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Il romanzo giallo per raccontare la realtà. Intervista a Valerio Varesi

Il romanzo giallo per raccontare la realtà. Intervista a Valerio VaresiLa paura nell'anima (Frassinelli, 2018) è il nuovo romanzo di Valerio Varesi, che dopo l'impegno storico e sociale della Trilogia di una Repubblica (Frassinelli, 2017) continua a proporci le avventure del commissario Soneri, personaggio seriale molto amato dai suoi affezionati lettori.

Questa volta Soneri ha deciso di concedersi un po' di vacanza: è agosto, l'afa rende irrespirabile l'aria cittadina ed è meglio trasferirsi a Montepiano, sull'Appennino, in cerca di un po' di frescura.

L'atmosfera del paese però non è affatto idilliaca: da giorni Vladimir, un criminale serbo autore di diversi omicidi, è in fuga per l'Italia, inseguito senza successo dalle forze dell'ordine, e sembra che abbia deciso di rifugiarsi proprio nei boschi che si estendono per chilometri sulle montagne attorno a Montepiano. Come se non bastasse, un abitante del paese viene trovato in stato confusionale e ferito a una gamba, ma nessuno è in grado di comprendere cosa sia accaduto.

Il paese viene invaso dai carabinieri sulle tracce di Vladimir, che posta foto sui social beffandosi dei suoi inseguitori, gli abitanti cadono in preda di tutte le paure possibili e il commissario Soneri, suo malgrado, si ritrova coinvolto in un’indagine da cui aveva cercato di tenersi fuori per godersi le ferie.

Valerio Varesi ha incontrato i blogger a Milano in occasione dell'uscita del romanzo e questo è ciò che ci ha raccontato.

 

Come mai per questo libro ha deciso di ispirarsi a un fatto reale, accaduto di recente qui in Italia?

Mi colpiscono quei fatti di cronaca che hanno al loro interno la possibilità di essere sviluppati per raccontare l'oggi, che è poi lo scopo che io perseguo col giallo. È importante, ed è una legge inderogabile del giallo, arrivare a identificare l'assassino, ma quello che m'interessa di più è capire perché qualcosa è successo, quindi attraverso un'indagine riuscire a capire l'attualità, quello che leggiamo sui giornali e non riusciamo a sviluppare del tutto perché siamo tenuti all'onere della prova. La latitanza di Igor ci ha mostrato la paura di una cosa indefinita, una presenza che incombe ma non c'è. Rappresenta più in generale le nostre paure di quest'epoca, ma anche il fatto politico di chi usa la paura per avere consenso.

 

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Leggendo il libro la percezione è che non faccia paura tanto il serial killer, quanto il fatto che la sua presenza vada a interferire nella vita di tutti i giorni: le abitudini stesse diventano pericolose, mentre non c'è nulla di più rassicurante della routine. Mi sembra che lei abbia lavorato tantissimo sulla paura delle piccole cose e mi è piaciuta l'introduzione del tema dei social network, di solito visti come parte ludica della nostra vita e qui usati invece come presa in giro malefica. Cosa pensa di questa influenza dei social e quanto è facile farli diventare strumento di paura?

Igor è uno che sa usare i social, nel senso che in qualche caso i social sono stati alleati degli inquirenti, rivelando ad esempio nascondigli dei mafiosi, mentre qui servono per beffare gli altri, per dire "sono qua ma non riuscite a prendermi, ci sono e non ci sono". L'uso dei social amplifica la minaccia che Igor rappresenta, perché ha ucciso delle persone e perché scatena le paure latenti che abbiamo dentro di noi. È accaduto in quella parte della pianura padana tra Bologna e Ferrara dove la vita è effettivamente cambiata: la gente ha non esce più la sera, ha messo le inferriate, i fari potenti, i cani doberman nei giardini, ha iniziato a guardare con sospetto i vicini se compravano più cibo pensando che nascondessero qualcuno in casa.

Igor ha corroso la vita sociale e i rapporti tra le persone, ha fatto da detonatore a paure esistenziali.

