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Il romanzo più controverso di Hemingway, “Di là dal fiume e tra gli alberi”

Il romanzo più controverso di Hemingway, “Di là dal fiume e tra gli alberi”La categoria dei classici è quella letteraria più nota e più sfuggente. Un po’, forse, proprio per quello che sosteneva Mark Twain: «i classici sono quei libri che tutti dicono di aver letto e che invece hanno letto davvero in pochi». D’altra parte, è altresì ragguardevole che una questione dirimente circa l’analisi dei classici stia proprio nella loro stessa elaborazione: è realmente complesso formulare un’indagine che rispetti al contempo criteri di innovazione tematica, e che si mantenga fedele alla tradizione di critica inerente il romanzo campione. Nel nostro caso, però, l’impiccio è tolto dalla natura che configura il classico in esame come non uno dei più noti, o più celebrati: Di là dal fiume e tra gli alberi(Across the river and into the trees, il titolo originale inglese).

Il romanzo, fra la produzione letteraria di Hemingway, è senza dubbio uno di quelli che riposa in secondo piano, per esempio assieme a titoli come Torrenti di primavera (1926), Avere e non avere (1937),Uomini senza donne (1946), o altri titoli come The Spanish Earth (1938), Men at Work (1942) che non sono neanche stati tradotti in italiano. Di recente, Di là dal fiume e tra gli alberi ha avuto una seconda vita grazie alla nuova edizione curata per Mondadori dalla grande americanista Fernanda Pivano (di cui il 18 agosto era il nono anniversario della scomparsa) e appena riedita dalla casa editrice milanese nella collana Oscar Mondadoriinoltre, da poche settimane, l’«Hollywood Reporter» ha annunciato l’intenzione di produrre un adattamento del romanzo per il grande schermo, con interprete principale l’attore americano Pierce Brosnane come regista Martin Campbell.

 

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Nell’aperçu letteraria hemingwayana, questo romanzo copre una posizione cronologicamente rilevante: esso rompe i dieci anni di silenzio (letterario) che segnano la vita del nativo dell’Illinois dalla pubblicazione del famosissimo Per chi suona la campana. Di là dal fiume e tra gli alberi, infatti,è pubblicato il 7 settembre 1950, esattamente a distanza di un decennio dal grande successo del romanzo con protagonista il dinamitardo Robert Jordan. Il libro è accolto da una valanga di critiche negative e stroncature senza appello. Fra i tanti, Maxwell Geismar scrisse che era «così orribile da esercitare un suo fascino morboso»; Helmut Papajeswski sostenne che «la mancanza di originalità dei personaggi li rende ombre. L’azione è praticamente inesistente e a volte si riduce a un piatto spostamento di scena». Ma si sa, l’altalena di insuccesso e gloria è caratterizzazione tipica della storia letteraria del Nobel americano: le dure critiche a Torrenti di primavera precedettero il successo di Anche il sole sorge (1926), quelle ad Avere e non avere preludono alla fama di Per chi suona la campana (1940).

Il fiume di recensioni negative al libro si accoda alle accuse letterarie che da sempre animavano lo scontro tra Hemingway e chi ne criticava la scrittura (e non solo): il linguaggio dismesso, l’azione troppo lenta, una sensualità eccessiva, l’intensità drammatica incompiuta, un punto di vista lontano da quello umano.

Il romanzo più controverso di Hemingway, “Di là dal fiume e tra gli alberi”

