner el cuerpo”, qualcosa di più del metterci la faccia…

Di Bonaventura Mangiaterra amo la sete di giustizia e la consapevolezza di essere una delle poche persone della brughiera a saper leggere: per questo prende a raccontare la Bibbia, o meglio la sua “personale” interpretazione della Bibbia. Che un terriero, un pitòcco, osasse interpretare il testo sacro era a quei tempi inconcepibile. La lettera del Sant’Uffizio ai parroci che cito nel libro – con la raccomandazione a sorvegliare che non circolino versioni in volgare del Vangelo – è reale. Quello che farà fallire la rivolta è, come sempre, la potenza dell’avversario: il governo spagnolo, i nobili della zona, il Sant’Uffizio… Senza contare il tradimento: il ruolo di Giuda non manca mai nel corso delle rivolte.La fedeltà a un capo, all’interno di una banda, è una necessità vitale; e, finché dura, la rivolta cresce. Ma Oscar Wilde è nel giusto quando afferma che le grandi menti fanno i propri discepoli, però alla fine è sempre Giuda a scriverne la biografia.

 

L’altro protagonista è la cantastorie Pùlvara, che appunto narrerà le gesta di Bonaventura, avendo lei stessa, travestita da uomo, preso parte alla rivolta. Quali ragioni l’hanno condotta a scegliere il punto di vista di una donna per raccontare una vicenda come questa?

La figura della camminante Pùlvara è cresciuta a poco a poco nel corso della stesura del romanzo. Per certi versi impersona un po’ me e il mio lavoro di scrittura. Pùlvara percorre la brughiera per ritrovare il passato; uno scrittore scrive per poter capire il passato. John Updike diceva che scrivere è come guidare a fari spenti nella notte, con la strada che ti si palesa di volta in volta, e l’unica cosa che puoi fare è andare avanti… La scrittura – come ogni atto di creazione – è come un fuoco acceso in una brughiera buia. Attorno al fuoco cominci a vedere i personaggi, come Pùlvara vede la lupa, la segue, e così trova ciò che cercava.In secondo luogo questa Pùlvara che racconta e sa raccontare è una sorta di omaggio alle tante narratrici orali che ho avuto la fortuna di conoscere da bambina e adolescente, in Italia e in America. In terzo luogo il personaggio di Pùlvara introduce la visione del tempo come una ruota: nel gioco dell’Oca, chi vuol correre avanti deve tornare indietro, tutto ciò che ami o di cui hai goduto ti sarà portato via da un momento all’altro e dovrai ricominciare da capo.

Il Seicento nel volto di una donna. Intervista a Laura Pariani

Senza entrare troppo nei dettagli di alcuni passaggi del libro, possiamo dire che un ruolo importante giocano anche i disvelamenti di identità e i travestimenti, con uno sguardo a quelli donna-uomo. Perché la scelta di usare un tale accorgimento? L’impressione è che così si possa richiamare l’attenzione su alcune tematiche care a quel secolo…

Impossibile per una ragazza di quell’epoca comandare una banda armata o farsi ascoltare in pubblico, se non sotto un travestimento, situazione che non era assolutamente infrequente nel Seicento. Ci rimangono molte testimonianze; ne cito due a mo’ di esempio: le memorie della monaca che seguì i conquistadores in Cile, combattendo come alfiere, oppure i diari di Maria Mancini, sposata Colonna, che fuggendo da Roma traversò l’Europa in braghe maschili. Ma sotto l’“armatura” di questi personaggi la femminilità resiste e la donna travestita fa della sua “debolezza femminile” un punto di forza.

 

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Un’ultima domanda e spero ci perdonerà se siamo troppo diretti: come ha lavorato sulla lingua?

È sempre difficile cercare la lingua giusta quando si fanno parlare personaggi così lontani nel tempo e si racconta una brughiera che non esiste più dopo l’ampliamento dell’aeroporto di Malpensa. Quindi nell’italiano che adopero nel romanzo ho nascosto un’altra lingua, il dialetto della mia infanzia, che ancora mi suggerisce parole e toni che, appartenendo al passato, evocano quel mondo scomparso.


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