Il romanzo giallo per raccontare la realtà. Intervista a Valerio Varesi

A me è piaciuta molto l'ambientazione nel piccolo paese, la comunità montana chiusa in cui la presenza di Igor scatena vecchi rancori. Mi ha fatto pensare alla storia di Cogne, in cui si accusavano tra vicini di casa della morte del bambino. La comunità chiusa moltiplica le paure della gente rispetto alla grande città?

No, io credo sia più o meno la stessa cosa, perché anche in città può nascere l'angoscia del vicino, dell'abitare magari in un grande palazzo di cui non conosci tutti coloro che ci vivono, cosa che accentua la paura e l'incertezza. Il paese del romanzo l'ho inventato per non condannare un luogo preciso, ma è vero che in un luogo chiuso le voci corrono più velocemente e aumentano le suggestioni collettive. L'elemento montano conta, perché nei miei romanzi voglio che l'ambiente sia uno dei protagonisti, e qui svela un'arcaicità che forse giudichiamo paradossale al tempo della razionalità tecnologica, ma che ritorna proprio per il fallimento della razionalità e del controllo. Questa arcaicità si esprime attraverso le figure mitiche di cui si parla nel romanzo, a cui gli abitanti di quei luoghi attribuivano in passato tutti i fatti inspiegabili. La natura stessa diventa un elemento pauroso, perché ti fa sentire piccolo di fronte alla grandezza delle montagne.

 

Nella vicenda, a un certo punto, sembra prevalere la vergogna di ciò che accade rispetto al dolore per il fatto stesso.

Sì, molto spesso è così. Viviamo nell'epoca dell'immagine, la vergogna corrompe la tua immagine e ti distrugge dal punto di vista sociale. L'elemento della meschinità si trova anche in altre epoche: pensate a Céline nel suo Viaggio al termine della notte, che da medico entra nelle case della piccola borghesia dei sobborghi parigini, dove trova famiglie disposte a lasciar morire dissanguata una ragazza dopo un aborto clandestino, pur di non portarla in ospedale e denunciare così quanto accaduto. La vergogna prevale a discapito della vita: qui forse la comunità ristretta si rivela diversa dalla grande città.

 

Da un romanzo all'altro il personaggio del commissario Soneri si sviluppa sempre di più, cresce nella sua caratterizzazione. Come avviene questa specie di scoperta del personaggio?

Ho scelto un protagonista che si racconta, che invecchia, che ha dei problemi, che in qualche modo attraversa la vita e quindi muta nel tempo. Mi piaceva che ogni episodio rivelasse qualcosa di lui, anche se poi, magari, il lettore preferisce un personaggio sempre uguale, come Maigret. Volevo che si raccontasse perchè tutti noi cambiamo, andiamo a letto la sera e ci svegliamo al mattino dopo un po' cambiati, come se morissimo e rinascessimo, e questo mi sembra che lo renda più umano.

 

Quanto c'è di Valerio Varesi nel commissario Soneri?

Tanto: anche se la sua vita non è proprio sovrapponibile alla mia, coincidiamo nella visione della realtà. È evidente però che le vicende sentimentali di Soneri o certi suoi gusti non sono i miei.

Io guardo il mondo attraverso Soneri perché credo nella letteratura impegnata, in cui l'autore deve rivelare ciò che pensa. Quando leggo un libro, pretendo personaggi credibili, che rimangano vivi nella mente e una trama possibilimente significativa, ma soprattutto mi piace un autore che mi dica ciò che pensa e mi restituisca la sua visione del mondo. Poi posso anche non essere d'accordo, ma esigo che lui lo faccia.

Il romanzo giallo per raccontare la realtà. Intervista a Valerio Varesi

C'è un tipo di caso che potrebbe mettere Soneri veramente in difficoltà?

Se volessimo veramente raccontare fino in fondo la realtà che ci circonda, dovremmo parlare di un investigatore che fallisce, perché la metà dei delitti in Italia non viene risolta, quindi è abbastanza strano che tutti i gialli finiscano con la cattura del colpevole. Questo mi stuzzica da molto tempo, ma probabilmente andrei in contrasto con lo schema narrativo classico del giallo e i lettori resterebbero sconcertati.