Al di là del giudizio personale riguardo il romanzo, che dalla sua pubblicazione ha raccolto uno spettro di pareri dai più positivi ai più negativi, Di là dal fiume e tra gli alberi ci consegna un privilegiato sguardo su Hemingway-narratore. Egli pare ricalcare le orme di quello che pochi anni prima Fitzgerald, nel suo The Last Tycoon, aveva sostenuto: «il romanzo deve nascere dall’esperienza»; «il personaggio è azione». E che, in realtà, Hemingway aveva già intuito inMorte nel pomeriggio (1932): «uno scrittore deve creare gente viva: gente, non personaggi». Forse, invero, sta in questo una delle grandi innovazioni letterarie che è anche sostrato tematico di Di là dal fiume e tra gli alberi: il cambiamento radicale di prospettiva circa la natura del personaggio, designando un ribaltamento dell’asse concettuale del personaggio ottocentesco. Da un’invenzione aprioristicamente intellettualistica ed estetica, ci si incammina nella strada dell’esperienza. Che, nel nostro romanzo, è forse quella più complessa e oscura per l’uomo: la morte. Tematica che qualunque lettore noterà onnipresente nella letteratura di Hemingway, ma che qui, per la prima volta, non è accidente improvviso, bensì termine di un’attesa silenziosa e quasi passiva, racchiusa nel corpo anziano del colonnello – il protagonista della storia e certamente alter ego dello scrittore americano. La cui sofferenza è apparentemente alleviata dalla ragazza veneziana di cui si innamora – l’amore non è l’elemento salvifico però, solo di transizione o accompagnamento, per una (forse) possibile rinascita: ecco perché Hemingway scegli proprio Renata (o “rinata”) come nome della donna.

Questo sottende la presenza su vasta cala di simbolismo e simbologie nel terreno del romanzo – com’è in realtà tipico dell’ormai noto principio dell’iceberg (rimando, per chi fosse interessato, a un mio articolo esemplificativo a riguardo. Qui il link). Basti prendere lo stesso protagonista: il colonnello non è altro che la continuazione dei personaggi maschili hemingwayani precedenti: il ragazzo Nick Adams, Il tenente Frederich Henry di Addio alle armi (1929), il combattente Robert Jordan. O, ancora, lo spettro di colori simbolicamente descritto nel corso della storia (ed evidenziato per la prima volta da Carlos Baker): quello bianco collegato all’infanzia; quello di legno che racconta l’adolescenza; quello rosso, testimone della prima guerra; l’altro ponte bianco simbolo dell’ambizione giovanile e infine quella di ferro nero, che attraversa il Rio Nuovo.

Di là dal fiume e tra gli alberi è uno dei romanzi più controversi di Hemingway. Soprattutto, com’è stato suggerito, per la sua vita oltre lo scrittore, ossia nel modo in cui è stato accolto. Che se da un lato ha fidelizzato una certa parte, dall’altro ha scavato un solco netto e ben segnato tra lo scrittore e suoi più netti critici, cominciando a incidere anche sullo stato psichico dell’autore de Il vecchio e il mare, come racconta Fernanda Pivano nella sua appassionata biografia Hemingway: «[…] a non rimanere calmo fu Hemingway, sempre più inquieto e depresso in quell’ottobre 1950, tanto che Mary per la prima volta pensò di farlo visitare da uno psichiatra e, racconta nelle sue memorie, decise di evitarlo per non suscitare la sua animosità».

Il romanzo più controverso di Hemingway, “Di là dal fiume e tra gli alberi”

Il romanzo, pertanto, segna l’inizio della precaria condizione fisica e mentale di Hemingway, come accade proprio allo stesso protagonista, ma contemporaneamente attesta l’apertura di una nuova (brevissima) fase, ovvero quella che lo condurrà alla stesura di The Old Man and the Sea (1952). Il cerchio esistenziale dell’autore americano, infatti, sembra chiudersi con l’atto che da sempre si era ripromesso di intraprendere: tornare a Fossalta. Nel luogo dov’era stato ferito – evidenziando la tessitura di simbologie di cui si diceva precedentemente. Che, nel periodo di rivalutazione dell’opera, fecero pronunciare a John O’Hara, allora giornalista del «New York Times Book Review»,che egli «era il più importante scrittore vissuto dopo Shakespeare».

 

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Un ritorno, quindi, per ricucire la sua ferita più interiore e personale. Che è forse la vera allegoria e consistenza di questo libro: rappresentare ed essere una ferita. Con precisione e chirurgia, all’opposto di quello che è per esempio l’evento da cui nasce l’idea del romanzo - e che ne evidenzia il conflitto intimo. Quelle parole lanciate nel bosco in preda al delirio dal generale della divisone di Hemingway, che poi sarebbero diventante le stesse del titolo di questo romanzo: Across the river and into the trees.

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