 

Il grande successo dei romanzi noir, thriller e polizieschi di questi anni non è allora dovuto in parte anche al fatto che il lettore ha bisogno di essere rassicurato? In un mondo dove molti misteri restano insoluti e gli assassini impuniti, non è rassicurante leggere un libro che, per quanto crudo, si chiuda con la punizione del colpevole?

Sì, in parte è così. Ma spesso, anche quando l'assassino viene riconosciuto, restano delle domande ancora più numerose che all'inizio. Io non scrivo cose rassicuranti perché un delitto è sempre come la punta di un iceberg, il male che c'è sotto è molto più vasto e profondo.Forse le storie rassicuranti sono più diffuse in ambito televisivo, prendete Don Matteo...  Il noir deve essere un genere inquietante: potevano rassicurare gli autori di un'epoca più positivista, come Agatha Christie o Conan Doyle, ma oggi non controlliamo più niente, tutto ci sfugge e un romanzo troppo rassicurante contrasterebbe con la realtà. Molti comunque leggono questi romanzi ancora con una mentalità enigmistica, come un mistero da risolvere, ma questa non è la cosa che m'interessa di più.

 

Come passa da un genere letterario all'altro?

Il metodo è lo stesso: se t'interroghi su come questo paese è diventato quello che è diventato fai un'indagine. Hai il cadavere della prima repubblica e della sua moralità e ti chiedi chi l'abbia ucciso, torni indietro e riparti per capirlo. Nel caso della trilogia sono ripartito dalla Resistenza, atto fondativo da cui è scaturita la Costituzione, mattone basilare della Repubblica e ho cercato di ricostruire i passaggi politici e sociali dell'Italia. Ho quindi fatto un'indagine anche scrivendo della storia italiana, utilizzando gli strumenti della narrativa. Ho scelto l'ambientazione a Bologna perché era una sorta di anomalia, una città governata dai comunisti in un Paese uscito dal fascismo e controllato dagli americani. A Bologna finisce anche, con la strage alla stazione nel 1980, la strategia della tensione iniziata a Milano nel 1969 con l'attentato alla Banca Nazionale dell'Agricoltura. Poi è cominciata la fase che ci porta al buco nero di oggi, con la politica che non esiste più e il mercato che controlla qualsiasi cosa: questa non è solo una crisi economica, ma è sopratuttto culturale.

 

Non ha l'impressione che quello che voi scrittori mettete nei libri sia del tutto inutile? Lei già nel 2016, ne La legge del Corano metteva in guardia contro l'immigrazione incontrollata e il rischio della fine di certi equilibri, che sono effettivamente saltati. Tanti romanzi hanno anticipato la realtà, penso per esempio a Gomorra di Roberto Saviano, ma l'impressione è che anche chi legge queste cose nei libri alla fine le rimuova.

Credo che chi fa lo scrittore abbia un'antennina in più che gli permette di anticipare qualcosa. Pensate a Pasolini, che in tempi remoti aveva anticipato come saremmo finiti molto più tardi. Ma se io scrittore penso e prevedo tutto ciò, perché la classe politica non lo fa, e se glielo dici non ascolta? È chiaro che la diffusione limitata dei libri nel nostro Paese non ha la forza di cambiare le opinioni, ma questo dimostra che non c'è più una connessione tra mondo intellettuale e mondo politico, oppure che la classe politica fa finta che questi problemi non esistano e prosegue ciecamente, presentando sempre le stesse ricette.

 

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Come sono i lettori di oggi?

Per me sono più che altro disorientati dalla grande produzione libraria. Io stesso, quando entro in una libreria e vedo un bancone sterminato, se non avessi già un'idea non saprei cosa scegliere. Non c'è più una società letteraria che faccia da filtro, che indirizzi un po' il lettore. Alcuni editori fanno ancora il loro mestiere, altri inseguono solo il business. Così tanti finiscono per comprare i libri imposti dalla pubblicità.

 

Soneri col suo carattere introspettivo cosa leggerebbe?

Di sicuro i classici, non certo i gialli, che per uno del mestiere potrebbero essere insopportabili.


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Per la prima foto, copyright: Timothy Barlin.

Per la terza foto, l’autore è Guido Giombi.

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